L’islam italiano esiste già. La politica lo riconosca

L’islam italiano esiste già: continuare a trattare milioni di cittadini come ospiti rafforza islamofobia e comunitarismo invece di costruire integrazione

Karima MoualIl Punto
RIVRINASCITA_20260907145852842_f4b6f2f8e2a639e1c90d8bb676cbf4ff.jpg

ANSA

Per trent’anni abbiamo continuato a domandarci se l’islam fosse compatibile con l’Italia. Nel frattempo è accaduto qualcosa che il dibattito pubblico sembra non avere ancora pienamente registrato: l’islam è diventato anche italiano.

Lo è nei figli e nei nipoti dell’immigrazione, nei ragazzi nati o cresciuti nelle nostre città, nelle donne che rivendicano insieme fede ed emancipazione, nei giovani che studiano nelle università italiane, lavorano, votano, partecipano alla vita pubblica e discutono della propria religione con strumenti, linguaggi e sensibilità profondamente europei. Non sono necessariamente meno musulmani dei loro genitori. Sono musulmani in maniera diversa.

Continuare a chiedere a queste persone di «integrarsi», senza stabilire mai quando questa integrazione possa dirsi compiuta, rischia allora di trasformare l’integrazione da obiettivo politico in espediente retorico. È questo il grande equivoco che attraversa il dibattito riaperto da Ernesto Galli della Loggia sul Corriere e al quale Giuseppe Conte ha risposto con un intervento importante.

Galli della Loggia pone sostanzialmente multiculturalismo e integrazione come due strade alternative: il primo avrebbe fallito e sarebbe quindi necessario tornare a parlare della seconda, interrogandosi in particolare sulla capacità dell’islam di convivere con la cultura e i principi dell’Occidente.

Conte rovescia questa impostazione. Ricorda che la libertà religiosa è un diritto costituzionale, che il pluralismo non significa accettazione di pratiche contrarie alla legge e che nessuna comunità può sottrarsi ai principi della parità tra uomini e donne, della libertà individuale, della tutela dei minori, della libertà di coscienza e della laicità dello Stato. Ma aggiunge una cosa essenziale: integrazione e multiculturalismo non sono necessariamente incompatibili.

È un passo avanti. Ma credo che oggi sia necessario farne un altro. La domanda non può più essere: l’islam può diventare italiano? Perché l’islam italiano esiste già. E finché non partiamo da questa constatazione continueremo a discutere di milioni di persone come se fossero eternamente appena arrivate.

Una parte della destra italiana ha costruito negli anni proprio su questa ambiguità una formidabile macchina politica. Chiede continuamente integrazione, ma tende a negarne il risultato. Il musulmano deve parlare italiano, lavorare, rispettare le leggi, condividere i principi costituzionali. Ma quando parla italiano, lavora, rispetta le leggi, è cittadino italiano e continua a essere musulmano, la sua appartenenza religiosa torna a essere presentata come prova di un’integrazione incompleta.

Dove dovrebbe arrivare, allora? Quanto deve arretrare la sua identità religiosa prima di essere considerato definitivamente parte del «noi»? Perché, se l’unico musulmano perfettamente integrato è quello culturalmente invisibile, allora non stiamo parlando di integrazione. Stiamo parlando di assimilazione.

Ed è qui che la propaganda sull’islam produce uno dei suoi effetti più perversi. Una politica che trasforma sistematicamente la moschea in minaccia, il velo in provocazione, la richiesta di riconoscimento in avanzata identitaria e ogni manifestazione pubblica dell’islam in sospetto di radicalismo non favorisce l’integrazione. Rischia di produrre esattamente ciò che dice di voler combattere: chiusura, separatezza, diffidenza reciproca.

C’è anzi un paradosso che andrebbe finalmente nominato. Una parte della destra islamofoba dice di voler liberare i musulmani dal comunitarismo, mentre contribuisce continuamente a ricostruire intorno a loro il recinto della comunità. Se una ragazza che porta il velo viene ridotta pubblicamente al proprio velo, se un ragazzo musulmano nato in Italia viene continuamente interrogato sulla sua compatibilità con l’Occidente, se ogni moschea diventa una questione di sicurezza prima ancora che di libertà religiosa, il messaggio che arriva è semplice: puoi essere cittadino sulla carta, ma continueremo a considerarti un corpo esterno.

E quando una minoranza viene continuamente descritta dall’esterno come un blocco omogeneo, accade spesso che finisca per percepirsi essa stessa come tale. È proprio questo il terreno sul quale le leadership più conservatrici possono rafforzarsi. Perché l’assedio identitario tende a soffocare il conflitto interno.

