L'illusione del perimetro
Il confronto sulle primarie nasconde la vera crisi del campo largo: manca una cultura politica comune. Prima dei candidati, serve una visione del Paese.

ANSA
Il campo largo non ha ancora una cultura politica. Ha solo un perimetro. Da alcune settimane il dibattito pubblico del centrosinistra ruota attorno a una domanda apparentemente tecnica: fare o non fare le primarie per scegliere il candidato alla guida della coalizione. Si confrontano opinioni, si valutano vantaggi e rischi, si evocano nomi. Osservando il confronto con un minimo di distanza, però, emerge una sensazione diversa: le primarie sono diventate il contenitore dentro cui si riversano problemi che con le primarie hanno poco a che fare. La vera questione non riguarda la procedura di selezione di un leader, ma l’esistenza stessa di una comunità politica che quel leader dovrebbe rappresentare.
È una differenza sostanziale, perché le primarie sono uno strumento, e uno strumento funziona soltanto quando esiste già un soggetto collettivo che lo utilizza per scegliere chi debba guidarlo. Quando quel soggetto è debole, incerto o incompiuto, la procedura viene caricata di una responsabilità impropria che non può sostenere. Dietro il dibattito sulle regole si nasconde dunque una domanda più impegnativa: esiste oggi una cultura politica comune capace di tenere insieme le diverse anime del centrosinistra italiano? Oppure si sta tentando di costruire quell’identità a posteriori, attraverso la semplice investitura di una figura apicale? È probabilmente la chiave per comprendere gran parte delle difficoltà che il campo progressista incontra da anni.
Per misurare la portata di questa domanda occorre ricordare che le primarie non nacquero come strumento universale della democrazia, ma come risposta a una crisi specifica. In Italia furono introdotte quando i partiti tradizionali perdevano capacità di rappresentanza e radicamento sociale, e furono percepite come un’apertura democratica capace di restituire ai cittadini una parte del potere concentrato nelle segreterie. In quella fase il loro successo fu comprensibile, perché poggiava su un popolo del centrosinistra relativamente riconoscibile: c’erano differenze interne, sensibilità diverse, leadership concorrenti, ma anche una base culturale comune sufficiente a rendere accettabile il risultato della competizione. Chi perdeva una primaria continuava a riconoscersi nella stessa comunità politica di chi l’aveva vinta.
La storia italiana delle primarie offre un test empirico di questa condizione, e vale la pena percorrerla per intero perché conferma la regola più di quanto la contraddica. Nel 2005 le primarie dell’Unione, vinte da Romano Prodi, funzionarono perché sancivano una leadership già largamente condivisa da una coalizione che si riconosceva in un obiettivo comune: battere Silvio Berlusconi e riportare l’Italia nel cuore dell’Europa. Nel 2007 le primarie che diedero vita al Partito Democratico, vinte da Walter Veltroni, fecero invece qualcosa di diverso: non selezionarono un leader all’interno di un partito già esistente, ma fondarono il partito stesso attraverso la scelta del suo primo segretario, invertendo l’ordine naturale tra identità e leadership.
Nel 2012 le primarie tra Pier Luigi Bersani e Matteo Renzi mostrarono un partito che usava la competizione interna per gestire un conflitto generazionale e culturale non ancora risolto: il vincitore ottenne una legittimazione personale fortissima, ma quella legittimazione si scontrò presto con equilibri di partito e di coalizione che restavano tutt’altro che unificati. In ciascun caso il risultato delle primarie fu tanto più solido quanto più la comunità politica che le precedeva era già coesa, e tanto più fragile quanto più la consultazione fu chiamata a produrre, invece che a certificare, quella coesione.
