L'ingorgo per l'Eliseo

Samuele LucidiApprofondimenti
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ANSA

Gli ultimi anni della presidenza di Emmanuel Macron, segnati da un marcato calo della sua legittimazione politica e dall'impossibilità, sancita dalla Costituzione, di candidarsi a un terzo mandato consecutivo, hanno aperto una fase di instabilità e fermento senza precedenti nella storia della Quinta Repubblica francese. Dallo scioglimento anticipato dell'Assemblée nationale, nell'estate del 2024, il presidente ha scelto di «tirare a campare anziché tirare le cuoia»: ha nominato ben tre primi ministri - Barnier, Bayrou e, da ultimo, Lecornu - tutti alla guida di governi di minoranza, concentrando al contempo gran parte della propria azione sulla politica estera, mentre sul fronte interno ha quasi ignorato le piazze che ne chiedevano le dimissioni al ritmo dello slogan cantilenante «Macron-démission!». Oggi il panorama politico francese si presenta profondamente frammentato. Il centro, sempre più indebolito sul piano elettorale, vede gli eredi del macronismo contendersi la leadership di uno spazio in progressiva contrazione, che poggiava non tanto sulla stabilità organizzativa del partito Renaissance, fluido e disintermediato, quanto sul carisma personalistico dello stesso presidente. A sinistra, invece, permane la frattura tra la componente più radicale, poco incline ai compromessi in vista dell'egemonia costruita nel proprio campo, e le forze più moderate, che puntano a condizionarne e temperarne l'agenda nel tentativo di coniugare autonomia politica e unità elettorale. Sul versante opposto, la destra radicale guidata da Marine Le Pen e Jordan Bardella continua a consolidare il proprio consenso, attestandosi ai vertici dei sondaggi. In questo quadro, dai contorni ancora incerti, si assiste a una vera e propria proliferazione di candidature in vista delle elezioni presidenziali del prossimo anno: tra annunci ufficiali e ipotesi accreditate, se ne contano già una quarantina. Un'affollata corsa all'Eliseo che rende necessario fare chiarezza fin d'ora, dal momento che la campagna elettorale può ormai considerarsi avviata.

Le regole del gioco e il calendario elettorale

Il Presidente della Repubblica francese è eletto a suffragio universale diretto con un sistema uninominale maggioritario a doppio turno. Dalla riforma costituzionale del 2000, l'elezione si tiene ogni cinque anni. Le date della prossima tornata sono già state fissate dal Consiglio dei ministri: il primo turno si svolgerà domenica 18 aprile 2027, mentre l'eventuale ballottaggio è in programma per il 2 maggio. L'accesso alla competizione, tuttavia, non è aperto a tutti. Ogni aspirante, oltre a soddisfare i requisiti fondamentali, come la cittadinanza francese e la maggiore età, deve superare il filtro dei 500 parrainages (sponsorizzazioni): firme autografe di eletti locali e parlamentari provenienti da almeno trenta dipartimenti diversi. Si tratta di uno scoglio tutt'altro che trascurabile: nel 2022 tredici candidati furono costretti a ritirarsi proprio perché incapaci di raccogliere il numero di sottoscrizioni richiesto. Inoltre, per limitare la frammentazione, diversi schieramenti stanno valutando l'organizzazione di elezioni primarie, sebbene molti dei principali leader continuino a opporvisi con fermezza. ** Il Centro: l’eredità contesa del Macronismo **

Nel blocco centrale, la questione della successione a Macron resta un nodo ancora irrisolto. L'area governativa si trova orfana di un erede naturale, dando vita a un duello fratricida tra due ex Primi ministri: Édouard Philippe, sindaco di Le Havre e leader del piccolo partito filomacronista di centrodestra Horizons, e Gabriel Attal, il millennial che da due anni guida Renaissance. Entrambi hanno avviato un timido percorso di "emancipazione" dalla figura del Presidente, nel tentativo di intercettare l'elettorato della destra moderata. Sul fronte dei Républicains, lo storico partito gollista di centrodestra, che negli ultimi anni ha subito una profonda contrazione elettorale e ha quindi cercato di fare sponda con i macronisti, la situazione è altrettanto complessa. Sebbene il presidente del partito ed ex ministro dell’interno Bruno Retailleau sia stato ufficialmente designato candidato ufficiale nell'aprile 2026, la sua leadership continua a essere contestata internamente. Figure come David Lisnard premono per l'organizzazione di una primaria aperta, mentre altri settori influenti del partito, riconducibili a Laurent Wauquiez, sembrano orientati a sostenere una candidatura di Édouard Philippe pur di evitare l'irrilevanza elettorale. A complicare ulteriormente il quadro contribuisce la scissione guidata dall'ex segretario e sindaco di Nizza Éric Ciotti, che negli ultimi due anni ha dato vita all’Union des droites pour la République (UDR), una formazione più incline al dialogo con la destra radicale lepenista che con i centristi e dunque sostenitrice di una coalizione delle destre «all'italiana».