Di fronte a una società che sembra mettere sotto accusa l’intera appartenenza musulmana, diventa più difficile per una giovane donna contestare un imam conservatore, per un ragazzo mettere in discussione una tradizione familiare, per un intellettuale musulmano criticare una lettura religiosa, senza essere accusato di fare il gioco di chi attacca l’islam.

Ed è qui che l’islamofobia e l’islamismo, pur essendo fenomeni profondamente diversi, finiscono paradossalmente per avere bisogno l’una dell’altro. Entrambi prosperano sull’idea che esistano due blocchi inconciliabili: l’islam da una parte, l’Occidente dall’altra. Entrambi hanno interesse a far sparire tutto ciò che sta nel mezzo. E invece è proprio nel mezzo che sta crescendo una parte decisiva dell’islam europeo.

Naturalmente sarebbe altrettanto sbagliato raccontare un islam italiano privo di conflitti. Esistono leadership conservatrici. Esistono interpretazioni patriarcali della religione. Esistono questioni aperte sulla condizione femminile, sulla libertà individuale, sulla sessualità, sulla libertà di cambiare o abbandonare la propria fede. Esistono influenze politiche e religiose provenienti dai Paesi d’origine. Esiste il problema della trasparenza dei finanziamenti. Ed esistono fenomeni di radicalizzazione che nessuna cultura democratica può permettersi di sottovalutare.

Negarlo sarebbe non soltanto intellettualmente disonesto. Sarebbe un errore proprio nei confronti di quei musulmani che, dentro le comunità, combattono queste battaglie. Una donna musulmana che rivendica la propria autonomia non ha bisogno che qualcuno le spieghi dall’esterno che deve liberarsi dall’islam. Ma non ha neppure bisogno che, in nome della lotta all’islamofobia, ogni critica a una pratica patriarcale venga considerata un attacco alla sua comunità.

Un giovane musulmano che vuole vivere pienamente la propria fede dentro una società democratica non dovrebbe essere costretto a scegliere tra chi gli dice che, per essere italiano, deve essere meno musulmano e chi gli dice che, per essere un buon musulmano, deve diffidare della società italiana.

È precisamente questo spazio che la politica dovrebbe allargare. Perché riconoscere non significa approvare tutto. Significa portare il confronto dentro una cornice pubblica, trasparente, costituzionale.

Lo Stato italiano aveva intuito questa strada già nel 2017, quando al Viminale fu sottoscritto il «Patto nazionale per un islam italiano». Quel documento prevedeva formazione degli imam, trasparenza dei finanziamenti, luoghi di culto riconoscibili, conoscibilità delle guide religiose, uso o traduzione in italiano dei sermoni, dialogo con le istituzioni e contrasto al radicalismo.

Ma conteneva soprattutto un’intuizione politica: non si costruisce un islam italiano imponendolo dall’alto. Lo si costruisce attraverso il riconoscimento reciproco e la responsabilizzazione delle comunità. In sintesi, si possono professare religioni differenti ed essere tutti italiani.

Sono passati quasi dieci anni. Nel 2026 lo Stato italiano ha Intese, ai sensi dell’articolo 8 della Costituzione, con valdesi, avventisti, Assemblee di Dio, comunità ebraiche, battisti, luterani, ortodossi, mormoni, apostolici, buddisti, induisti e altre confessioni. Nessuna organizzazione islamica compare ancora tra le confessioni con un’Intesa approvata per legge.

E, con il governo Meloni, anche il tavolo sull’islam italiano è scomparso, con dimissioni in blocco, perché non veniva mai convocato. Da una parte si grida alla minaccia islamica e dall’altra si chiude il dialogo. Una strategia perfetta, che dimostra ancora una volta come, per la destra, la questione islam sia soltanto uno strumento utile per la propaganda islamofoba, utile a raccattare voti.

Naturalmente esiste un problema reale di rappresentanza. L’islam non ha una Chiesa, una gerarchia unica, un’autorità centrale in grado di parlare per tutti. Le comunità musulmane italiane sono plurali per provenienza nazionale, scuola religiosa, orientamento culturale e organizzazione.

Ma questa complessità non può diventare la giustificazione per un rinvio permanente. Anzi, proprio l’assenza di una rappresentanza unica dovrebbe spingere lo Stato a costruire strumenti innovativi di interlocuzione, senza pretendere di inventare artificialmente un «papa dei musulmani» e senza affidare la rappresentanza dell’islam italiano alle ambasciate dei Paesi d’origine.