Oggi la situazione è radicalmente diversa da quella del 2005. Il Partito Democratico, il Movimento Cinque Stelle e Alleanza Verdi e Sinistra non rappresentano correnti differenti di una medesima cultura politica: sono il prodotto di storie, linguaggi ed esperienze, persino antropologie politiche, differenti. Il Partito Democratico nasce dall’incontro tra culture riformiste e cattolico-democratiche. Il Movimento Cinque Stelle è figlio della crisi della rappresentanza tradizionale e della stagione populista apertasi dopo la crisi finanziaria del 2008. Alleanza Verdi e Sinistra affonda le radici nelle culture ecologiste e nella tradizione della sinistra radicale e di movimento. Esistono punti di contatto, convergenze su singole battaglie parlamentari, persino alcuni valori generali condivisi. Ma è sufficiente questo per immaginare una competizione aperta nella quale gli elettori di ciascuna forza accettino spontaneamente il risultato finale?
C’è un interrogativo di fondo che merita di essere sciolto e che va oltre la contingenza elettorale: è davvero realistico pensare che l’elettorato che si riconosce in Giuseppe Conte sosterrebbe senza riserve una leadership espressa dal Partito Democratico, nel caso in cui questa prevalesse ai gazebo? Ed è realistico immaginare che l’elettorato democratico si mobiliterebbe con entusiasmo compatto dietro una leadership proveniente dal Movimento Cinque Stelle? Non è una questione morale, non riguarda la generosità o la maturità civile degli elettori. Riguarda la natura stessa dell’identificazione politica: le persone non votano soltanto sommatorie di programmi, votano appartenenze, simboli, linguaggi e storie collettive. Quando queste appartenenze restano distinte e spesso reciprocamente diffidenti, una procedura competitiva rischia di accentuare le fratture invece di ricomporle: equivale a voler proclamare il capitano prima ancora di aver formato la squadra e di averne condiviso le regole di gioco.
Il problema investe direttamente anche il rapporto tra il sistema istituzionale italiano e il modello di leadership affermatosi negli ultimi decenni. L’Italia resta una repubblica parlamentare: un’affermazione ovvia, ma le cui implicazioni pratiche vengono costantemente rimosse. Nelle democrazie parlamentari la legittimazione dell’esecutivo deriva da un percorso che attraversa partiti, aule parlamentari, equilibri di maggioranza e mediazioni programmatiche; la figura del capo del governo emerge come sintesi dinamica di un processo collettivo. Le primarie introducono invece una logica opposta: producono un’investitura popolare diretta e personalizzata che richiama, almeno simbolicamente, i sistemi presidenziali.
Chi vince riceve una legittimazione monocratica fortissima, spesso superiore a quella degli stessi organismi dirigenti, ma quella legittimazione deve poi operare dentro un’architettura che rimane parlamentare. Da questo corto circuito derivano molte delle tensioni della politica italiana degli ultimi vent’anni: la forza simbolica della leadership cresce a dismisura nei media, ma la sua reale capacità di decisione sbatte contro i veti incrociati delle forze alleate, allargando a dismisura la distanza tra le promesse suscitate nell’elettorato e le concrete possibilità di tradurle in atti di governo.
Se si guarda oltre confine, il quadro conferma la medesima criticità. Il caso più istruttivo è quello della Nupes francese, la coalizione che nel 2022 unì la France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon, il Partito Socialista, i comunisti e i Verdi in una lista comune capace di eleggere un gruppo cospicuo di parlamentari. La Nupes vinse la sua battaglia elettorale di interdizione, ma non è sopravvissuta come soggetto politico coerente, perché era nata da un calcolo prettamente tattico: la desistenza reciproca contro Emmanuel Macron e contro il Rassemblement National, non una sintesi culturale tra tradizioni che restavano estranee l’una all’altra.
L’ecologismo dei Verdi, il radicalismo movimentista e giacobino di Mélenchon e il riformismo istituzionale dei socialisti non si erano fusi in una visione comune; si erano semplicemente disposti fianco a fianco sulla scheda elettorale. È bastata la prima vera prova di confronto programmatico, non solo sulle riforme interne come le pensioni, ma soprattutto sulle questioni dirimenti della politica estera, dalla collocazione atlantica alla guerra in Ucraina, per far riesplodere le incompatibilità che l’accordo elettorale aveva soltanto messo tra parentesi. È lo stesso rischio che incombe sul campo progressista italiano: un’alleanza può vincere una tornata elettorale grazie all’aritmetica dei collegi, ma difficilmente riesce a reggere alla prova del governo senza una cultura politica solida e condivisa.
