L’illusione americana e il (possibile) risveglio europeo

ANSA
Nella brusca accelerazione che sta investendo il processo di disgregazione del vecchio ordine mondiale, il ruolo di Donald Trump si sta rivelando decisivo. La sua presidenza ha impresso una trasformazione profonda e repentina alle politiche degli Stati Uniti, incidendo inevitabilmente anche sugli equilibri dell’Occidente.
Per decenni l’Europa ha considerato il legame con Washington come un dato naturale, quasi immutabile, dell’ordine internazionale. Questa premessa oggi è venuta meno. Un segnale evidente si era già manifestato nel gennaio 2021, durante l’assalto al Campidoglio: un evento che ha mostrato fino a che punto una parte della società americana fosse disposta a mettere in discussione i fondamenti stessi della democrazia rappresentativa. Non si è trattato soltanto di un episodio di violenza politica, ma di un tentativo esplicito di impedire il riconoscimento del risultato elettorale e della vittoria di Joe Biden — un fatto che verrebbe probabilmente interpretato come un tentativo di colpo di stato.
L’Europa ha reagito con sorpresa e, in parte, con una forma di rimozione, interpretando quell’evento come una deviazione temporanea. Appare invece sempre più chiaro che si trattava del sintomo di una crisi più profonda della democrazia statunitense, destinata a riflettersi anche sul piano internazionale. Trump è, in larga misura, il prodotto e il portavoce di questa trasformazione. Incarna un’America diffidente verso il multilateralismo, incline a leggere la politica internazionale come una competizione tra potenze e sempre più scettica nei confronti delle alleanze tradizionali.
La storia degli Stati Uniti è del resto attraversata da tensioni profonde e contraddizioni irrisolte: è il Paese delle grandi battaglie per i diritti civili, ma anche quello segnato da persistenti fratture razziali e sociali; è Guantanamo, ma anche Woodstock; ha contribuito alla sconfitta del nazismo, ma ha anche sostenuto regimi autoritari e condotto guerre controverse, come in Vietnam e in Iraq. La novità del presente risiede nel fatto che la componente più conflittuale della tradizione americana è oggi sostenuta da potenti interessi tecno-finanziari e si proietta direttamente nella politica estera, con una linea d’azione sempre meno vincolata a limiti morali condivisi.
L’allineamento con il governo di Benjamin Netanyahu ne è un esempio evidente: Washington ha sostenuto senza riserve l’azione militare israeliana nella Striscia di Gaza, garantendo copertura diplomatica e supporto militare anche di fronte a crescenti critiche internazionali. Parallelamente, gli Stati Uniti hanno intensificato la pressione sull’Iran, fino agli attacchi militari recenti, avvenuti al di fuori di un quadro legittimato. Le tensioni con paesi come Canada, Cuba e Venezuela mostrano come Washington continui a considerare alcune aree del mondo come ambiti di intervento diretto. Probabilmente pochi rimpiangeranno leader come Maduro o Khamenei; ma esercitare un ruolo di equilibrio richiede un’autorevolezza morale che Trump non possiede.
È sempre più evidente come le mire di Stati Uniti e Israele si collochino su un piano distante dalla cultura politica consolidatasi in Europa dopo la Seconda guerra mondiale. Il continente europeo, tuttavia, non ha mai affrontato fino in fondo questa distanza, né ha fatto i conti con il dualismo della cultura politica americana. Piuttosto, ha preferito rifugiarsi nella stabilità di una dipendenza strategica. Per oltre settant’anni, la sicurezza europea si è fondata sull’ombrello militare degli Stati Uniti: una scelta comprensibile nel contesto della Guerra fredda. Tuttavia, con la caduta del Muro di Berlino e la fine dell’ordine bipolare, si era aperta una finestra storica per costruire un’autonomia strategica. Quella possibilità non è stata colta.
Oggi l’Europa si trova in una condizione paradossale: pur essendo una delle principali potenze economiche globali, resta politicamente fragile e incompiuta. Le istituzioni comunitarie hanno dimostrato efficacia nella gestione del mercato e della moneta, ma faticano nell’elaborazione di una visione geopolitica coerente. Alla base di questa debolezza vi è l’assenza di una strategia condivisa sulla capacità di agire come soggetto unitario.
La questione centrale è creare le condizioni politiche affinché quell’Europa possa esistere davvero. Ciò implica una battaglia che attraversa i sistemi politici dei 27 Stati membri e si intreccia con i futuri passaggi elettorali. Nel 2026 si voterà in Ungheria, oltre che in Portogallo e Bulgaria. Ma sarà soprattutto il 2027 a risultare decisivo, con le elezioni in Italia, Francia e Spagna. È in questi passaggi democratici che si misurerà la direzione futura del continente.
Oggi molte leadership europee non considerano prioritaria la prospettiva di un rafforzamento dell’integrazione politica. Prevalgono logiche nazionali, cautele tattiche, quando non vere e proprie resistenze a qualsiasi cessione di sovranità. È qui che la battaglia politica europea deve essere ridefinita: non come tema tecnico, ma come linea di frattura decisiva del nostro tempo.
E tuttavia, proprio nel momento di maggiore difficoltà, si intravede uno spiraglio. La crescente paura della guerra e la percezione di un mondo che rischia di frammentarsi in blocchi contrapposti possono trasformarsi in un fattore di ricomposizione. Possono spingere culture politiche diverse — ambientalisti, progressisti e moderati — a riconoscere un terreno comune nella costruzione di un’Europa più autonoma e coesa.
La storia non è un processo da osservare passivamente. È uno spazio aperto di responsabilità e di scelta. Oggi, più che mai, siamo chiamati ad abitarlo consapevolmente, assumendoci il compito di orientarne la direzione.