L’impero vive a debito
Dollaro, welfare e spesa militare: il debito americano rivela le fragilità di un’egemonia. Una crisi che può travolgere anche il risparmio europeo.

ANSA
Era il 1989, l’anno della fine della guerra fredda: il muro di Berlino venne giù e l’Unione Sovietica si dissolse poco dopo. Nel 1992 Francis Fukuyama scrisse il libro che avrebbe definito quell’epoca: The End of History and the Last Man, la fine della storia. Non la fine degli eventi, intendeva, ma la fine della lotta tra idee: il liberalismo occidentale aveva vinto, definitivamente, e non restava altro che amministrare il trionfo.
Era il 2008 e la storia riprese il suo corso. Gli Stati Uniti si trovarono ad affrontare una catastrofe finanziaria che aveva un solo precedente, quasi un secolo prima: nel 1929, nella crisi che portò alla Grande Depressione. Era il 2008 e la crisi dei mutui subprime mostrò a tutti come una grande banca americana potesse fallire. Era la Lehman Brothers, e dal suo fallimento si impose nell’uso comune l’espressione too big to fail, perché subito dopo si capì che anche le più grandi banche americane — la JP Morgan, la Morgan Stanley, la Bank of America, la Goldman Sachs — avrebbero fatto la stessa fine se non fossero state salvate dal Tesoro americano.
Era il 2008, quando si comprese chiaramente che gli Stati Uniti vivevano al di sopra delle loro possibilità, si indebitavano in maniera incontrollata rivendendo il debito sui mercati dei titoli e concedendo credito senza chiedere le adeguate garanzie. Si scoprì così il fenomeno della cartolarizzazione del debito: migliaia di mutui impacchettati e rivenduti come titoli, con un credito che sarebbe rientrato solo dopo molti anni; e con quei soldi si acquistavano titoli di Stato e obbligazioni, in una catena in cui ogni rendimento poggiava sulla stessa promessa — su soldi che non c’erano ancora, e che forse non ci sarebbero mai stati.
Era il 2008 quando Henry Paulson, segretario al Tesoro dell’amministrazione Bush, dovette salvare tutto il sistema bancario-finanziario americano con un piano da 700 miliardi di dollari pubblici. Da lì l’epidemia contagiò le grandi banche europee — il Credit Suisse, il Banco de Santander, la Royal Bank of Scotland, la UBS —, esposte sull’immobiliare e su quelli che presto furono definiti «tossici». Era il 2009 e l’intervento pubblico di salvataggio delle banche coinvolse anche l’Europa. Gli Stati dovettero ricapitalizzare o nazionalizzare le banche in crollo per evitare il collasso sistemico. Così il massiccio salvataggio pubblico trasferì centinaia di miliardi di debiti privati direttamente sui bilanci degli Stati.
Era il 2010 quando la Troika — il gruppo di controllo costituito da Commissione europea, Fondo monetario internazionale e Banca centrale europea — diede l’ok a un prestito di 110 miliardi di euro alla Grecia per evitare il default del Paese, dovuto all’aumento esponenziale del debito, in cambio di una serie di tagli al welfare. Nasce la stagione dell’austerity. Era il 2011 e nel novembre di quell’anno Il Sole 24 Ore titolava «Fate presto», mentre l’Italia, presa nel mirino dalla speculazione sui debiti sovrani, vedeva il suo spread raggiungere i 570 punti rispetto ai Bund tedeschi.
Era il 2012 quando gli allora 17 paesi dell’eurozona fondarono il MES — Meccanismo europeo di stabilità —, il Fondo salva-Stati da 700 miliardi di euro, che applicava ad altri Stati europei considerati a rischio insolvenza il metodo dell’austerity sperimentato in Grecia. Fu in quel frangente dei primi anni Dieci che si scoprì l’Europa a due velocità, quei paesi PIGS — Portogallo, Italia, Grecia, Spagna. Furono gli anni in cui il sistema neoliberista, che aveva toccato il suo apice durante la presidenza Clinton — con la Fed presieduta da Alan Greenspan —, si logorò proprio a causa della deregulation, come se nessuno potesse più imporre al capitalismo finanziario alcuna regola né legge. Il re si scoprì nudo, l’impero si scoprì poggiare su piedi di argilla. La storia, che doveva essere finita, cominciava invece a chiedere il conto ai presunti vincitori.