Negli ultimi anni, del resto, il dibattito progressista italiano si è concentrato in modo quasi ossessivo sull’ingegneria delle coalizioni: geometrie elettorali, perimetri di desistenza, formule organizzative più o meno inclusive, trascurando l’elaborazione del pensiero capace di dare un senso duraturo a quelle alleanze. L’espressione stessa «campo largo» rivela questa ambiguità originaria: non descrive una visione del mondo, non identifica un progetto storico, non definisce una cultura politica. Descrive un perimetro. È una categoria puramente spaziale prima che politica: indica chi si trova dentro e chi resta fuori, ma tace del tutto sul perché si debba stare insieme e su quale rotta si intenda percorrere. Questa vaghezza ha avuto una sua utilità tattica nella fase iniziale, consentendo convergenze contingenti senza obbligare le forze in campo a fare i conti con le proprie contraddizioni. Ma un espediente organizzativo non può sostituire indefinitamente una cultura politica.
Le grandi identità storiche non si sono mai affermate perché capaci di mettere insieme il maggior numero possibile di sigle, ma perché capaci di interpretare la realtà meglio degli avversari. La Democrazia Cristiana non fu solida perché numericamente ampia: fu forte perché offriva una lettura organica dell’Italia uscita dalla guerra, tenendo insieme ceti sociali differenti attraverso una cultura politica condivisa che fungeva da collante morale ed economico. Il movimento operaio non fu influente perché sommava spezzoni diversi, ma perché leggeva con rigore i conflitti sociali generati dall’industrializzazione, e il Partito Comunista Italiano ne fu per decenni l’interprete organizzato più autorevole.
Persino il neoliberismo non divenne egemone per la sua efficacia elettorale contingente, ma perché per decenni propose una spiegazione globale del mondo che apparve convincente a milioni di cittadini, compresi coloro che ne avrebbero pagato i costi sociali più elevati: una dimostrazione evidente che le battaglie politiche si vincono sul terreno dell’egemonia culturale prima ancora che su quello delle alchimie elettorali. Le coalizioni dell’Ulivo, in forma più circoscritta, riuscirono a esercitare un’attrazione reale perché portatrici di un racconto storico chiaro: l’approdo dell’Italia nella modernità delle democrazie europee.
Oggi quel racconto appare esaurito, e la questione decisiva non è stabilire se le primarie siano un metodo democratico, ma se possano colmare ciò che manca a monte. Le primarie possono vagliare una leadership, non generare da sole una cultura politica; possono sancire una convergenza reale, non istituirla per decreto; rappresentano il punto di arrivo naturale di un cammino comune, non il suo punto di partenza.
Osservate nella loro genesi, le tre componenti principali del campo progressista appaiono infatti incomplete, ciascuna a modo proprio. Il Partito Democratico rappresenta la forma più strutturata di un riformismo istituzionale che ha progressivamente smarrito il legame con la spinta trasformativa della società. Per molti anni la sua funzione prevalente è stata quella di amministrare con senso di responsabilità i vincoli economici e le compatibilità ereditate dalla globalizzazione: un ruolo di garanzia istituzionale, ma insufficiente a mobilitare passioni, poiché le persone possono apprezzare la perizia tecnica ma raramente fondano un’identità collettiva sulla semplice gestione dell’esistente.
Il Movimento Cinque Stelle ha intercettato l’esplosione della crisi di rappresentanza scaturita da quel modello, dando voce alle insicurezze economiche e alla sfiducia verso i gruppi dirigenti tradizionali; tuttavia la dimensione della protesta mostra limiti strutturali quando deve evolvere in progetto storico, perché denunciare le storture del sistema non equivale ancora a delineare un modello organico e credibile di società.