La Sinistra: (ancora) Mélenchon contro i moderati

A sinistra, la coalizione del Nouveau Front Populaire, nata in occasione delle elezioni legislative del 2024 per federare tutte le forze progressiste contro il rischio di una vittoria della destra radicale, ha avuto vita assai breve. La frattura emersa già all'indomani di quelle elezioni, quando i partiti che ne facevano parte non riuscirono a trovare una quadra sul nome da proporre all'Eliseo per la carica di Primo ministro, non si è certo ricomposta in vista delle presidenziali. Da un lato, la figura dominante di Jean-Luc Mélenchon, leader de La France Insoumise, il partito-movimento egemone a sinistra, punta alla sua quarta candidatura all'Eliseo, forte di un'organizzazione fluida ma efficiente e di sondaggi che continuano a indicarlo come il candidato più competitivo del campo progressista. Mélenchon rifiuta categoricamente l'idea di primarie unitarie, definendole un percorso senza sbocchi, e punta a capitalizzare il proprio ruolo di guida della gauche-gauche. Dall'altro lato, il resto della sinistra, in particolare socialisti, comunisti ed ecologisti, continua a cercare disperatamente una sintesi. Personalità “antimélenchoniane” come Raphaël Glucksmann, l'ex presidente François Hollande e l'ex primo ministro Bernard Cazeneuve restano in campo: pur non avendo ancora ufficializzato una candidatura, sono tutti impegnati nei preparativi e hanno manifestato la propria disponibilità a correre per l'Eliseo. Sebbene sia stata ipotizzata una primaria della gauche unitaire nell'ottobre 2026, i rifiuti di Mélenchon e del segretario comunista Fabien Roussel rischiano di trasformarla in un esercizio monco. Su ogni trattativa continua così ad aleggiare il timore di un nuovo "scenario 2002", quando la dispersione del voto a sinistra portò all'eliminazione del candidato socialista Lionel Jospin al primo turno a vantaggio dell'allora leader del Front National Jean-Marie Le Pen.

La Destra Radicale: La volta buona di Marine Le Pen? Contrariamente agli altri blocchi, la destra radicale si presenta come l'attore più compatto. Marine Le Pen è la chiara favorita, con sondaggi che la collocano stabilmente oltre il 30%. La sua candidatura, rimasta a lungo in bilico per questioni giudiziarie, ha ricevuto il via libera definitivo nel luglio 2026, quando una sentenza d'appello ha ridotto la durata della sua ineleggibilità, rendendola nuovamente eleggibile in vista delle presidenziali del 2027. Con ogni probabilità, la candidata dovrà indossare il braccialetto elettronico per tutta la durata della campagna elettorale, un elemento che potrebbe persino trasformarsi in un vantaggio, contribuendo alla storica strategia di dédiabolisation, se non addirittura di "martirizzazione", perseguita da sempre dal partito. Al suo fianco, il giovanissimo Jordan Bardella ricopre il ruolo di potenziale Primo ministro, in un binomio che il Rassemblement National presenta come pronto a governare. Resta l'incognita di Éric Zemmour, il giornalista di estrema destra e leader di Reconquête, già candidato alle presidenziali del 2022, che non esclude una nuova corsa all'Eliseo. La sua capacità di attrarre consensi, tuttavia, appare oggi ridimensionata dalla crescente forza del partito lepenista.

Nodi da sciogliere e Prospettive Dunque, le presidenziali del 2027 rappresentano un appuntamento cruciale per la politica francese ed europea. Oggi più che mai, il Presidente della Repubblica francese si impone come interlocutore privilegiato nel rapporto tra gli Stati membri dell'Unione europea e gli USA di Donald Trump, che, non a caso, favoriscono le “vecchie” relazioni bilaterali rispetto a considerare l’UE come attore unitario. In questo quadro, il fatto che all'Eliseo sieda un presidente centrista, di sinistra o di destra radicale fa tutta la differenza. L'elevata frammentazione del sistema partitico è il sintomo della crescente difficoltà delle forze politiche nel rispondere alle domande dell'elettorato. Per questo, una parte sempre più ampia dei francesi potrebbe decidere di affidarsi a chi, al contrario, offre un'immagine di solidità e compattezza e da anni bussa alle porte dell'Eliseo. Solo la responsabilità delle altre forze politiche, che passa innanzitutto attraverso candidature comuni e, dove necessario, desistenze elettorali, potrebbe scongiurare lo scenario di una Marine Le Pen «sul trono di Francia». Al di là dell'esito elettorale, resta poi aperta per i francesi una questione ancora più profonda: rifondare le basi della Repubblica. La Quinta Repubblica sembra infatti attraversare una crisi di legittimazione delle proprie istituzioni che va ben oltre la contingenza politica e che nessun futuro presidente potrà permettersi di ignorare.

Samuele Lucidi

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