L’Europa ritrovi sé stessa: la pace si costruisce con diplomazia, diritto e coesione
Sostenere i popoli aggrediti è un dovere, ma la sicurezza europea non può ridursi al riarmo: servono difesa comune, giustizia sociale e iniziativa diplomatica.

ANSA
La toccante parabola dello scrittore ucraino Artem Chapeye, richiamata nella lettera dei 13, tocca corde profonde che interpellano la coscienza di ogni europeo. Davanti alla brutalità della guerra, la scelta di difendere la propria terra e i propri figli assume una dignità indiscutibile. Proprio a partire da questa drammatica realtà è tuttavia necessario evitare una sovrapposizione concettuale oggi pericolosamente diffusa: confondere la costruzione di una razionale politica comune di difesa — quanto mai necessaria anche perché può diventare essa stessa un fattore di coesione politica del continente — con un'adesione incondizionata alla logica del riarmo a oltranza.
Un conto è l'integrazione delle forze per evitare duplicazioni, razionalizzare le risorse, rendere più efficienti gli investimenti e costruire una reale capacità europea di difesa; un altro è l'impennata acritica delle spese militari, come se la sicurezza — che è invece anzitutto solidità delle istituzioni, capacità diplomatica, stabilità economica e coesione sociale — potesse essere misurata soltanto dalla quantità di risorse destinate agli armamenti.
I dati diffusi dall'Istituto Internazionale di Ricerca sulla Pace di Stoccolma (SIPRI) confermano che la spesa militare mondiale ha raggiunto nel 2025 un nuovo record storico di 2.887 miliardi di dollari, l'11° aumento consecutivo, pari al 2,5% del PIL globale, cioè il livello più alto dal 2009. Ed è l'Europa, con un balzo del 14% a 864 miliardi di dollari, a fare da traino a questa corsa mondiale. Davanti a questa tendenza, l'Europa rischia di snaturare se stessa, cioè una costruzione politica nata, dalla Dichiarazione Schuman in poi, come un progetto di pace fondato sulla messa in comune di interessi vitali per rendere la guerra materialmente impossibile tra i suoi membri. Piani come il Readiness2030 e lo strumento di prestito SAFE da 150 miliardi di euro, pur pensati, nelle intenzioni dichiarate, per favorire appalti congiunti, colmare i divari tecnologici e rafforzare l'autonomia strategica europea, vengono di fatto declinati come tappe di una vera e propria economia di guerra permanente.
Questa corsa agli armamenti è dunque lo specchio di una risposta puramente muscolare, funzionale a far persistere indefinitamente le tensioni con Mosca — ma a ben vedere anche con i BRICS+ — anziché tracciare una via d'uscita. Come opportunamente ricordato nell’importante appello internazionale sulle Condizioni economiche per la pace, pubblicato nel 2023 sul Financial Times a firma di autorevoli economisti, il dibattito pubblico tende a ignorare le determinanti economiche e gli squilibri globali che alimentano i conflitti. La tesi lì sostenuta — e che noi condividiamo appieno — è che una pacificazione reale non si ottiene accumulando armi, ma disinnescando le tensioni commerciali e la polarizzazione dei capitali internazionali che precedono e scatenano le guerre economiche e militari.
In questo scenario, lo stato della diplomazia europea appare in netto peggioramento. Si avverte la dolorosa assenza di quella tradizione che seppe tenere aperti i canali del dialogo anche nei momenti più bui della Guerra Fredda: l'Ostpolitik di Willy Brandt, la Conferenza di Helsinki del 1975, il ruolo di cerniera che l'Italia stessa seppe giocare tra i blocchi negli anni della distensione. Oggi l'Europa sembra aver smarrito la capacità di elaborare una proposta autonoma, cedendo alla logica delle armi — dunque alle lobby che le producono. Queste lobby non sono solo europee, dal momento che gran parte del riarmo continentale si traduce in commesse verso l'industria bellica statunitense, e ciò aggrava la dipendenza strategica che si vorrebbe superare. È una logica miope, in cui la ricerca ideologica del grande nemico procede di pari passo con l'ostinazione a non voler analizzare onestamente tutti gli scenari bellici in corso. Ne discende tra l'altro una responsabilità che l'Europa non può eludere: applicare in modo coerente le misure previste dal diritto internazionale contro chi commette crimini di guerra e altre violazioni. Vale a Est, in Ucraina, dove la condanna dell'aggressione russa è stata netta e tempestiva. Deve valere altrettanto nel Mediterraneo e a Gaza, dove troppo spesso la stessa fermezza nell'applicare il diritto internazionale umanitario è mancata, alimentando la percezione di una giustizia a doppio standard che indebolisce la credibilità delle istituzioni europee.
La sicurezza democratica non può reggersi solo sull'equilibrio del terrore. Nella Pacem in Terris, Giovanni XXIII scriveva che al criterio della pace fondata sull'equilibrio degli armamenti va sostituito il principio per cui la vera pace si costruisce soltanto nella vicendevole fiducia. Un'intuizione che l'enciclica sviluppa attorno a quattro pilastri imprescindibili: la verità, la giustizia, l'amore e la libertà. Un'intuizione che oggi Leone XIV riprende e attualizza in Magnifica Humanitas e nell’invocazione di una pace "disarmata e disarmante", mettendo di nuovo in guardia dal rischio di un mondo in stato di belligeranza permanente e chiedendo di superare la teoria della guerra giusta troppo spesso invocata per giustificare qualunque conflitto.
Alimentare il welfare e proteggere i diritti sociali e civili non sono lussi da contrapporre alla sicurezza, ma i presupposti stessi di una società resiliente. Per questo la coalizione di centrosinistra in Italia, e più in generale l'Unione Europea, devono rifiutare la logica del riarmo permanente e tornare a proporre con convinzione una strada politica alternativa a quella della guerra. Ciò significa anzitutto rivendicare per l'Italia e per l'Europa un ruolo negoziale attivo, non subalterno alla logica delle forniture belliche; significa poi riportare al centro dell'agenda europea le ragioni della diplomazia, della coesistenza pacifica e di una pace giusta; e significa, infine, avanzare la proposta di un meccanismo che riequilibri gli squilibri delle partite correnti globali, sul modello della international clearing union di Keynes.
Sostenere un popolo aggredito è un dovere di solidarietà. Ma deve essere chiaro che l'obiettivo finale è quello di una pace giusta che impedisca la cronicizzazione del conflitto. L'Europa torni a fare l'Europa, usando la forza del diritto e della diplomazia, prima che sia il diritto della forza a cancellare la sua stessa identità.
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