Lo strappo del governo con le imprese

Il taglio ai crediti Transizione 5.0 mina la fiducia tra Stato e imprese, aumentando l’incertezza sugli investimenti e indebolendo la competitività del sistema produttivo.

Gaia BrambillaFlusso Quotidiano
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ANSA

C’è un momento in cui una misura tecnica smette di essere tale e diventa, prima di tutto, politica. Il taglio del 35% sui crediti d’imposta per Transizione 5.0 è esattamente questo: il punto in cui una presunta scelta di bilancio si rivela per ciò che è, una decisione politica con potenziali conseguenze sistemiche per il tessuto industriale e produttivo del paese. Le imprese italiane, già strette tra prezzi energetici elevati e contrazione dell’export dovuto ai dazi americani, avevano investito sulla base di incentivi promessi, normati, presentati come pilastro della trasformazione industriale. Poi, quando le risorse sono state dirottate altrove, l’esecutivo ha scelto la strada più semplice: non correggere a monte ma tagliare a valle, scaricando il rischio su chi aveva già investito in macchinari all’avanguardia per ridurre consumi ed emissioni. Ne deriva un danno immediato – meno liquidità, minor redditività – e, soprattutto, un danno strutturale: la rottura della fiducia tra Stato e tessuto produttivo. Perché mentre si rivendica pubblicamente una linea “pro-impresa”, si colpiscono proprio le aziende che hanno fatto esattamente ciò che veniva loro chiesto: innovare, investire, anticipare la transizione.

Il punto non è solo economico. Se le regole possono essere modificate retroattivamente, ogni incentivo economico perde credibilità e ogni investimento diventa una scommessa. Quando uno Stato cambia le regole a partita iniziata, altera il modo in cui il sistema valuta il rischio: imprenditori e banche dovranno incorporare un “premio di affidabilità” che prima era implicito nella figura stessa dello Stato. Si indebolisce così la capacità di orientare gli investimenti, proprio mentre la competizione globale si gioca anche sulla stabilità normativa. La prossima volta, fidarsi del Governo non sarà più un presupposto, ma un rischio da calcolare. E quando lo Stato viene percepito come un rischio, ogni futuro incentivo sarà accolto non come opportunità, ma come scommessa. Il prezzo, alla fine, lo pagherà l’intero sistema-paese.