L’Italia ferma: l'economia reale smentisce il governo

Tasse e debito aumentano, la crescita ristagna. Il dopo PNRR resta senza risposte, mentre servono investimenti e una nuova iniziativa europea.

Matteo RicciApprofondimenti
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ANSA

C'è un momento in cui la propaganda incontra i numeri, e i numeri vincono sempre. Quel momento, per il Governo Meloni, è arrivato con gli ultimi dati ISTAT, che raccontano un Paese molto diverso da quello descritto nei comunicati di Palazzo Chigi. La pressione fiscale nel 2025 è salita di 0,7 punti, arrivando a sfiorare il 43%: un record, ma di quelli che nessuno dovrebbe rivendicare. Il debito pubblico è cresciuto ancora, dal 134,2% al 136,7% in un solo anno, e l'Italia resta impigliata nella procedura d'infrazione per deficit eccessivo. La crescita è quasi ferma allo zero, tra le più basse del continente: siamo penultimi in Europa. Dopo quattro anni di destra al governo, questo è il bilancio. Più tasse, più debito, nessuna crescita.

La reazione del Governo, prevedibile, è quella di sempre: prendersela con qualcun altro, in questo caso con l'ISTAT. È un esecutivo che ha fatto dello scaricabarile un metodo, abituato a dare la colpa agli altri ogni volta che la realtà non coincide con il racconto. Ma il punto vero è uno solo, e non si aggira con la polemica sull'istituto di statistica: l'economia reale non va. I salari sono fermi, il potere d'acquisto delle famiglie continua a calare, l'inflazione si è spostata dall'energia al carrello della spesa. È aumentato tutto — benzina, bollette, spesa quotidiana — mentre gli stipendi restano gli stessi. Questa è la condizione materiale in cui vivono milioni di italiani, e nessuno spot riuscirà a nasconderla.

Ma il dato politicamente più grave è un altro, ed è quello su cui vorrei si concentrasse l'attenzione. L'Italia non cresce nonostante abbia in pancia circa 200 miliardi di PNRR. Siamo nel mezzo della più imponente stagione di investimenti pubblici degli ultimi decenni: scuole, ospedali, ferrovie, opere per la sostenibilità, una fase che ha persino tenuto in piedi l'occupazione. Ebbene, nemmeno questa iniezione straordinaria di risorse è bastata a far ripartire davvero il Paese. Il che porta a una conclusione tanto semplice quanto allarmante: senza il PNRR, oggi l'Italia sarebbe con ogni probabilità in recessione. E il PNRR, alla fine di quest'anno, si esaurisce.

È qui che la domanda diventa ineludibile, ed è la domanda che il Governo continua a evitare con cura: qual è la politica industriale, quale la strategia di crescita economica per il dopo? Cosa accade il primo giorno del 2027, quando quel flusso di investimenti si ferma? La risposta, al momento, non esiste. Non c'è programmazione, non c'è visione, non c'è nemmeno la consapevolezza del problema. C'è la difesa d'ufficio di ciò che è stato fatto, che è comprensibile ma non sufficiente: perché governare non significa amministrare il presente, significa preparare il futuro. E il futuro, su questo terreno, è drammaticamente scoperto.

A rendere la scelta ancora più incomprensibile c'è il modo in cui il Governo si sta muovendo — anzi, non muovendo — in Europa. Entro dicembre a Bruxelles si vota il bilancio dell'Unione per il 2028-2034. La Commissione ha proposto circa 2.000 miliardi, una dotazione inadeguata alle sfide. Il Parlamento europeo ha chiesto di aumentarla del 10%; i governi, al contrario, spingono per tagliarla, e tra questi c'è anche quello italiano. È una posizione che rasenta l'autolesionismo. Dentro quel bilancio ci sono i fondi di coesione, quelli per l'agricoltura, le risorse per contrastare un'emergenza abitativa sempre più acuta. Come si può pensare di sostenere lo sviluppo tagliando proprio gli strumenti che lo alimentano?

Il paradosso è che l'Italia, il Paese che dal PNRR ha ricavato il beneficio maggiore, è oggi tra i meno attivi nel chiedere che quell'esperienza si rinnovi. Non si è battuta per un nuovo Next Generation EU. Non ha costruito alleanze con i Paesi che chiedono i bond europei. Non ha speso una parola sul rapporto Draghi, che pure ha spiegato a tutti, con argomenti difficili da confutare, quali scelte servano per recuperare competitività di fronte a Stati Uniti e Cina. Eppure sarebbe l'interesse nazionale a imporlo: perché non si compete da soli in un mondo organizzato per grandi blocchi, e perché va sostenuta la crescita proprio là dove è più fragile. Servono risorse straordinarie, debito comune europeo, strumenti capaci di intercettare l'enorme risparmio privato del continente e trasformarlo in investimenti. È esattamente ciò che il sovranismo, per definizione, non sa e non vuole fare.

Perché è questo, in fondo, il nodo politico. Per anni ci hanno raccontato che con meno Europa e più interesse nazionale saremmo stati più forti. I numeri dicono l'opposto: chiusi nei nostri confini siamo più deboli, più esposti, più poveri. La destra al governo ha avuto la sua occasione, ha avuto persino la fortuna di gestire la più grande dotazione di fondi europei della storia repubblicana, e la sta sprecando senza costruire nulla che resti quando quei fondi finiranno. Non ha tenuto i conti in ordine, non ha fatto crescere l'economia, non ha una strategia per il domani.

L'opposizione ha il compito di dire questa verità con nettezza, ma anche di indicare l'alternativa, perché la denuncia senza proposta non basta. L'alternativa c'è, ed è chiara: un'Italia che torni protagonista in Europa, che si batta per un bilancio comunitario più forte e per un nuovo grande piano di investimenti continentale, che rimetta al centro salari, lavoro, sanità, casa. La lunga campagna elettorale che ci porterà al 2027 si giocherà su questo. Da una parte chi gioisce per risultati che non esistono, in uno scollamento sempre più evidente dalla realtà; dall'altra chi guarda in faccia i numeri e prova a costruire, a partire da quei numeri, un futuro diverso. Gli italiani, quei numeri, li hanno già molto chiari. È dalla loro condizione reale, non dalla propaganda, che occorre ripartire.

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