L’intelligenza artificiale tra Babele e Gerusalemme
L’enciclica Magnifica Humanitas interroga il tecnocapitalismo e indica una strada: controllo democratico, potere ai lavoratori e primato della persona

ANSA
Il pomeriggio del 25 maggio scorso, poche ore dopo la pubblicazione della prima lettera enciclica di Leone XIV, Magnifica Humanitas, ricevo due messaggi da parte di amici che stimo e le cui opinioni seguo sempre con interesse. Entrambi mi inoltrano i post appena pubblicati sui propri profili social. Entrambi, con consonanza di giudizio, lamentano l’assenza di immediate prese di posizione da parte della politica, a cominciare dai dirigenti di partito più seri e autorevoli: a loro dire, come al solito, in ritardo rispetto alle grandi questioni del nostro tempo e incapaci di coglierne tempestivamente la portata politica.
Rispondo a entrambi con qualche cautela. Osservo che, forse, proprio dai dirigenti politici più seri e autorevoli occorre attendersi qualcosa di diverso dalla fretta di prendere posizione. Per misurarsi con un testo di quella portata occorre anzitutto il tempo di leggerlo e di lasciarne sedimentare le implicazioni.
Nei giorni scorsi, Carlo Emanuele Trappolino mi ha invitato a discutere dell’enciclica nell’ambito della riuscita Festa dell’Unità di Terni. È stata per me l’occasione per tornare finalmente al testo. In questo percorso sono debitore anche ai miei studenti di Labour Economics. Le loro idee, le loro domande e, ancor prima, il loro sguardo generazionale mi hanno aiutato a capire qualcosa in più anche di un’enciclica che in larga parte non avevano letto. E sono debitore al Forum Industria del Pd, con il quale, ormai un paio di mesi fa, abbiamo organizzato un seminario proprio sull’intelligenza artificiale e sul suo impatto sui processi produttivi e sulle politiche industriali: un seminario al quale, per una volta, non sono intervenuto. Ho ascoltato e preso appunti.
Nel frattempo, i dirigenti seri e autorevoli, come era prevedibile, hanno scritto. Ma, per rispondere — con qualche mese di ritardo — alle sollecitazioni di quel 25 maggio e, più prosaicamente, per non fare scena muta a Terni, ho provato a mia volta a mettere in ordine le idee. Ne è uscito questo tentativo, articolato in dieci punti.
1. Il primo: Magnifica Humanitas è uno straordinario manifesto politico e filosofico sul capitalismo contemporaneo, non soltanto teologico. Ne coglie l’essenza. Quella di un capitalismo blasfemo che è riuscito a spezzare la gabbia del compromesso socialdemocratico e keynesiano dei “Trent’anni gloriosi” (1945-1975), e — come ha ricordato Carmine Fotia su Rinascita — si propone da tempo come un Prometeo libero dalle catene. Nella sua presunzione di onnipotenza c’è il tratto di una insopportabile hybris.
È un sistema economico che ha progressivamente smarrito la misura. Un sistema fondato sullo sfruttamento, che rischia di ridurre la persona — dice l’enciclica — a «risorsa da usare e sfruttare». Pochi giorni fa, al Meeting di Rimini, Leone XIV è tornato a parlare dell’idolatria del profitto e di una finanza fine a sé stessa che è radice di povertà e diseguaglianze, in perfetta continuità con il monito di Francesco contro la «cultura dello scarto» insita in una «economia che uccide».
2. Il secondo punto è la riflessione sulla tecnica. La sua è una potenza armata dal capitalismo. Armata nella misura in cui si serve della guerra per consolidare il proprio dominio e di armi programmate per delegare a un algoritmo la decisione sulla vita e sulla morte. Anche in questo sta la sua insopportabile, e blasfema, tracotanza.
Ma in che cosa si manifesta, precisamente, la forza dell’intelligenza artificiale? Da un lato, in una sempre più efficace capacità di attraversare (interconnettere o frammentare) il mondo grazie alla potenza di calcolo delle macchine, che consumano un’enorme quantità di energia (a proposito di emergenza energetica) e un’enorme quantità di acqua (per essere raffreddate, a proposito di emergenza climatica). E dall’altro in un accumulo gigantesco di dati, che sono oggi quella che Karl Polanyi avrebbe definito la nuova «merce fittizia».
I dati non nascono per essere venduti, ma sono ormai il combustibile dell’intero sistema economico, esattamente come la terra e il lavoro lo erano nell’Ottocento; il cuore di un movimento di espansione del mercato dentro una sfera — i dati di ciascuno di noi, dunque il comportamento umano — che prima gli era estranea.