Qui emerge anche la questione dei finanziamenti esteri. Se vogliamo un islam italiano più autonomo dalle influenze straniere, non possiamo contemporaneamente impedirgli di strutturarsi in Italia. Se vogliamo imam che conoscano la Costituzione, la lingua e la società italiana, dobbiamo creare le condizioni perché possano formarsi anche qui. Se vogliamo trasparenza sui luoghi di culto, dobbiamo permettere che quei luoghi escano dai garage, dai capannoni e dalla precarietà amministrativa.

Non si può chiedere contemporaneamente autonomia e impedire gli strumenti dell’autonomia. E non si può denunciare l’influenza delle potenze straniere sulle comunità musulmane italiane e poi costringere quelle stesse comunità a dipendere economicamente, culturalmente e religiosamente dai Paesi d’origine, perché in Italia non si è costruita un’alternativa. Questa dovrebbe essere una questione di interesse nazionale, prima ancora che religioso.

Nel frattempo, infatti, qualcosa si muove dal basso. Le nuove generazioni musulmane non sono semplicemente la replica delle prime. Crescono giovani per i quali l’italiano non è la lingua dell’integrazione: è semplicemente la loro lingua. Giovani che non vivono necessariamente la propria appartenenza religiosa come eredità immutabile dei genitori, ma la interrogano, la reinterpretano, qualche volta la contestano e altre volte la rivendicano con maggiore consapevolezza.

Ed è importante non commettere l’errore opposto: immaginare che la modernizzazione dell’islam coincida con la sua scomparsa. Un musulmano può essere più europeo senza essere meno credente. Una donna può rivendicare emancipazione e continuare a considerare la propria fede una parte fondamentale della propria identità. Un giovane può difendere la laicità dello Stato senza essere laico nella propria vita privata.

Questa distinzione è fondamentale. Lo Stato non deve decidere quale islam sia teologicamente corretto. Deve stabilire con chiarezza la cornice dentro la quale tutte le interpretazioni possono esprimersi: la Costituzione, le leggi, l’uguaglianza dei cittadini, la libertà di coscienza.

Ed è qui che si apre una responsabilità enorme per la sinistra. Non basta più denunciare l’islamofobia della destra. Per troppi anni una parte del mondo progressista ha lasciato che la parola «integrazione» venisse progressivamente occupata dalla destra, fino a trasformarsi quasi esclusivamente in una lista di obblighi richiesti agli immigrati.

Impara la lingua. Rispetta le nostre regole. Conosci i nostri valori. Adattati. Tutte richieste che possono avere un senso dentro un vero processo di integrazione, ma dalle quali è scomparsa l’altra metà della parola: cosa fa la società che integra? Quali diritti riconosce? Quali spazi apre? Quali possibilità di partecipazione costruisce? Quando considera finalmente il processo riuscito?

La sinistra ha spesso risposto agli attacchi contro i musulmani sul terreno della difesa dei diritti. Era necessario. Ma non sufficiente. Ha difeso il diritto alla moschea quando qualcuno voleva vietarla. Ha difeso la ragazza con il velo quando veniva discriminata. Ha denunciato le generalizzazioni sull’islam dopo gli attentati terroristici. Ha contrastato, non sempre con la stessa forza, campagne apertamente islamofobe.

Ma troppo raramente ha trasformato queste difese in un progetto politico organico. Ed è forse questo il limite più serio. Perché difendere una minoranza quando viene attaccata non equivale ancora a riconoscerla come parte strutturale della società.

C’è stata anche, in alcuni settori progressisti, una seconda esitazione: il timore che criticare pratiche conservatrici interne alle comunità significasse offrire argomenti alla destra. È una paura comprensibile, perché troppe volte la condizione delle donne musulmane, il velo o i diritti LGBT sono stati utilizzati strumentalmente da forze politiche che improvvisamente scoprono il femminismo o la libertà sessuale soltanto quando possono usarli contro l’islam.

Ma lasciare quei temi alla destra è stato un errore. La risposta all’uso strumentale dei diritti non può essere parlare meno di diritti. Deve essere parlarne meglio e con maggiore coerenza.

La sinistra dovrebbe poter dire contemporaneamente che una donna ha il diritto di indossare il velo e il diritto di toglierselo. Che nessuna istituzione può discriminarla perché lo porta e nessuna famiglia può obbligarla a portarlo. Che un musulmano ha diritto a professare pubblicamente la propria religione e ha esattamente lo stesso diritto di abbandonarla. Che una comunità ha diritto a costruire una moschea e nessuna autorità religiosa può sostituire la legge religiosa alla legge dello Stato.

