L’IA suona, i musicisti pagano

Suno e Udio, milioni di brani e una battaglia sui diritti: chi viene pagato quando l’intelligenza artificiale impara dalla musica e compete con chi la crea?

Guido GiannuzziBattaglia delle IdeeMUSICAIA
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ANSA

Per gran parte del secolo scorso, l’industria musicale ha operato sulla base di un principio sorprendentemente semplice: se vuoi utilizzare l’opera di qualcun altro, chiedi il permesso e paghi un compenso. Vuoi campionare un brano? Esistono regole precise per la concessione della licenza. Vuoi usare una canzone in un film, in una pubblicità o in un programma televisivo? I titolari dei diritti sul brano vengono pagati.

Adesso, l’intelligenza artificiale generativa sta mettendo in discussione l’intero sistema, e piattaforme musicali basate sull’IA, come Suno e Udio, consentono a chiunque di generare brani completi — comprensivi di voce, testo e strumentazione — partendo da un semplice input. Utilizzate da una vasta gamma di utenti, dagli appassionati e dai creatori di contenuti fino ai musicisti indipendenti e ai produttori vincitori di Grammy, queste piattaforme sono diventate il volto pubblico della musica generata dall’IA. Nel febbraio scorso Mikey Shulman, CEO e cofondatore di Suno, ha annunciato su X che l’azienda aveva superato la soglia dei due milioni di abbonati paganti.

Alla fine del 2025, sui servizi di streaming audio erano presenti ben 253 milioni di brani musicali. Non è un errore: oltre un quarto di miliardo. Si è registrato un incremento di 37,9 milioni di brani rispetto all’anno precedente, con una media di 106.000 caricamenti al giorno. Tuttavia, buona parte di questa musica era tutt’altro che popolare: quasi la metà dei milioni di file — circa 120,5 milioni — caricati sulle piattaforme audio ha registrato meno di dieci ascolti nell’ultimo anno. E anche qui, non è un errore: meno di dieci. Quasi tre quarti — il 73% — hanno totalizzato meno di 100 ascolti annui, e quasi nove decimi — l’88% — hanno registrato meno di 1.000 ascolti annui.

Una delle rivelazioni più sorprendenti emerse dai nuovi dati forniti da Luminate Film & TV, una nota piattaforma di dati e business intelligence legata al settore dell’intrattenimento e dell’audiovisivo, è il drastico cambiamento nel profilo di chi carica musica. I brani distribuiti dalle grandi case discografiche — Universal Music Group, Sony Music Entertainment, Warner Music Group e le rispettive divisioni di distribuzione “indie” — hanno rappresentato appena il 3,8% delle consegne di codici ISRC alle piattaforme di streaming nel 2025, una quota inferiore alla metà di quella detenuta, sempre dalle Big Three, nel 2024 — pari all’8%.

Per contro, la distribuzione indipendente e quella ancora più amatoriale del DIY (Do It Yourself) hanno costituito ben il 96,2% dei caricamenti giornalieri dello scorso anno. Questo dato è sempre più legato all’esplosione di contenuti generati dall’intelligenza artificiale e di sistemi di caricamento automatizzati.

Poiché, come visto, l’88% dei brani ha registrato 1.000 o meno ascolti nel 2025, i dati di Luminate mostrano come essi contribuiscano in misura quasi irrilevante al consumo effettivo di streaming, mentre appena 541.000 brani — collocati nella fascia tra 1 e 50 milioni di ascolti annui e pari a un apparentemente irrilevante 0,2% dell’intera offerta musicale — hanno generato la metà (49,4%) del consumo totale di streaming audio a livello globale nell’ultimo anno. Tutto ciò suggerisce che, alla fine, il successo ai massimi livelli rimane fortemente concentrato sulle superstar o sui cataloghi storici più ricchi.

Con la proliferazione della musica generata dall’intelligenza artificiale, potrebbe non mancare troppo tempo al momento in cui le piattaforme, come Spotify, arriveranno a ospitare un miliardo di pezzi musicali. Ma una tale ondata di contenuti finirebbe inevitabilmente per danneggiare gli artisti, gli autori e il valore percepito della musica da parte dei consumatori, affogando i prodotti di qualità in un mare sconfinato e limaccioso.

Il CEO e presidente di Universal Music Group dal 2010, Lucian Grainge, ne è decisamente convinto e, nel suo discorso di inizio 2026, ha lanciato un severo avvertimento riguardo ai contenuti generati dall’IA che stanno inondando le piattaforme di streaming: «Validare modelli di business che non rispettano il lavoro e la creatività degli artisti, e che promuovono la crescita esponenziale di materiale scadente generato dall’IA sulle piattaforme di streaming, rappresenta un grave danno per gli artisti, gli autori e tutti noi che lavoriamo nel mondo della musica».

Non si trattava di considerazioni puramente teoriche. L’anno scorso, infatti, Spotify ha rimosso oltre 75 milioni di “brani spam” dalla propria piattaforma, e la rivale Deezer ha segnalato di ricevere 50.000 brani interamente generati dall’IA al giorno, pari al 34% di tutti i caricamenti giornalieri.