Alleanza Verdi e Sinistra ha colto prima di altri la portata della crisi climatica e delle nuove disuguaglianze ambientali, ma continua a rivolgersi prevalentemente a segmenti sociali già convinti, faticando a trasformare le proprie istanze in una piattaforma capace di parlare al senso comune delle classi lavoratrici e dei ceti popolari. Questa comune incompletezza spinge le forze all’intesa elettorale, ma una convergenza dettata unicamente dalla debolezza delle singole parti non produce forza: produce solo una vulnerabilità condivisa. Per superarla serve una sintesi politica autentica, che esige di fare chiarezza proprio sui nodi programmatici e ideali finora rimossi.
La costruzione di questa sintesi non può risolversi in una lista generica di buoni propositi: deve misurarsi con i conflitti reali e sciogliere le divergenze strategiche che attraversano il campo progressista.
- La politica estera e la sovranità europea Occorre superare la paralisi tra un atlantismo conformista, che recepisce passivamente le scelte strategiche statunitensi, e un pacifismo puramente declamatorio, incapace di indicare come difendere concretamente l’ordine internazionale e le democrazie aggredite. La sintesi progressista deve collocarsi nella costruzione di una vera autonomia strategica e diplomatica europea, dotata di una politica di difesa comune e di una capacità negoziale multilaterale, chiudendo l’epoca dei veti incrociati sulla sicurezza continentale.
- La transizione ecologica e i costi sociali: È indispensabile chiarire senza infingimenti chi sostiene il prezzo della trasformazione verde. L’ambientalismo non può configurarsi come una serie di vincoli normativi che ricadono regressivamente sulle fasce a minor reddito, dall’efficientamento edilizio all’acquisto dei veicoli, né risolversi in una deindustrializzazione priva di sbocchi. La riconversione ecologica deve diventare un piano straordinario di investimenti pubblici, in cui i sussidi e i capitali siano rigidamente condizionati alla salvaguardia occupazionale, all’aumento dei salari reali e alla creazione di filiere produttive territoriali.
- Il governo pubblico dell’innovazione tecnologica: Le piattaforme digitali e l’intelligenza artificiale estraggono valore dai dati collettivi, ridefiniscono il lavoro e concentrano un potere che supera quello degli Stati nazionali. Non possono essere considerate fenomeni neutri: il progressismo deve definire regole di trasparenza sugli algoritmi e istituire strumenti fiscali e contrattuali per redistribuire la ricchezza prodotta dall’automazione a sostegno dei sistemi di welfare, riaffermando il primato della democrazia sul monopolio tecnologico.
- La ricostruzione dei beni pubblici essenziali: La risposta alle disuguaglianze materiali non può limitarsi a sussidi assistenziali frammentati o a sgravi fiscali diffusi. Richiede un investimento strutturale e non negoziabile nei pilastri della cittadinanza: la difesa del Servizio sanitario nazionale, la scuola e l’università pubblica come motori di emancipazione, e un piano organico per il diritto all’abitare che affronti l’emergenza casa nelle grandi aree urbane. Questo implica avere il coraggio di discutere apertamente di progressività fiscale, contrasto alle rendite parassitarie e redistribuzione della ricchezza.
A questa sintesi mancante è mancato a lungo anche il coraggio delle parole. Nel dibattito italiano il termine «socialismo» è stato a lungo bandito, temendo che richiamasse residui ideologici del Novecento; si è preferito ripiegare su etichette neutre ed elastiche — riformismo, area progressista, campo largo — capaci di non allarmare alcuno, ma prive di densità trasformativa. Eppure la realtà materiale contemporanea riporta al centro del dibattito internazionale proprio il legame tra mercato e democrazia, tra ricchezza e potere, tra innovazione e giustizia sociale. Chiamare questo orizzonte socialismo democratico del ventunesimo secolo o trovare una dicitura differente è questione secondaria: il punto ineludibile è che, senza una riflessione sul rapporto tra economia e potere, il centrosinistra continuerà a costruire alleanze senza mai sapere quale uso del potere intenda promuovere una volta al governo.
