L’horror guarda la famiglia e trova l’inferno
Con L’estranea Paolo Strippoli porta a Venezia un horror familiare e politico, tra echi di Suspiria, maternità, colpa e desiderio di spezzare il dolore.

ANSA
Al termine di una delle prime proiezioni di L’estranea, ultimo film di Paolo Strippoli, uno dei cinque titoli in gara per l’edizione numero 83 della Mostra del Cinema di Venezia, un noto personaggio della ‘fauna’ festivaliera, dai bagni della sala Darsena, tuonava contro il regista e la scelta “dissennata” dei selezionatori di averlo presentato nel concorso principale. Arringando la folla, estenuava chi già pativa per la coda e l’attesa dei servizi, urlando allo scandalo: “se questo è il nuovo genio dell’horror italiano, ridateci Dario Argento”, come se il regista di alcuni degli horror più amati in tutto il mondo, fosse arrivato al successo per caso e immeritatamente. E ancora “Da quando Cannes ha sdoganato l’horror per il concorso, ora lo fanno tutti”.
Di gente pittoresca ai festival, inevitabilmente, se ne vede parecchia, ma questo exploit fa riflettere: c’è ancora qualcuno che ritiene l’horror un genere minore, che ancora pensa che chi si confronta con esso debba essere per forza un mestierante e non possa essere un autore (ne sapevano qualcosa i critici della Nouvelle Vague, i primi a riconoscere in Hitchcock un vero autore). Questa idea ha reso cieca la critica per molto tempo. Basti pensare quanto a lungo, in Italia, siano stati ignorati e sottostimati Mario Bava e Dario Argento.
Anche alla luce di tutto ciò, la presenza di un film come L’estranea nella selezione principale è sicuramente una scelta interessante e non scontata. Strippoli guarda all’horror internazionale, ma omaggia il già citato maestro del brivido, riportandoci alle atmosfere di Suspiria, non solo per la musica, ugualmente ipnotica, e per la scena iniziale sotto il vento e la pioggia battente, con una Jasmine Trinca protagonista, inquietante tanto quanto la Jessica Harper del suddetto film, ma anche per il confronto con il femminile, che vede scontrarsi streghe, diavolesse e giovani ragazze indifese.
In questo caso a smuovere le forze soprannaturali è un triangolo in cui si fronteggiano madre (Jasmine Trinca nei panni di Anna), figlia (Romana Maggiora Vergano) e il diavolo in persona, interpretato da una Valeria Bruni Tedeschi che non smette di essere Valeria Bruni Tedeschi neanche in versione luciferina, ma che proprio per questo è davvero irresistibile (tra tagli sadici dello sguardo, risatine dcrudeli e qualche battuta tipicamente improvvisata). Come da tradizione anche questa volta in ballo c‘è un patto e una promessa di felicità, ma la posta si è decisamente alzata, perché il maligno non desidera solo l’anima della sventurata debitrice, ma anche tutte quelle che potrebbe procuragli.
È così che una famiglia in vista di Bari (Strippoli attinge direttamente ad una realtà che conosce da vicino, essendo originario di Corato), composta da padre, madre e due figli, dopo un incidente in cui la figlia della coppia rischia di perdere una gamba, compie la sua discesa agli inferi: sullo sfondo la battaglia fra una ricca moglie borghese la cui unica ambizione sarebbe quella di vedere la figlia diventare una star della televisione e satana ( c’è anche un marito fariseo e arricchito, interpretato con opulenza cheap da Adriano Giannini: ma rimane sempre i margini del patto diabolico, pur subendolo). Tutto può tornare come prima, ma Anna dovrà sacrificare la salute dell’altro figlio per far guarire sua sorella. La scelta si compie e le porte dell’inferno si spalancano. Tra passato e presente, tar Bari e Roma, il film procede, con una corsa ad alta intensità, per capitoli, portando in scena ancora una volta perversioni, disfunzioni e patologie della famiglia tradizionale, dinamiche malate che si annidano in un’istituzione che appare priva di senso e generatrice di alta tossicità. Sotto una pioggia battente che nei film di Strippoli non manca mai, e che si trasforma in diluvio inarrestabile che si abbatte su Roma, si dipana la resa dei conti finale, dove madre e figlia si fronteggeranno. Si puo’ spezzare la catena del dolore? Cambiare il destino è possibile? La risposta è scritta nella pioggia. Ma anche stavolta, come sostenevano i critici degli anni ’70, è proprio l’horror a suggerire allo spettatore, sotto traccia, una lettura sociale e politica poco rassicurante.
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