Questa non è ostilità verso l’islam. È laicità. Ed è precisamente la laicità che può diventare il terreno comune sul quale costruire il riconoscimento.

Per questo la sinistra dovrebbe finalmente avere il coraggio di proporre una politica italiana sull’islam. Una politica che riconosca luoghi di culto dignitosi e trasparenti; favorisca una formazione degli imam radicata nella conoscenza della lingua, della società e della Costituzione italiana; pretenda chiarezza sui finanziamenti provenienti dall’estero; sostenga l’autonomia delle comunità dalle potenze straniere; valorizzi il protagonismo delle donne e delle nuove generazioni; costruisca interlocuzione con la pluralità dell’associazionismo musulmano senza consegnare a nessuna organizzazione il monopolio della rappresentanza; contrasti senza ambiguità radicalismo, antisemitismo, omofobia e discriminazioni interne alle comunità e, nello stesso tempo, combatta con altrettanta determinazione l’islamofobia.

E dovrebbe riprendere seriamente il percorso dell’Intesa. Non perché un’Intesa risolverebbe magicamente i problemi dell’islam italiano, ma perché continuare a considerare normale che una delle maggiori presenze religiose del Paese rimanga indefinitamente ai margini del sistema di relazioni previsto dall’articolo 8 della Costituzione significa accettare una situazione che non può essere eterna.

Non sarebbe una politica «per i musulmani». Sarebbe una politica italiana. Perché il riconoscimento non è il premio che si concede alla fine di un processo di integrazione. È uno degli strumenti attraverso cui l’integrazione può compiersi.

Una persona che viene riconosciuta pienamente come parte della comunità nazionale può essere chiamata con altrettanta forza alla responsabilità della cittadinanza. Diritti e doveri tornano così a stare insieme.

Non: «Prima dimostra di assomigliarmi e poi forse ti riconoscerò». Ma: «Sei parte di questa Repubblica, quindi hai gli stessi diritti e sei sottoposto alle stesse regole».

È la Costituzione la cornice. Non una vaga «identità occidentale» continuamente ridefinita a seconda dell’avversario politico del momento. Ed è proprio la Costituzione a permetterci di essere contemporaneamente inflessibili sui diritti e aperti alle differenze.

C’è infine una ragione per cui questa discussione non può più essere rinviata. Riguarda il tempo. La prima immigrazione musulmana in Italia poteva ancora essere raccontata attraverso la categoria dell’«ospite»: persone arrivate da altri Paesi, con altre lingue, altre istituzioni di riferimento e spesso con l’idea, almeno iniziale, di tornare un giorno nel luogo da cui erano partite.

Quella stagione non descrive più da sola l’Italia musulmana. Oggi abbiamo davanti generazioni che non devono «tornare» da nessuna parte. L’Italia è casa loro.

E se continueremo a raccontare questi cittadini come stranieri culturali permanenti, rischiamo di produrre nelle prossime generazioni una domanda molto più difficile: se sono nato qui, se questa è la mia lingua, se questa è la mia cittadinanza e tuttavia mi dici continuamente che non appartengo pienamente a questo Paese, dove dovrebbe stare la mia appartenenza?

È qui che il riconoscimento diventa anche una politica di prevenzione. Non nel senso securitario con cui troppo spesso guardiamo ai musulmani, ma nel senso più profondo della costruzione di una comunità nazionale. Una democrazia forte non chiede alle differenze di scomparire. Chiede loro di riconoscersi dentro un ordinamento comune.

Il prossimo conflitto sull’islam italiano, infatti, non si giocherà principalmente tra italiani e immigrati. Si giocherà sempre di più dentro le generazioni italiane: tra interpretazioni diverse dell’appartenenza, tra conservatori e progressisti, tra chi utilizza la religione per chiudere e chi prova a viverla dentro una società democratica e plurale.

La politica può scegliere di lasciare questo terreno alle componenti più identitarie di entrambi i fronti: agli islamisti che hanno bisogno dell’Occidente come nemico e agli islamofobi che hanno bisogno dell’islam come minaccia. Oppure può fare esattamente il contrario: dare spazio a quella vasta zona che normalmente fa meno rumore, composta da cittadini musulmani che non vogliono scegliere tra la propria fede e il proprio Paese.

Sono donne e uomini che non chiedono alla Repubblica di diventare meno laica per poter essere musulmani. Chiedono che sia abbastanza laica da consentire loro di esserlo.

È soprattutto lì che sta nascendo l’islam italiano. Anzi, è già nato. Forse è arrivato il momento che anche la politica italiana decida di accorgersene.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati