L’Europa si riarma, ma dimentica come si evita una guerra

Difesa e deterrenza sono necessarie. Ma senza diplomazia, sostenibilità economica e regole condivise, più armi non significano più sicurezza.

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ANSA

C'è un paradosso che il dibattito pubblico europeo fatica ad affrontare: più si accelera sul riarmo, meno si discute di quale sicurezza esso debba garantire e a quali condizioni economiche l'Europa intenda sostenerlo.

Il riarmo viene giustificato quasi ovunque con la minaccia russa. Ma proprio su questo punto il dibattito si sofferma troppo poco: cosa accadrebbe se la deterrenza fallisse e uno scontro diretto tra Mosca e la Nato diventasse realtà?

Lucio Caracciolo lo ha sintetizzato con una formula brutale ma efficace: un conflitto diretto tra Nato e Russia difficilmente resterebbe convenzionale e potrebbe esaurirsi in pochi minuti, perché si tratterebbe dello scontro con una potenza nucleare. Non è il giudizio di un pacifista, ma la valutazione di chi dirige una delle più autorevoli riviste italiane di geopolitica.

Eppure il riarmo avviene mentre il sistema produttivo europeo attraversa una trasformazione profonda. La crisi dell'industria tedesca, tradizionale motore manifatturiero del continente, ne è il simbolo: il settore automobilistico deve affrontare insieme la transizione verso l'elettrico, la concorrenza cinese e costi energetici più alti rispetto ad altri grandi poli industriali.

La questione non è soltanto quanto l'Europa spenderà per la difesa, ma quale modello economico dovrà sostenerla. Il continente deve finanziare nello stesso tempo transizione energetica, trasformazione digitale, innovazione tecnologica e riarmo. In un contesto segnato da crescita debole, pressione demografica e finanze pubbliche già sotto tensione, questo significa inevitabilmente stabilire delle priorità. Destinare una quota crescente di risorse alla difesa implica inevitabilmente scelte politiche e di bilancio che dovranno dimostrarsi sostenibili nel tempo e compatibili con la coesione economica e sociale. Una riflessione seria non può prescindere dalla sostenibilità complessiva di questo percorso, perché la sicurezza dipende anche dalla capacità economica e sociale di reggerlo nel lungo periodo.

Accanto alla sostenibilità economica emerge poi una questione strategica. La Germania punta a costruire entro il 2039 l'esercito più forte del continente, mentre la Polonia ha fissato lo stesso orizzonte per il rafforzamento delle proprie capacità militari. È il segnale di un cambiamento profondo negli equilibri europei, destinato a incidere anche sui rapporti tra gli Stati membri.

Nessuno mette in dubbio che l'Europa debba dotarsi di una difesa credibile, coordinata e capace di deterrenza. Ma senza una cornice diplomatica, il riarmo resta davvero una politica di sicurezza o diventa una scommessa?

Il riarmo non modifica soltanto il rapporto dell'Europa con la Russia. Ridefinisce anche gli equilibri all'interno del continente. Il disimpegno americano spinge i singoli Stati a rafforzarsi e rischia di alimentare una competizione tra interessi nazionali proprio mentre l'Europa resta fragile sul piano economico e industriale. Per ottant'anni la sicurezza europea è stata garantita dall'ombrello Nato a guida americana; oggi quell'equilibrio cambia e il continente è chiamato a costruire una propria autonomia in un contesto più complesso.

Quella competizione tra interessi nazionali richiama una lezione che la storia europea ha già impartito due volte nel secolo scorso: sono state proprio le rivalità tra potenze del continente a trascinare il mondo in guerre di portata planetaria. Ricordarlo non significa evocare un pacifismo paralizzante, ma misurare la responsabilità che accompagna ogni scelta sulla forza militare.

Nel dibattito italiano convivono due letture raramente messe a confronto: quella atlantista, che insiste sulla minaccia russa per giustificare l'accelerazione della spesa militare, e quella che sposta l'attenzione sulle cause profonde della crisi, tra cui il mancato sviluppo, dopo la fine della Guerra fredda, di un'architettura di sicurezza condivisa con Mosca. Quest'ultima lettura fatica spesso a trovare spazio: l'establishment che sostiene il riarmo tende a trattarla come un cedimento ideologico, mentre in realtà richiama una questione discussa anche dentro la tradizione diplomatica occidentale.