Se un modello di IA apprende da un numero incalcolabile di brani preesistenti, però, chi viene retribuito per tale utilizzo? Questo interrogativo è oggi al centro di una crescente battaglia legale e finanziaria in questo settore, dato che la musica generata dall’IA sta già sottraendo introiti ai musicisti reali. Parte della complessità di questa disputa deriva dall’incertezza riguardo all’esatto materiale utilizzato per “l’addestramento” di molti modelli di IA. Tale mancanza di trasparenza ha reso difficile per artisti e ricercatori comprendere su quali basi questi sistemi abbiano appreso e, di conseguenza, come costruire un’azione legale.

Nel giugno 2024, la Recording Industry Association of America (RIAA), un’associazione di categoria che rappresenta le principali case discografiche negli Stati Uniti, ha annunciato l’avvio di due cause per violazione del diritto d’autore contro Suno e Udio, sostenendo che le aziende avessero addestrato i propri modelli di intelligenza artificiale su registrazioni protette da copyright, senza autorizzazione. Tra i principali attori delle cause figurano le tre grandi etichette discografiche: Sony Music Entertainment, Universal Music Group e Warner Music Group.

Da allora, le azioni legali hanno portato a una serie di accordi, ma anche di nuove controversie: se Universal ha raggiunto un compromesso con Udio nell’ottobre 2025 e Warner Music ha fatto lo stesso con Udio e Suno il mese successivo, le cause intentate da Sony sono ancora in corso. I contratti siglati tendono generalmente a imporre l’acquisizione di licenze per la musica utilizzata nell’addestramento dei modelli, e Universal, in particolare, offre agli artisti la possibilità di scegliere se aderire o meno all’utilizzo delle proprie opere per l’addestramento dell’IA.

Tuttavia, le case discografiche non sono le uniche a contendersi il diritto a ricevere un compenso. Nel giugno scorso, l’American Federation of Musicians of the United States and Canada (AFM), un sindacato che rappresenta i musicisti professionisti — molto più potente dei nostri malconci sindacati di categoria, nonostante l’immaginario collettivo —, ha fatto causa a Universal e Warner Music, sostenendo che le etichette avessero concesso in licenza registrazioni realizzate dai propri iscritti per l’uso nell’IA, senza riconoscere alcun compenso o credito agli artisti.

Entrambe le etichette hanno chiesto a un tribunale federale di respingere la causa, argomentando che il compenso per l’uso dell’IA non rientra nell’ambito del vigente accordo collettivo di lavoro per le registrazioni sonore (Sound Recording Labor Agreement, o SRLA). A prima vista, sembra l’ennesima disputa su tecnologia e diritto d’autore — ma sembra anche l’ennesima trovata di fingere che qualunque cosa non sia regolamentata, allora sia legittima.

Tuttavia, approfondendo la questione, è emerso un quadro ben più ampio: un caso emblematico di come un’intera economia possa trasformarsi quando l’intelligenza artificiale utilizza contenuti creati dall’uomo per competere con gli stessi esseri umani che li hanno generati. Si arriva, così, a uno degli interrogativi legali più rilevanti dell’intera vicenda: è lecito che un’azienda di intelligenza artificiale utilizzi musica protetta da copyright per addestrare il proprio modello senza richiederne l’autorizzazione?

Suno e Udio hanno sostenuto che il loro utilizzo dei dati di addestramento rientra nelle tutele del fair use (uso legittimo). Quella del fair use è una dottrina giuridica che consente di utilizzare porzioni limitate di opere protette da copyright senza autorizzazione in determinate situazioni, come la cronaca, la critica, l’insegnamento e la ricerca. Non esiste una regola fissa sul numero di parole o sulla percentuale che definisce il fair use, e la valutazione avviene caso per caso, in base al contesto di utilizzo del materiale.

Prima dell’avvento dell’IA, le norme sul diritto d’autore in ambito musicale erano relativamente lineari, ma adesso questi confini appaiono decisamente più sfumati. Gli attuali rapporti tra generazione informatica e creatività umana rendono le distinzioni etiche e giuridiche sempre più intrecciate. Il diritto d’autore, così come definito oggi, presuppone la presenza di una persona fisica (o giuridica) in qualità di creatore intellettuale. La controversia risiede, quindi, nella possibilità di attribuire a un sistema di IA capacità generative creative che implicherebbero, di conseguenza, la titolarità dei diritti.

Dal punto di vista legale, l’IA rimane uno strumento tecnico, nonostante sia stata addestrata utilizzando enormi quantità di dati di origine umana per poter funzionare. Si solleva, così, una questione giuridica fondamentale: a chi appartiene il contenuto generato dal computer se non spetta né al produttore umano né al programmatore o fornitore dello strumento di IA?

Tanto più che vi è un’importante distinzione di qua e di là dell’Atlantico sull’approccio relativo a questa tematica: negli Stati Uniti, la protezione del diritto d’autore si estende alle opere originali dell’ingegno, mentre la dottrina europea pone l’accento sull’impronta personale dell’autore. Questa distinzione assume un ruolo cruciale quando si tratta di musica generata dall’IA, e l’Ufficio governativo del copyright degli Stati Uniti ha dichiarato che non registrerà opere prodotte da una macchina o tramite un mero processo meccanico operante in modo casuale o automatico, privo di apporto creativo o intervento da parte di un autore in carne e ossa. Rimane dunque un flebile raggio di luce, a tutela dell’inventiva e del talento umano.

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