Siamo nel 2026 e ai primi di settembre il Tesoro americano — il segretario Scott Bessent — annuncia il rafforzamento della politica del buy-back, in risposta al rialzo dei tassi di interesse sui titoli di Stato americani a trent’anni che hanno raggiunto il 5,6%, il livello più alto dal 2002. Si tratta di un’operazione con cui il governo compra indietro i propri titoli a lunga scadenza, rifinanziandoli con debito a breve termine. Comprare il proprio debito con altro debito per calmare il mercato. Una mossa che dovrebbe servire ad abbassare i tassi, perché ormai gli Stati Uniti pagano oltre 1.000 miliardi di dollari l’anno di interessi sul debito — più dell’intero budget del Pentagono — e il sistema inizia a preoccupare. La mossa è stata criticata perché rappresenta un ulteriore segnale di sfiducia su una situazione che si dimostra sempre più pericolosa sul piano finanziario.
Non siamo più nel 2008: di fronte a una crisi finanziaria, la situazione di oggi sarebbe molto più critica rispetto a quella di allora, dopo anni in cui gli Stati Uniti così come l’Europa hanno adottato politiche espansive sul piano del riarmo e della spesa militare — con i soli Stati Uniti che hanno speso 4.500 miliardi di dollari in cinque anni. Una spesa che si è sommata ai grandi sforzi per affrontare l’inflazione incontrollata post-Covid dovuta al blocco delle catene di approvvigionamento, un’inflazione anomala e con pochi precedenti, arrivata dopo anni di deflazione.
In questa situazione gli Stati Uniti si ritrovano con oltre 40.000 miliardi di dollari di debito: il più grande del mondo, con un rapporto debito/PIL attorno al 124%. Per capire la scala: l’Italia è intorno ai 3.200 miliardi di euro, il 138% del PIL; la Francia ne conta 3.600, il 119% del PIL, un livello che non si registrava dal 1946; l’Inghilterra quasi 3.000 miliardi di sterline, il 94% del PIL; l’Europa dell’euro, nel suo insieme, circa 14.000 miliardi di euro; la Cina circa 19.700 miliardi di dollari, oltre il 90% del PIL; la Russia — dopo anni di guerra e sanzioni — solo poco più di 500 miliardi di dollari.
Siamo nel 2026 e il debito americano ha assunto proporzioni enormi. Non sarebbe allarmante se fosse gestibile da un avanzo primario, tassi di crescita elevati, credibilità e solidità del sistema bancario. Ma è qui il punto: i tassi crescono perché la fiducia sta calando. Il debito americano — 40.000 miliardi di dollari, per oltre 9.000 detenuti all’estero — ha subito negli ultimi decenni una mutazione. Quello che era un debito detenuto dalle banche centrali degli altri Stati, considerato bene rifugio, sta cambiando in maniera radicale. In particolare la Cina, grande detentrice di debito americano, ha venduto moltissimi Treasury, diversificando i suoi investimenti: ne deteneva 1.070 miliardi di dollari alla fine del 2020, oggi 618. Un calo così rapido (oltre il 40%) da parte del principale produttore del mondo preoccupa. Il problema, però, non è solo l’uscita della Cina: oggi le banche centrali straniere detengono solo circa il 40% dei Treasury esteri, contro quasi il 60% in mani private. Questa progressiva uscita degli Stati è stata rimpiazzata sempre di più dall’ingresso di altri Stati che alimentano molti dubbi.
Se guardiamo la classifica dei creditori esteri — Giappone al primo posto con 1.104 miliardi di dollari, con tutti i suoi problemi finanziari noti; Regno Unito al secondo con 998; Cina al terzo con 618; poi Belgio con 471, Isole Cayman con 460, Lussemburgo con 442, Svizzera con 285 — vediamo come il progressivo disimpegno di Pechino sia stato riempito da Stati che sono considerati paradisi fiscali. I soldi prestati all’America non arrivano più da grandi Stati con grandi banche centrali, ma da centri di speculazione. E la speculazione chiede sempre altra speculazione: la mutazione in atto è quella che vede il debito americano da bene rifugio a bene speculativo, da qui una delle principali ragioni dell’aumento dei tassi.