Negli ultimi quarant’anni l’Occidente ha operato dentro il dogma di una globalizzazione considerata irreversibile e neutrale, in cui le differenze tra schieramenti si riducevano a variazioni amministrative. Quel paradigma è stato frantumato dalla crisi del 2008, dalla pandemia, dalle guerre, dalla concorrenza geopolitica tra grandi blocchi e dall’accelerazione tecnologica. Domande fondamentali sono tornate prepotentemente alla ribalta: chi decide la rotta dello sviluppo economico? Chi controlla le infrastrutture essenziali? Chi beneficia dell’aumento di produttività? Quale funzione deve assumere l’intervento pubblico nella tutela dei cittadini?
È proprio qui che si colloca il confronto più profondo con la destra sovranista. Le forze conservatrici offrono oggi una risposta rassicurante alle medesime insicurezze che il campo progressista fatica a interpretare: offrono una protezione basata sulla chiusura anziché sulla redistribuzione. Difendono i confini nazionali piuttosto che i salari reali; tutelano l’identità anziché i diritti sociali; combinano un liberismo economico deferente verso le rendite consolidate con l’uso polarizzante dell’insicurezza, dell’immigrazione e dell’appartenenza etnico-culturale. È una ricetta efficace nel catalizzare il risentimento, ma non ne affronta le cause strutturali: sposta il conflitto dal terreno economico a quello identitario, dal rapporto tra capitale e lavoro alla contrapposizione tra chi fa parte della comunità nazionale e chi ne è estraneo.
Il progressismo, per costituire un’alternativa credibile e non una gestione più temperata dello status quo, deve compiere la scelta speculare: sottrarre il conflitto al piano etnico-identitario per riportarlo alla sua dimensione materiale. Governo del lavoro, salute pubblica, casa, riconversione ecologica e tecnologia non sono capitoli tecnici isolati, ma il terreno su cui si decide la distribuzione del potere nella società. È su questo piano che si costruisce la risposta al populismo: non rincorrendone i codici comunicativi, ma offrendo una comprensione della realtà più convincente di quella offerta dalle destre.
Se questa elaborazione collettiva riesce a prendere forma, la disputa sulle primarie perde la sua carica drammatica: la leadership emergerà come conseguenza naturale di una rotta tracciata insieme, non come un espediente per nascondere l’assenza di rotta. Da oltre quindici anni il centrosinistra tenta di trovare una formula organizzativa che surroghi la mancanza di una visione: dall’Ulivo al Partito Democratico, dalle geometrie variabili ai patti di coalizione, dalle primarie di partito a quelle di gazebo. Ogni volta ci si concentra sulla facciata dell’edificio, rimandando il consolidamento delle fondamenta.
Le argomentazioni di chi sostiene o avversa le primarie colgono aspetti parziali della stessa realtà. Chi le invoca ha ragione nel pretendere un coinvolgimento popolare che contrasti la chiusura oligarchica delle segreterie; chi le contesta avverte il pericolo reale che una gara tra identità irrisolte si trasformi in una resa dei conti che spacca il fronte anziché unirlo. Entrambe le posizioni fotografano il sintomo di una causa più profonda: l’assenza di un terreno comune già bonificato.
Le primarie, in definitiva, non sono la risposta e non sono la causa primaria della crisi progressista. Sono il termometro che misura l’incompiutezza del campo largo. Le elezioni si possono vincere attraverso patti contingenti di desistenza; ma una stagione politica feconda e durevole nasce solo quando una coalizione si trasforma in una cultura. E le culture politiche non si proclamano ai gazebo: si sedimentano nel tempo attraverso il confronto, le idee, l’elaborazione dei conflitti e una visione del Paese capace di rendere secondaria perfino la contesa su chi debba interpretarla.
La domanda fondamentale non è stabilire quale meccanismo procedurale debba incoronare il leader, ma decidere se il campo largo voglia diventare qualcosa di più di un perimetro elettorale. Perché i campi delimitano uno spazio. Le culture politiche indicano una direzione. E senza una direzione condivisa, nessuna leadership, per quanto legittimata dal voto, potrà mai trasformare una somma di voti in un progetto storico.
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