Lettera aperta a Maurizio Landini: la CGIL guidi la sfida dell’intelligenza artificiale
Una riflessione sul futuro della CGIL davanti ad algoritmi, appalti e intelligenza artificiale, per trasformare l’innovazione in nuovi diritti del lavoro.

ANSA
Caro Maurizio, ti scrivo con rispetto e franchezza. Sono cresciuto con la CGIL e dentro la sua storia, che considero parte della mia famiglia politica, umana e civile. Non scrivo per polemica, ma perché a quella storia voglio bene e sento il dovere di guardare a un mondo del lavoro in profonda trasformazione. Capisco perfettamente le enormi difficoltà del momento: i salari drammaticamente bassi, l'inflazione che morde e la battaglia estenuante per i rinnovi dei contratti collettivi nazionali. Ma è proprio dentro questa cornice che l’innovazione tecnologica, la digitalizzazione e l’intelligenza artificiale rischiano di travolgerci. Esse hanno già cambiato tutto: mansioni, tempi, salari, controllo e rappresentanza. E continueranno a farlo a velocità esponenziale.
Mi rivolgo a te pensando alla grande CGIL di Luciano Lama e Bruno Trentin, ma anche all'insegnamento e alla lungimiranza di figure come Fernando Santi, Piero Boni, Vittorio Foa, Silvano Ridi, Antonio Lombardi. Un sindacato, il loro, che ha saputo leggere i grandi cambiamenti della società e della produzione senza subirli passivamente, provando invece a governarli con intelligenza, autonomia e senso della storia.
Lama diceva: «Compagni, non abbiate paura delle novità». Non era una frase di circostanza, ma una lezione politica e sindacale: non avere paura significa studiarle, capirle, contrattarle e trasformarle in nuovi diritti, impedendo che il cambiamento cada sulla testa dei lavoratori. Oggi, però, la memoria rischia di diventare nostalgia. Mentre il sindacato discute spesso con le vecchie categorie del secolo scorso, gli algoritmi hanno già cambiato le regole del gioco. Stanno nascendo lavori senza nome e senza tutele adeguate, ma soprattutto si stanno esasperando i drammi storici del nostro mercato del lavoro. Penso al settore degli appalti e dei subappalti, diventato ormai una terra di nessuno, un dramma quotidiano fatto di perdita di potestà sui processi produttivi e di mortificazione costante della dignità di chi lavora.
Dobbiamo dircelo, dove cambia il lavoro, e dove il lavoro si frammenta fino a diventare precariato puro, lì deve arrivare la rappresentanza. Se la CGIL non avvia immediatamente una rivoluzione culturale interna, rischia di trasformarsi in un pezzo di archeologia industriale per un ritardo ideologico e strutturale. Occorre dotarsi di competenze tecniche interne. Non possiamo più andare al tavolo delle trattative con i colossi della logistica o dell’industria automatizzata, disarmati, intervenendo solo quando il danno è già fatto, quando il software che calcola i tempi morti è già installato o i licenziamenti sono sul tavolo. Il peccato originale è il rifiuto di fare la contrattazione anticipata. Il sindacato deve dettare le condizioni prima che l’IA entri in azienda, imponendo la trasparenza sugli algoritmi e pretendendo il principio della necessaria supervisione umana, la garanzia assoluta che nessuna decisione cruciale sulla vita del lavoratore possa essere presa da un software, ma che l’ultima parola spetti sempre e comunque a una persona in carne e ossa.
Un tempo il sindacato studiava, contrattava, l'organizzazione del lavoro per sovvertirla a favore del lavoratore, oggi subiamo l’organizzazione decisa dalle grandi multinazionali delle tecnologie digitali. Ben venga, in questo senso, la raccolta delle firme per una nuova legge d’iniziativa popolare sugli appalti; è uno strumento sacrosanto per ridare dignità alle retrovie del mondo del lavoro. Ma attenzione, questo sforzo non deve essere una corsa solitaria. Deve diventare l'occasione per ricostruire, a partire da un problema così drammatico, l’unità sindacale con Cisl e Uil. Dividersi di fronte a un padronato che si muove alla velocità del software significa condannare i lavoratori alla sconfitta.
Per questo la CGIL deve lanciare una proposta alta: un Nuovo Statuto dei diritti del lavoro nell’era digitale. La Legge 300 del 1970 è stata una delle più grandi conquiste di civiltà del nostro Paese, un capolavoro normativo e ideale approntato e voluto con forza da un ministro socialista come Giacomo Brodolini già indimenticato dirigente della Cgil. Brodolini portò la Costituzione dentro le fabbriche, strappando i lavoratori da una condizione di subalternità e riconoscendo loro libertà di pensiero, dignità e tutele sindacali inviolabili. Quello statuto ha civilizzato il capitalismo del Novecento e ha cambiato la storia d’Italia. Ma quella straordinaria architettura giuridica è nata per la fabbrica fordista, dove il datore di lavoro aveva un volto e il controllo si esercitava visivamente sui reparti.
Oggi che il datore di lavoro si materializza in un algoritmo e i contratti si polverizzano negli appalti, serve un aggiornamento strutturale che integri i diritti storici con quelli digitali. Un aggiornamento che metta al centro, con assoluta priorità, il diritto alla salute e alla sicurezza. Non parliamo più solo delle nocività materiali della vecchia fabbrica, ma dei nuovi rischi legati al "tecnostress", ai ritmi disumani dettati dagli algoritmi e alla reperibilità costante che logora la salute mentale. E, insieme a questo, il diritto alla vita e all'integrità fisica nei cantieri, imponendo la responsabilità totale e in solido delle aziende committenti sulla sicurezza negli appalti. La salute non può essere sacrificata sull'altare della produttività artificiale o del risparmio nei subappalti.
Una proposta del genere, però, non può calare dall'alto di un ufficio. Possibilmente insieme a Cisl e Uil, dobbiamo farla precedere da una grandiosa campagna di ascolto: migliaia di assemblee nei luoghi di lavoro, nelle fabbriche, negli uffici, nei cantieri. Dobbiamo rimettere in moto la partecipazione, ascoltare le paure e i bisogni reali di chi sta sulla linea di produzione o davanti a uno schermo, e trasformare quella voce collettiva in una spinta unitaria e travolgente.
Per dare concretezza e respiro internazionale a questo percorso, la CGIL dovrebbe proporre da subito un grande evento di rottura: un'Assemblea Nazionale aperta ai massimi esperti mondiali ed europei di Intelligenza Artificiale, giuristi, scienziati dei dati e sociologi del lavoro. Dobbiamo mettere a confronto la nostra base con le migliori intelligenze del pianeta per capire come governare l'algoritmo anziché subirlo. Solo un fronte sindacale unito, legittimato da una reale consultazione dal basso e supportato dalle massime competenze scientifiche, può imporre queste nuove regole alla politica e alle grandi multinazionali.
Bisogna farlo adesso, prima che sia troppo tardi. Prima che le tecnologie siano regolate solo dalle imprese, prima che i giovani vedano il sindacato come una storia importante ma lontana, e prima che il Mezzogiorno perda anche questa occasione. Ho profonda fiducia nella tua serietà, nella tua passione e nella coerenza che hai sempre dimostrato in questi anni di dure battaglie. Conosco la tua capacità di ascoltare e di parlare direttamente al cuore e alla testa delle persone, ed è proprio per questo che vedo in te la figura capace di guidare questa transizione, imprimendo alla CGIL quella spinta anticipatrice e coraggiosa di cui il Paese ha un disperato bisogno. Abbiamo bisogno della tua forza per parlare al futuro prima che il futuro diventi un'emergenza.
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