Il rapporto tra Europa e Russia non è mai stato una contrapposizione immutabile, ma un'alternanza di cooperazione e conflitto. Dopo la fine della Guerra fredda sembrò possibile costruire un nuovo sistema di sicurezza europeo fondato sulla collaborazione: la prospettiva di una "casa comune europea". Quel progetto non si è realizzato e, parallelamente all'allargamento della Nato, la diffidenza reciproca è progressivamente aumentata.

Comprendere le ragioni di quella crisi richiede però anche di considerare la prospettiva dei Paesi dell'Europa orientale. Per Polonia, Stati baltici e altri Paesi entrati nella Nato dopo il 1991, l'adesione non è stata solo il risultato di dinamiche geopolitiche occidentali, ma anche la risposta a una memoria storica segnata dall'esperienza sovietica e dal timore di nuove forme di subordinazione. Una nuova architettura di sicurezza europea non può ignorare né le percezioni di accerchiamento della Russia né le paure dei Paesi che hanno cercato nella Nato una garanzia di indipendenza.

Non è una posizione isolata: già nel 1997 George Kennan, uno degli architetti del contenimento americano durante la Guerra fredda, definì l'allargamento della Nato ai confini russi un possibile grave errore strategico, sostenendo che Mosca avrebbe potuto interpretarlo come un atto di esclusione capace di produrre reazioni destabilizzanti.

Riconoscere che quel timore esiste non equivale a legittimare la propaganda del Cremlino né a giustificare l'aggressione all'Ucraina. Nessuna grande potenza può trasformare le proprie insicurezze percepite in un diritto di intervento sui vicini. Ma ignorare le dinamiche che hanno alimentato la contrapposizione tra Russia e Occidente rende più difficile costruire una soluzione stabile. La sicurezza europea richiede due principi simultanei: il diritto di ogni Stato a scegliere liberamente le proprie alleanze e la necessità di meccanismi capaci di ridurre il rischio di un confronto permanente tra grandi potenze.

L'Europa ha già saputo trasformare la contrapposizione in architettura condivisa: l'Atto finale di Helsinki del 1975 nacque dall'idea che la sicurezza del continente fosse indivisibile, un principio ripreso sulla carta nell'Atto fondativo Nato-Russia del 1997 e oggi indebolito.

Da qui dovrebbe ripartire una proposta concreta: una Conferenza per la sicurezza europea, costruita su tre dossier. Il primo riguarda le garanzie di sicurezza reciproche. Il secondo la tutela delle comunità russofone nei Paesi confinanti, sottraendola sia alla strumentalizzazione del Cremlino sia alla rimozione occidentale. Il terzo, il più importante, riguarda il rafforzamento coordinato delle capacità di difesa europee: non un'alternativa alla deterrenza, ma il quadro in cui la deterrenza viene accompagnata da regole condivise e da un dialogo permanente. Difesa e diplomazia, in questa prospettiva, sono strumenti complementari della stessa politica di sicurezza.

Una conferenza permanente non nascerebbe dal nulla, ma adatterebbe le lezioni della distensione a un contesto mutato, con gruppi di lavoro su controllo degli armamenti, garanzie reciproche, minoranze, comunicazione militare e prevenzione delle crisi. Sposterebbe la complessità dal piano dei principi a quello delle procedure, ma resterebbe l'unico modo per sottrarre la sicurezza europea alla sola logica dell'escalation.

Nessuno può immaginare risultati immediati, e una simile architettura presuppone un consenso politico ancora da costruire, oltre ad anni di lavoro paziente e senza garanzie di successo. Non si tratta di equidistanza né di dare credito alle narrazioni che giustificano l'aggressione russa: si tratta di riconoscere che nessuna architettura di sicurezza regge nel lungo periodo se ignora sistematicamente i timori, reali o percepiti, di una delle parti. È questo il paradosso del riarmo: aumentare gli strumenti per evitare la guerra mentre si riducono quelli politici per impedirla. La diplomazia non sostituisce la forza, ma serve a evitare che diventi l'unico linguaggio rimasto.

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