3. Questa capacità di calcolo e questa immensa concentrazione di dati implicano una strabordante concentrazione di capitali, patrimoni e infrastrutture nelle mani di pochi soggetti privati transnazionali. È il terzo punto.
L’1 per cento più ricco possiede il 50 per cento della ricchezza mondiale. Soltanto nel 2026 la spesa in infrastrutture per l’intelligenza artificiale di Amazon, Microsoft, Meta e Alphabet ha superato i 725 miliardi di dollari, quasi il doppio rispetto all’anno precedente. È una cifra che eccede il prodotto interno lordo (PIL) della maggior parte degli Stati del pianeta.
I Big Three della gestione del risparmio — Vanguard, BlackRock e State Street — sono i maggiori azionisti in più del 90 per cento delle 500 maggiori società quotate in borsa negli Stati Uniti. Il tecnocapitalismo finanziario che oggi governa il mondo ha il volto — lo dimostrano con precisione scientifica le ricerche di Emiliano Brancaccio, Stefano Lucarelli e Raffaele Giammetti — di questa straordinaria centralizzazione e concentrazione oligarchica dei capitali e del potere. Un potere privato sottratto, per costruzione, a ogni controllo democratico.
4. Quarto punto. Leone XIV qualifica questo potere focalizzando l’attenzione su due coordinate poste all’intersezione tra tecnica ed economia:
a) la rendita da capitale si sta sempre più sostituendo al reddito da lavoro, spingendo il lavoro ai margini del modello economico;
b) l’intelligenza artificiale, attraverso la gestione algoritmica — la valutazione continua, il monitoraggio, il turno assegnato da un sistema che non tratta, non negozia e non conosce il lavoratore se non attraverso i dati che produce — è lo strumento più potente mai inventato per restaurare la disciplina del capitale sul lavoro.
Entrambi questi elementi della realtà confermano che, dentro la città dell’uomo, dentro la dimensione della politica, l’enciclica sceglie un punto di vista tutt’altro che neutro: quello del lavoratore. Non il cittadino borghese, avrebbe detto Marx, ma il lavoratore.
5. Quinto punto. Il pontefice è chiarissimo nell’analisi e lo è altrettanto nell’approccio. Ricordate il saggio di Umberto Eco Apocalittici e integrati? Se l’enciclica è evidentemente alternativa agli integrati — a chi si adagia tranquillamente sul progresso —, lo è anche rispetto agli apocalittici, a chi rifiuta aprioristicamente gli avanzamenti che la tecnica produce.
Prevost conosce la matematica e i numeri e sa che nel progresso tecnico convivono sempre rischi e opportunità. I rischi sono reali. Secondo il Fondo monetario internazionale, quasi il 40 per cento dell’occupazione mondiale è oggi esposto all’intelligenza artificiale; nelle economie avanzate la quota arriva a circa il 60 per cento.
Diversamente da molte precedenti forme di automazione, che colpivano soprattutto le mansioni routinarie, l’IA investe anche lavori altamente qualificati e cognitivi, estendendo la pressione della sostituzione tecnologica alle professioni liberali e alle occupazioni della fascia medio-alta. Uno studio del Digital Economy Lab di Stanford, basato su dati relativi a milioni di lavoratori americani, mostra che, tra i 22 e i 25 anni, l’occupazione nelle professioni maggiormente esposte all’IA è oggi circa il 19 per cento inferiore a quella che avrebbe raggiunto seguendo l’andamento delle professioni meno esposte. È un divario che si allarga da quando la ricerca ha iniziato a monitorarlo, nell’agosto 2025, quando era pari al 15 per cento.
Quindi sì: esiste realmente un rischio di sostituzione. Ma le opportunità sono altrettanto reali, perché l’intelligenza artificiale può essere uno strumento capace di aumentare le capacità produttive al servizio del lavoratore e delle sue esigenze.
Può aiutare un medico a leggere più rapidamente una grande quantità di esami, un infermiere a gestire meglio turni e informazioni, un insegnante a costruire materiali didattici personalizzati. Può ridurre il lavoro burocratico nella pubblica amministrazione, liberando tempo per le attività che richiedono relazione, responsabilità e decisione. Può assistere i lavoratori nelle mansioni più pesanti o pericolose, attraverso robot e sistemi intelligenti, aumentando la sicurezza. Può quindi aiutare ed essere complementare al lavoro umano.
