L'ideologia dell'odio e la costruzione del nemico
L’aggressione di San Vito Lo Capo non è solo un fatto di cronaca: è il segnale di una radicalizzazione culturale che colpisce anche i più giovani e chiama la politica a una scelta di campo netta.

ANSA
Ricordo di essere rimasto incredulo nel leggere il primo lancio di agenzia sull'aggressione del dodicenne di San Vito Lo Capo ai danni di un professore. Un atto violento che – man mano che emergevano i dettagli – assumeva i contorni di un dramma, delineando una situazione grave di degrado sociale e culturale.
Dobbiamo essere contenti che non sia morto nessuno, ma la dinamica da cui nasce un simile gesto dovrebbe farci riflettere su quanto siamo impreparati ad affrontare le cause da cui nascono episodi di questo tipo. A questo quadro già preoccupante si sommano le responsabilità di chi, pensando di fare politica, fomenta l’odio verso l’altro da noi, che è all’origine di fenomeni sempre più frequenti.
È una tragedia che un bambino di dodici anni esca di casa armato di un coltello con l'intenzione – emersa successivamente – di uccidere dei suoi compagni di classe per la loro religione o le diverse origini, rivendicando con freddezza di aver agito per ragioni politiche. Ci troviamo davanti a un orrore e a una sconfitta per tutti noi.
Quanto accaduto rappresenta la manifestazione più evidente di un fenomeno che da troppo tempo continuiamo a ignorare o sottovalutare, cioè la costruzione, da parte delle destre, di un nemico da temere, respingere, emarginare e, alla fine, anche colpire con leggi e provvedimenti discriminatori. Un nemico senza volto e senza nome, ma identificabile per la sua provenienza, la sua religione, il colore della pelle o, più in generale, perché parte di una minoranza. Tutti colpevoli di volerci invadere, sottomettere culturalmente e di essere agenti di un’imminente sostituzione etnica.
Concetti e parole entrati ormai nel vocabolario comune e accettati come “normali” anche nel dibattito pubblico. Una tendenza che non si è affermata casualmente, ma è il frutto di un’egemonizzazione da destra del dibattito su questi temi.
Ci troviamo quindi a confrontarci con un'ideologia ben definita, propagandata con grandi mezzi e accuratezza sui social, che trova in influencer e politici suprematisti i propri megafoni e nei partiti di destra incapaci di isolarli un “ventre molle”. Troppo spesso, infatti, questi si sono dimostrati ammiccanti verso certi personaggi, nella convinzione di poterli gestire e con la speranza di attrarre fette di potenziale elettorato.
Un'illusione, perché l'odio non si gestisce e ne è conferma come esso - sempre più spesso - riaffiori in episodi drammatici unendo - in questa catena di azioni squadriste - il Nord e il Sud Italia, gli adulti e i giovanissimi, segno di un fenomeno ancora carsico ma in costante crescita.
Un sentimento di odio che personaggi come Vannacci orientano con cinismo anche contro gli avversari politici, percepiti e rappresentati come nemici, proponendosi come potenti catalizzatori di pulsioni, paure e ansie sociali. Un mix esplosivo rielaborato attraverso un'ideologia pericolosa e canalizzato dalle forze politiche suprematiste che recentemente si sono radunate in Portogallo per il Remigration Summit.
Non siamo davanti a una destra folkloristica ma a una rete mondiale fortemente ideologizzata, ben finanziata e organizzata, che punta al potere per applicare la propria dottrina e affermare una visione di società. Una mutazione che ha avuto una straordinaria accelerazione dall’avvento di Trump e che ridefinisce anche quale sia oggi la linea di divisione all’interno della società. Un'involuzione democratica che porta da una più classica divisione fra destra e sinistra a quella più radicale fra valori democratici e valori neo-autoritari.
Un passo indietro enorme che rimette potenzialmente in discussione decenni di conquiste democratiche e sociali anche in Italia. Una svolta reazionaria davanti alla quale anche le destre di governo dovrebbero reagire con nettezza, ribadendo la propria scelta di campo – nelle parole e negli atti – dalla parte dei valori democratici che affondano le radici nella nostra Costituzione.
Di questa ideologia fondata sull’odio verso chi è considerato inferiore e pericoloso perché “diverso” si è imbevuto quel dodicenne, carnefice e vittima al tempo stesso.
Questo fatto di cronaca, al pari di quelli simili che lo hanno preceduto, ci impone una riflessione approfondita per poter affrontare con strumenti adeguati una sfida ineludibile, che è prima di tutto culturale e solo successivamente politica. Una battaglia di civiltà che non ammette connivenze e dovrebbe andare oltre le appartenenze politiche.
In questa ottica è giusto dare atto a Forza Italia di essere stata chiara nel porre un veto a qualsiasi forma di dialogo con il partito di Vannacci, una scelta condivisibile che però denuncia anche le ambiguità degli alleati di governo. Davanti al pericolo di una deriva simile bisognerebbe abbandonare i “bilancini” del calcolo elettorale e incalzare le destre di governo in Italia a fare chiarezza, a isolare certe forze e a farsi anch’esse promotrici di una visione di società coesa e di una concezione della convivenza civile diverse e alternative rispetto a quelle incarnate da Vannacci.
Dovremmo essere maggiormente consapevoli di quanto sia alta la “posta in gioco”: non qualche punto percentuale alle prossime elezioni, ma il futuro del nostro Paese. Quel futuro che quel bambino di dodici anni in parte rappresenta e che non può lasciarci indifferenti né tranquilli.
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