L’inconscio della nazione americana tra disumanizzazione e volontà di dominio.

Dalla retorica dell’amministrazione Trump al massacro di Gaza e Cisgiordania, fino al dibattito italiano sulla giustizia minorile: come la costruzione del “nemico” erode il principio di umanità su cui si fondano le democrazie.

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ANSA

Negli ultimi mesi gli Stati Uniti hanno assistito a una sequenza di fatti che, presi singolarmente, potrebbero apparire come l’ennesima radicalizzazione del linguaggio politico. Considerati nel loro insieme raccontano invece una trasformazione più profonda. Donald Trump continua a descrivere gli avversari democratici come una minaccia esistenziale per il Paese e promette di usare ogni leva dello Stato per “ripulire” l’America dai suoi nemici. Stephen Miller interpreta l’immigrazione come un’invasione da respingere con strumenti straordinari e presenta il conflitto politico come una battaglia per la sopravvivenza della nazione. Marco Rubio, intervenendo sulle proteste pro-palestinesi nei campus universitari, ha sostenuto la necessità di espellere studenti stranieri e colpire con durezza chi, a suo giudizio, sostiene organizzazioni ostili agli Stati Uniti, facendo progressivamente scivolare il dissenso sul terreno della sicurezza nazionale.

Nello stesso tempo, alcune tra le più prestigiose università americane, da Harvard a Columbia, sono diventate il teatro di uno scontro senza precedenti. La lotta all’antisemitismo, doverosa e imprescindibile, si è intrecciata con pesanti pressioni politiche e amministrative che hanno sollevato interrogativi sulla libertà accademica e sul diritto al dissenso. Quando il confine tra critica politica, manifestazione e minaccia alla sicurezza viene definito sempre più dal potere esecutivo, una democrazia dovrebbe interrogarsi su ciò che sta accadendo. Non sono episodi isolati. Sono i sintomi di un mutamento più profondo. Ci parlano del riemergere di un immaginario nel quale l’avversario non è più un interlocutore della contesa democratica, ma un nemico da neutralizzare. È questo il passaggio decisivo. Ed è qui che la politica incontra l’inconscio della nazione.

Le parole non sono mai innocenti. Non descrivono soltanto la realtà: la costruiscono. E quando vengono pronunciate da chi esercita il potere finiscono per ridisegnare il confine tra ciò che una democrazia considera legittimo e ciò che, lentamente, finisce per ritenere accettabile. Le democrazie a volte cadono con un colpo di Stato. Più spesso si consumano attraverso un’erosione lenta e quasi impercettibile.

La storia del Novecento ci insegna che ogni deriva autoritaria è stata preceduta da un’opera sistematica di disumanizzazione. L’altro smette di essere una persona e diventa una categoria: come gli antifa oggi. Da quel momento la violenza appare come uno strumento necessario per difendere la società. Hannah Arendt aveva colto con lucidità questo meccanismo. I regimi autoritari non governano soltanto attraverso la forza. Governano trasformando il modo in cui una comunità immagina sé stessa e il proprio nemico. Umberto Eco, nel suo celebre Fascismo eterno, ricordava che l’ossessione del complotto e del nemico interno è uno dei tratti permanenti delle culture illiberali. Judith Butler ha mostrato come esistano vite che una società considera pienamente degne di essere protette e altre che cessano progressivamente di esserlo. È in questa gerarchia dell’umano che si apre la strada alla violenza.

Per comprendere fino in fondo ciò che accade oggi negli Stati Uniti bisogna forse spingersi oltre la cronaca politica e interrogare la storia più intima e meno presentabile. Ogni popolo custodisce una memoria profonda fatta di miti, paure, simboli e rimozioni. Negli Stati Uniti convivono due narrazioni opposte. Da una parte la Costituzione, Abraham Lincoln, il New Deal, Martin Luther King, il movimento per i diritti civili, la faticosa emancipazione afroamericana. Dall’altra la conquista violenta della frontiera, la schiavitù, la segregazione razziale, il suprematismo bianco, il maccartismo, le armi. Sono due anime che continuano a contendersi il significato stesso dell’America.

Non è un caso che uno dei film fondativi della storia del cinema sia stato Nascita di una nazione di D.W. Griffith. Un capolavoro tecnico che è anche una delle più potenti opere di propaganda razzista mai realizzate. Griffith raccontava la guerra civile trasformando gli afroamericani in una minaccia e celebrando il Ku Klux Klan come salvatore della Repubblica. Quel film non inventava il razzismo americano. Gli dava forma, immagini, eroismo. Parlava all’inconscio della nazione, rendendo legittime paure e fantasmi già presenti nella società.