Sul fronte interno le cose non vanno meglio. Una parte consistente del resto — quasi 8.000 miliardi di dollari — è detenuta da una serie di fondi che appartengono allo Stato americano e che tengono in piedi l’intero sistema del welfare del Paese. Il Social Security è un fondo che detiene oltre 2.500 miliardi di titoli speciali del debito americano. Altre migliaia di miliardi sono invece detenute dai fondi che gestiscono le pensioni dei militari e dei dipendenti pubblici americani, altri ancora da quelli che gestiscono parte del sistema sanitario. Per anni lo Stato americano ha investito la tassazione diretta dei lavoratori — la busta paga di ogni americano — in titoli di Stato che ha emesso a se stesso, spendendo le eccedenze non solo per il welfare ma per la spesa corrente generale: guerre, riforme fiscali, deficit di bilancio.
Quei titoli speciali serviranno a pagare le pensioni, e la scadenza di sistema è il 2032 per il fondo pensioni, il 2034 per i fondi complessivi. Finora il meccanismo è stato sostenibile: i lavoratori americani erano in grado di coprire le pensioni e l’assistenza. Ma dal 2021 il fondo spende più di quanto incassi. Nel 2025 le riserve dei fondi della Social Security sono scese di 160 miliardi di dollari: le pensioni pagate hanno superato i contributi incassati, e la differenza è stata coperta incassando i titoli del Tesoro detenuti dal fondo.
Da qui al 2034 il Tesoro dovrà rimborsare alla Social Security circa 2.500 miliardi di titoli. Per farlo dovrà raccogliere altrettanto denaro sul mercato: il debito complessivo cambia poco, ma cresce la parte in mano agli investitori. Lo squilibrio è strutturale e già in corso: il disavanzo annuo della Social Security vale oggi lo 0,8% del PIL e salirà fino a un massimo del 2,4% intorno al 2085. Quando nel 2032 finiranno le riserve, quella differenza non potrà più essere coperta e, se il Congresso non interviene, si tradurrà in un taglio delle pensioni.
Gli americani continuano a immaginare un welfare che verrà pagato dalle generazioni successive, e sulla scommessa che il sistema economico-finanziario che negli ultimi 50 anni si è basato sul loro status di superpotenza debba durare ancora per molti decenni. Per finanziare i propri eccessi, le politiche fiscali e i consumi incontrollati, fino a oggi gli Stati Uniti hanno contato sulla potenza del dollaro.
Era il 1974, quando il segretario di Stato Henry Kissinger e il segretario al Tesoro William Simon volarono a Riad per siglare lo storico accordo bilaterale tra Stati Uniti e Arabia Saudita, in risposta alla crisi petrolifera degli anni precedenti tra Usa e paesi dell’OPEC. Si stabilì che l’Arabia Saudita (e poi l’OPEC) avrebbe venduto il proprio petrolio esclusivamente in dollari USA e reinvestito i surplus di denaro (i petrodollari) nei titoli di debito pubblico americano. In cambio gli Stati Uniti offrivano la garanzia di protezione militare totale per il regno saudita, forniture di armi all’avanguardia e assistenza tecnologica per la modernizzazione del paese.
Il risultato geopolitico fu il definitivo superamento di Bretton Woods. In questo modo gli USA riuscirono a sostituire l’oro con l’oro nero: qualunque nazione del pianeta avesse bisogno di acquistare petrolio per far funzionare le proprie fabbriche e centrali era costretta a comprare e accumulare dollari per pagare i paesi produttori. Questa immensa e perenne domanda globale ha permesso al dollaro di mantenere saldamente lo status di principale valuta di riserva mondiale e soprattutto mise gli Stati Uniti nella condizione di poter stampare valuta in quantità assai superiore a quella richiesta dal proprio consumo interno — stime della Fed indicano che oltre la metà dei biglietti circola all’estero —, una grande emissione di moneta su scala planetaria che permette di finanziare il debito senza incorrere in un rischio immediato di inflazione.