6. Del resto, è ciò che ci insegna la storia delle grandi trasformazioni tecnologiche. In ogni svolta della storia economica del capitalismo — ed è questo il sesto punto da tenere a mente — alcuni lavori sono scomparsi, altri ne sono nati e, soprattutto, sono cambiate le competenze richieste, ridisegnando interi sistemi produttivi e, con essi, il modo stesso di organizzare il lavoro.
Ma la storia delle tecnologie ci insegna anche qualcosa di altrettanto importante: quanto più una tecnologia è general purpose — quanto più, cioè, non si limita a trasformare un singolo settore, ma è in grado di riorganizzare trasversalmente l’intera economia —, tanto più tempo occorre perché dispieghi pienamente i propri effetti.
Un celebre (e ormai datato) saggio di Paul David racconta la parabola dell’elettrificazione delle fabbriche americane tra Ottocento e Novecento. I primi motori elettrici arrivano già negli anni Novanta del XIX secolo. Ma la produttività aggregata dell’economia americana comincia a mostrarne i benefici solo negli anni Venti del Novecento, circa trent’anni dopo. Cioè a dire: non basta sostituire una fonte di energia con un’altra, bisogna riprogettare gli spazi, le catene di montaggio, le competenze, l’intera organizzazione del lavoro.
Carlota Pérez ha sistematizzato, ormai da vent’anni, una lettura delle grandi trasformazioni tecnologiche che aiuta a comprendere anche questo passaggio. A una prima fase di “installazione”, alimentata dalla finanza, speculativa, polarizzante, spesso destinata a un crollo o comunque a una crisi, segue una fase di “dispiegamento”, che può diventare una vera golden age di crescita diffusa, a condizione però che dopo il crollo le istituzioni si assestino o si riformino per redistribuire i guadagni.
Di fronte all’intelligenza artificiale, prevarranno i rischi o le opportunità? Leone XIV ci dice che la partita è aperta, e con un’immagine biblica potente parla di un’alternativa tra due città: Babele, la torre dell’autosufficienza che sacrifica le persone all’efficienza; e Gerusalemme, la città che si ricostruisce insieme, con responsabilità condivisa.
7. Il settimo punto chiama in causa noi. Dobbiamo camminare con le nostre gambe. Perché come finirà, se Babele o Gerusalemme, dipende da chi prenderà in mano, nell’immediato futuro, lo scettro del potere, da chi governerà e guiderà la transizione.
Occorre che sia la politica, e la sinistra europea, a provare a dire come evitare Babele, come costruire Gerusalemme. Sono convinto che in un mondo dominato da oligarchie sempre più ristrette l’antidoto sia soltanto uno: la democrazia, la quale si estrinseca nelle due dimensioni complementari del controllo pubblico dall’alto e del controllo dei lavoratori dal basso.
8. Controllo pubblico dall’alto — ottavo punto — significa innanzitutto non lasciare al mercato la proprietà e il governo dei mezzi e dei sistemi di produzione. Significa investire in infrastrutture di calcolo, data center e modelli pubblici, oltre che in un vero cloud europeo.
È indispensabile, da questo punto di vista, che l’Europa abbia il coraggio di fare un salto di immaginazione. Nel 1951, sei Paesi che uscivano da una guerra devastante decisero di mettere in comune, sotto un’Alta Autorità sovranazionale, la sovranità sul carbone e sull’acciaio. I settori strategici dell’epoca: le due materie prime della guerra e dell’industria di base. Lo fecero per rendere, con un grande patto di solidarietà produttiva, «materialmente impossibile» la guerra e per rendere viceversa possibile l’avvio di un processo politico di integrazione.
Per ragioni analoghe credo che oggi sia giunto il tempo di una CECA digitale o quantomento di un consorzio sovranazionale europeo che metta in comune potenza di calcolo, infrastrutture cloud, dati e capacità di addestramento dei grandi modelli, considerandoli una risorsa strategica e, per quanto possibile, un bene comune europeo.
Ma controllo pubblico significa anche giustizia fiscale. Se una parte crescente della ricchezza viene prodotta attraverso dati, infrastrutture e tecnologie che coinvolgono l’intera collettività, chi trae profitti enormi da questa economia deve contribuire in proporzione al bene comune.
Non basta: controllo pubblico significa infine porre limiti dove è in gioco la vita umana — ed è per questo che servono anzitutto limiti internazionali vincolanti allo sviluppo e all’impiego delle armi autonome — ma anche tutelare la qualità e la dignità del lavoro.