La politica compie spesso la stessa operazione. Costruisce immagini prima ancora che programmi. Crea figure simboliche capaci di condensare paure, frustrazioni e risentimenti collettivi. È così che nasce il nemico interno. Sarebbe un errore stabilire equivalenze meccaniche tra contesti storici diversi. Ma sarebbe altrettanto irresponsabile non riconoscere un meccanismo ricorrente: la disumanizzazione.

Lo vediamo nella politica americana quando l’oppositore viene rappresentato come un pericolo esistenziale anziché come un avversario democratico. Su questo terreno, oggettivamente eversivo, Trump sta testando la tenuta democratica del suo Paese e, in forme surrettizie, anche quella dei Paesi europei, compreso il nostro. Difficile non vedere nell’ascesa di Vannacci una strategia piuttosto raffinata di utilizzo dell’algoritmo, in uno scontro tutto interno all’Internazionale sovranista.

In Palestina la devastazione materiale, l’altissimo numero di vittime civili, la fame, le esecuzioni, gli sfollamenti e le ripetute denunce delle Nazioni Unite interrogano la coscienza del mondo. Una vera e propria strategia fondata su terrore e deportazione. Quando un’intera popolazione viene progressivamente percepita come un corpo indistinto identificato con il nemico, la disumanizzazione diventa il terreno sul quale arretrano il diritto internazionale umanitario e il principio stesso di umanità che dovrebbe contenere ogni conflitto. Si afferma così sul campo, giorno dopo giorno, l’ideologia suprematista, coloniale: non tutti gli uomini sono uguali, e neanche tutti i bambini, perché visti come potenziali terroristi.

In Italia questo processo assume forme meno drammatiche, ma non per questo meno significative. La crescente insicurezza percepita nelle nostre città ha alimentato la tentazione di trasformare gli adolescenti nel nuovo nemico. La proposta di rendere automaticamente imputabili i minori tra i quattordici e i diciotto anni, superando l’accertamento della loro effettiva maturità previsto dalla giustizia minorile, risponde alla stessa logica: semplificare la complessità dell’età evolutiva trasformandola in un problema di ordine pubblico.

Eppure sappiamo che gli istituti penali minorili attraversano una crisi profonda: sovraffollamento, carenza di educatori e personale, rivolte, episodi di autolesionismo e crescenti difficoltà nel garantire quella funzione rieducativa che l’articolo 27 della Costituzione assegna alla pena. Molti di quei ragazzi provengono da contesti di marginalità, povertà educativa e reclutamento criminale. Devono certamente rispondere delle proprie azioni. Ma ridurli esclusivamente al reato commesso significa cancellarne la storia, la vulnerabilità e la possibilità stessa del cambiamento. Anche questa è una forma di disumanizzazione: meno appariscente di altre, ma altrettanto insidiosa, perché abitua una società a considerare alcuni giovani non più come persone da educare, bensì come problemi da contenere o, peggio ancora, bersagli da colpire a scopo elettorale, soprattutto se giovanissimi di seconda generazione.

Donald Trump non è soltanto la causa di questa stagione politica. Ne è anche il sintomo. Da almeno quarant’anni la democrazia americana convive con disuguaglianze crescenti, impoverimento del ceto medio, precarizzazione del lavoro, crisi della rappresentanza e perdita di fiducia nelle istituzioni. Quando la promessa democratica smette di produrre speranza, cresce la disponibilità ad affidarsi a chi promette protezione e ordine attraverso l’individuazione di un nemico. È una lezione che riguarda anche l’Europa.

Le democrazie si difendono ricostruendo giustizia sociale, riducendo le disuguaglianze, investendo nella scuola, nella cultura e nei luoghi della partecipazione. Una società più giusta è anche una società meno esposta alla seduzione della paura, del rancore e della violenza. In questo senso dare valore alla dimensione progressiva della nostra Costituzione rimane strategico.

La prima vittima di ogni deriva autoritaria non è la libertà. È la negazione dell’umanità dell’altro da sé. E dunque, in ultima analisi, anche della nostra. Quando l’avversario diventa un nemico, quando il migrante diventa un invasore, quando i palestinesi cessano di essere persone e vengono ridotti a target, quando un adolescente diventa soltanto un “maranza” o il dissenso viene trasformato in tradimento, allora la democrazia ha già iniziato a perdere sé stessa.

Difendere la democrazia significa allora difendere qualcosa che precede persino le istituzioni: la capacità di riconoscere nell’altro un essere umano portatore della stessa dignità che rivendichiamo per noi. È lì, nell’inconscio della nazione, che si decide il futuro della libertà. La sfida decisiva del nostro tempo è proprio questa: impedire che la politica trasformi la paura in identità e la disumanizzazione in governo. Perché una democrazia comincia a morire quando smette di riconoscere il volto umano dell’altro.

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