Era il 2022 quando, durante il vertice arabo-cinese di Riad, la Cina esplicitò la richiesta di regolare i pagamenti energetici tramite lo Shanghai Petroleum and Natural Gas Exchange, sancendo una svolta politica nel commercio globale. Sebbene l’accordo politico e le aperture dichiarate da Riad siano storici, gli scambi effettivi in valuta cinese avvengono in modo graduale, coesistendo con il predominio del dollaro. Tuttavia, anche solo la possibilità di un’altra moneta come alternativa al dollaro sul piano internazionale degli acquisti tra Stati — in particolare per il petrolio e, in generale, per le materie prime — sta creando una sfiducia sul futuro del dollaro come valuta di scambio globale.
Lo dimostra quanto sta succedendo sul mercato dell’oro, sempre di più viene considerato il bene rifugio e che ha vissuto un’ascesa vertiginosa delle quotazioni — record storico a quasi 5.600 dollari l’oncia a fine gennaio 2026, dopo che le banche centrali avevano comprato più di mille tonnellate all’anno per tre anni consecutivi, dal 2022 al 2024 — e che dà il polso di come sia un intero ordine mondiale a essere minacciato, al punto che non sono pochi gli opinionisti che credono che le guerre che si stanno sempre più scatenando sul pianeta non siano altro che una mossa coercitiva per tenere l’egemonia economica sull’intero pianeta.
Era il febbraio del 2026 quando, con l’operazione Epic Fury e sotto forti pressioni da parte di Israele, Donald Trump ordinò il bombardamento dell’Iran, uccidendo la Guida suprema Ali Khamenei. La risposta dell’Iran — il bombardamento delle basi militari USA in Kuwait, negli Emirati Arabi, in Arabia Saudita, in Iraq — ha fatto vacillare non solo gli accordi del 1974, ma l’intero sistema finanziario che regge l’egemonia statunitense, mettendo in seria discussione il sistema dei petrodollari: gli Stati Uniti si stanno rivelando incapaci di rispettare la parte dell’accordo in cui si garantiva protezione militare ai paesi dell’OPEC. Questo si aggiunge alla chiusura dello stretto di Hormuz e alla minaccia di chiusura sul Mar Rosso, in una situazione che in questi mesi rende evidente l’affacciarsi di una crisi finanziaria e di approvvigionamento energetico sempre più allarmante.
Tornando al debito americano: se questo non potrà essere finanziato facilmente come è sempre stato fatto dalla Fed, con le emissioni di nuova moneta — perché con un dollaro indebolito e con gli interessi in crescita questo creerebbe enormi spinte inflazionistiche —, i nodi verranno al pettine. Teniamo conto che il quantitative easing — la banca centrale che acquista massicciamente titoli sul mercato con moneta creata allo scopo, per immettere liquidità nel sistema e tenere bassi i tassi di interesse — è stato interrotto: il bilancio della Fed — la somma dei titoli che la banca centrale possiede, comprati con moneta creata allo scopo — è passato dagli 891 miliardi di dollari del 2007 ai 4.500 miliardi nel 2014 fino a 8.900 miliardi nel marzo 2022, quando gli acquisti si sono fermati per ripiegare sull’operazione inversa, il quantitative tightening — la Fed che non reinveste più i titoli in scadenza e ritira via via dal sistema la liquidità immessa —, che si è concluso il 1° dicembre 2025 con il bilancio sceso a poco più di 6.500 miliardi.