Servono regole sulle modalità con cui vengono addestrati i sistemi di IA, valutazioni rigorose sulle conseguenze che queste tecnologie producono nel mondo del lavoro, nella scuola, nella pubblica amministrazione. Da questo punto di vista, l’Europa fa bene a occuparsi di regolazione. Ma la regolazione, da sola, non basta.
Se ci limitiamo a stabilire le regole di un mercato nel quale infrastrutture, dati, modelli e capacità di calcolo appartengono ad altri, continueremo semplicemente a essere regolatori di una sovranità tecnologica che non possediamo. Per questo si pone in ultima istanza il problema della proprietà pubblica dei mezzi e dei sistemi di produzione e di una autonoma capacità industriale europea.
9. Complementare al controllo pubblico dall’alto è il controllo dell’intelligenza artificiale dal basso, da parte dei lavoratori. È il nono punto, che va rivendicato ed esercitato in due direzioni.
Occorre anzitutto stabilire il principio per il quale, se l’IA modifica mansioni, tempi e sistemi di controllo sul lavoro, la sua introduzione deve passare dalla contrattazione collettiva. Ma, una volta integrata l’intelligenza artificiale nel ciclo produttivo, occorre portare la contrattazione dentro l’algoritmo.
Ciò significa, innanzitutto, rivendicare il diritto di sapere come un algoritmo valuta le nostre prestazioni, assegna i turni, determina i nostri tempi di lavoro, ci classifica e può arrivare a incidere persino sul nostro licenziamento. Significa inoltre avere il diritto di chiedere conto di quella decisione non a una macchina, ma a un essere umano.
10. Vi è infine un ultimo punto che non va smarrito e al quale anche Dario Ginefra, ancora su Rinascita, ci ha richiamato. Ha a che fare con l’identità e con il profilo politico-filosofico che dobbiamo proporre.
L’enciclica, nel solco della dottrina sociale della Chiesa e nella prospettiva dell’umanesimo integrale, indica come obiettivo ultimo quello di «custodire la persona umana». La sinistra europea deve combattere la medesima battaglia.
Una battaglia che non riguarda soltanto il controllo dell’intelligenza artificiale e della tecnica ma, più radicalmente, la direzione che intendiamo imprimere al progresso perché investe il modo in cui la nostra civiltà deve concepire il proprio posto nel mondo.
Non possiamo avere tentennamenti. Dobbiamo contrastare l’idea secondo la quale si debba favorire, tramite la tecnica, il superamento dei limiti biologici dell’umano. È la promessa dell’uomo “potenziato”, la suggestione del transumano, del postumano, nella quale si annida il cuore di tenebra della post-modernità.
Non è fantascienza, sono progetti reali: dalle interfacce cervello-computer per aumentare le capacità cognitive alle tecnologie per estendere indefinitamente la vita. Noi dobbiamo al contrario rivendicare l’umano nella sua irriducibilità.
E in cosa consiste, al fondo, l’irriducibilità dell’umano? Nella capacità di provare emozioni ed empatia, di vivere il dolore e la gioia, nell’avere dubbi, coltivare inquietudini, nell’essere attraversati dalle passioni, nell’essere trasportati dall’amore. Nella possibilità di sbagliare, di cambiare idea, di cercare un senso nella nostra finitudine.
La dimensione dell’umano non è riducibile all’algoritmo proprio perché, in ultima istanza, possiede un limite e ne è consapevole. E dunque si dota di un criterio morale fondato precisamente sulla consapevolezza del limite, perché il potere della tecnica non può diventare la misura del bene. E sulla consapevolezza che il poter fare tecnicamente qualcosa non basta a renderlo doveroso.
Il progresso non consiste allora nel superare ogni limite ma nel fare meglio ciò che ci fa vivere meglio, da esseri umani fragili, limitati, in pace tra loro.
Serve in definitiva una politica capace di proteggere l’imperfezione dell’umano invece di volerla correggere o persino cancellare. Capace di governare la tecnica senza esserne governata; di usare la potenza dell’intelligenza artificiale senza trasformarla in una pretesa di onnipotenza.
Una tecnica senza limite produce un uomo senza libertà; una tecnica governata dall’uomo può diventare invece strumento della sua libertà. Per affermarlo è decisivo il pensiero teologico, la forza morale della Chiesa, ma è indispensabile anche l’autorità laica della politica e della sinistra, capace di orientare, con il consenso e con le leggi, i comportamenti individuali e collettivi.
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