Lieberman alza il prezzo e rischia di salvare Netanyahu

Il leader di Yisrael Beiteinu rifiuta il sostegno dei partiti arabi e punta a un governo di “unità sionista”. In gioco l’occasione di chiudere l’era Netanyahu.

Umberto De GiovannangeliFlusso Quotidiano
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Avigdor il “Russo” non ha fretta di mandare a casa Benjamin Netanyahu. Il leader di Yisrael Beiteinu (7 seggi), il partito che rappresenta buona parte della comunità ebraico-russa, sembra avere tutte le intenzioni di mandarla per le lunghe, sfruttando i 91 giorni complessivi che la procedura israeliana concede per la formazione del governo, scaduti i quali si torna al voto. Una possibilità, quest’ultima, che sarebbe fortemente gradita da Netanyahu, convinto che in quel caso non ci sarebbe la massiccia affluenza ai seggi della comunità palestino-israeliana e che i tanti israeliani residenti all’estero non si sobbarcheranno, come è stato per il 27 ottobre, l’onere costoso di tornare in patria per votare.

Ufficialmente, Yisrael Beiteinu fa ancora parte del “blocco del cambiamento” che nel suo complesso ha ottenuto 48 seggi, 5 in meno del fronte pro-Netanyahu. Ufficialmente, Lieberman dice che, quando sarà audito dal presidente Isaac Herzog, indicherà Gadi Eisenkot, che del “blocco del cambiamento” è il leader — Yashar, il suo partito, ha ottenuto 21 seggi —, come primo ministro in pectore, aggiungendo, però, la sua contrarietà a qualsiasi forma di sostegno delle due liste dei partiti arabi — Lista Araba Unita e Joint List — che, nel complesso, hanno conquistato 19 seggi parlamentari.

Porte chiuse a qualsiasi trattativa, e scontro aperto non solo con Yair Golan, leader dei Democratici (8 seggi) — apertamente favorevole a un patto con i partiti palestino-israeliani, magari all’inizio sotto forma di un appoggio esterno —, ma anche con le sia pure rigidamente condizionate aperture dello stesso Eisenkot. Lieberman alza il prezzo per un suo sostegno, puntando a un governo di “unità sionista”, senza l’estrema destra al proprio interno; ipotesi che non sarebbe affatto sgradita al presidente Herzog e, soprattutto, al tycoon di Washington.

La partita è solo agli inizi, e tutto può accadere. Ma l’Israele che si è mobilitato contro il governo golpista di Netanyahu, Ben-Gvir e Smotrich; l’Israele che non accetta di vivere in una condizione di guerra eterna — e quella contro l’Iran sembra di nuovo imminente —, non perdonerebbe il fallimento di un’occasione storica, probabilmente irripetibile, sacrificata sull’altare di calcoli personalistici di potere.

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