In questo periodo il debito è quasi quintuplicato: dagli 8.500 miliardi di dollari del 2006, prima della crisi dei mutui subprime, quando valeva poco più del 60% del PIL, ai 40.000 miliardi di oggi. E c’è poi un debito di cui si parla poco, che si somma a quello pubblico: il debito privato americano. Le famiglie degli Stati Uniti devono quasi 19.000 miliardi di dollari — oltre 13.000 di mutui, circa 1.300 di carte di credito pagate a tassi al 20%, oltre 1.600 di prestiti per gli studi e altrettanti per le automobili — e le imprese americane ne devono altri 24.000. Sommato al debito pubblico — e a quello degli Stati e degli enti locali —, il totale si avvicina ai 90.000 miliardi di dollari, quasi tre volte la produzione annua del paese.
Quello che si profila è un quadro dove, con i tassi di interesse in aumento, la fiducia che diminuisce e le speculazioni che si affacciano in maniera consistente, nei prossimi anni potrebbero essere messi a serio rischio la tenuta del welfare e il tenore di vita di milioni di americani. Allo stesso modo, gli Stati più esposti sul debito americano — a partire dall’Inghilterra e dal Giappone, ma anche diversi Stati europei — potrebbero subire di riflesso un effetto a valanga che non riguarda soltanto il sistema delle banche centrali: anche tutte le banche d’investimento europee, storicamente esposte sul mercato del debito americano.
Davanti a tutto ciò, c’è stato un primo tonfo dei mercati: i titoli di Stato italiani, francesi ed europei hanno iniziato a registrare rendimenti in aumento — il trentennale americano ha raggiunto il 5,6%, e il decennale si è spinto fino al 4,8%, il Bund è ai massimi da quindici anni, il BTP viaggia sopra il 4,6% — e qui va sottolineato che, rispetto all’ultima crisi dello spread, se questa dovesse ripetersi non ci sarebbe la rete che c’era nel 2011-2012, quando Mario Draghi, il 26 luglio del 2012, promise di fare tutto il necessario — whatever it takes — per salvare l’euro, promessa che si tradusse nel programma di acquisti illimitati di titoli di Stato — il cosiddetto OMT — e, dal 2015, nell’avvio del quantitative easing per la zona euro ad opera della BCE, un’operazione che andò avanti per anni e al momento è interrotta.
Oggi per assurdo abbiamo quegli strumenti che in quegli anni salvarono le banche e le economie europee, il fatto però è che è stato proprio quel salvataggio — fino a 80 miliardi di € di acquisti mensili di titoli di Stato europei — a gravare sui conti pubblici e oggi potrebbe non essere sostenibile né replicabile. Per tale ragione anche se siamo lontani da quello scenario, con uno spread a 100 punti contro i 500 di allora, i segnali sono quelli di una Banca centrale europea che alza i tassi invece di comprare titoli e nessuno sembra pronto a promettere di fare qualunque cosa serva.
L’Italia detiene direttamente titoli di Stato americani per circa 76 miliardi di dollari, ma la sua vera esposizione è un’altra: secondo i dati del Tesoro americano, gli investitori italiani — direttamente e attraverso i grandi gestori del risparmio — hanno in pancia titoli americani, azioni e obbligazioni, per oltre 200 miliardi di dollari, in crescita di oltre il 60% in tre anni, e si tratta di una stima per difetto, perché il risparmio che passa dai fondi domiciliati in Lussemburgo e in Irlanda viene conteggiato sotto quei paesi: un’esposizione enorme, e questo va detto con chiarezza.
E quando si parla dell’Italia, va detto anche che il Paese può contare su un grande risparmio privato, che va tutelato con attenzione nell’interesse dei cittadini italiani: quasi 6.500 miliardi di euro di ricchezza finanziaria delle famiglie, di cui 1.600 di liquidità, e un patrimonio complessivo che supera gli 11.000 miliardi. Bisogna iniziare a mettere limiti e paletti a una situazione che si è lasciata correre e che risulterà sempre più incontrollabile.
Se nelle immagini delle guerre vediamo i droni, le macchine guidate dall’intelligenza artificiale, i bombardamenti, i morti civili, dietro le quinte i retroscena sono mossi sempre più da una piccola percentuale del mondo, quella che resta attaccata saldamente e avidamente a un tenore di vita estremamente al di sopra delle proprie possibilità senza farsi alcuno scrupolo di esporre l’intero occidente a un debito incontrollabile.
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati