L’esempio contro l’oblio: Vertigine di Nicola Ruganti tra formazione, memoria e militanza
Dal caso Amato alla formazione di Anna, il romanzo di Ruganti intreccia storia, politica e responsabilità civile, opponendo l’esempio alla violenza.

ANSA
Vertigine di Nicola Ruganti (Bordeaux, 2026, 216 pp.) è un romanzo che merita di essere letto. La sua forza è innanzitutto nella capacità di tenere insieme, con invidiabile disciplina compositiva, tre piani differenti: il romanzo di formazione, la ricostruzione storica, la riflessione civile sulla politica, sulla responsabilità, sul valore dell'esempio. Il risultato non è un ibrido incerto, ma un'architettura a incastro in cui ciascun piano illumina gli altri.
Il romanzo intreccia innanzitutto due storie, distanti nel tempo ma non nello spirito. La prima è quella di Anna, studentessa al quarto anno di liceo che entra — un po' per attrazione, un po' per necessità — nei meccanismi della politica cittadina. Da questo punto di vista Vertigine è un classico romanzo di formazione. Classico nel senso più pieno del termine: Anna è lo specchio di una generazione. In lei ritroviamo i tratti di una moltitudine di adolescenti e ragazzi del nostro tempo: curiosi, inquieti, fragili, indisponibili ad accettare la realtà così com'è. Come loro, Anna abita quella condizione sospesa in cui si scopre che nella vita esistono alternative, e che ogni giorno è insieme una scoperta e una scelta. Ruganti ha il merito di non sentimentalizzare questa condizione: la restituisce con la sua ambiguità, senza consolazioni facili.
In questo spazio sospeso si insinua nel romanzo la seconda storia: quella dell'Italia a cavallo tra gli anni Settanta e gli anni Ottanta. In particolare, entra in scena la vicenda di Mario Amato, sostituto procuratore della Procura di Roma, assassinato nel giugno 1980 dal terrorismo neofascista dei NAR appena dieci giorni dopo aver presentato per la seconda volta al CSM una relazione che iniziava a nominare le trame: nomi, cognomi, responsabilità che intrecciavano terrorismo nero, settori deviati dei servizi segreti e la loggia P2. Un contro-Stato nello Stato, impegnato in una costante proiezione eversiva contro la sinistra, contro i lavoratori, contro l'ordine democratico.
Amato — abbandonato dalla sua stessa Procura — è tra i primi a comprendere l’esistenza di una strategia, intuendo quella che definì egli stesso «una verità d’assieme», cioè l’esistenza di collegamenti diretti e trasversali tra mandanti e fiancheggiatori. Non parlerei mai — la storiografia impone sempre cautela — di una regia unica; piuttosto di connessioni, convergenze, possibili coordinamenti che attraversano la destra eversiva tra il 1977 e il 1980. Di tracce di una saldatura operativa, anche economico-finanziaria, tra sigle diverse, dai NAR a Terza Posizione, dietro cui si muovono le vecchie organizzazioni di Avanguardia Nazionale e Ordine Nuovo.
Amato, per Ruganti, non è una semplice figura evocata, un nome depositato nella memoria collettiva per obbligo di verità storica. È un dispositivo narrativo e morale, e in questo sta una delle scelte più riuscite del romanzo: la sua storia entra nel percorso di Anna come esempio incontrato più che come lezione impartita, con tutta l'imprevedibilità e la forza che l'incontro, a differenza dell'insegnamento, porta con sé. Amato assume la funzione del modello: di chi interpreta il proprio lavoro come responsabilità pubblica, come esercizio di verità.
Leggendo le pagine in cui si staglia questa lettura di Amato, è difficile non pensare a Marc Bloch, e in particolare al passaggio dell'Apologia della storia che insiste sull'analogia tra storico e giudice: entrambi interrogano testimonianze per accertare fatti, le sottopongono a critica, ne vagliano l'attendibilità, ne ricostruiscono i nessi causali. Entrambi cercano, attraverso le fonti, connessioni. Entrambi cercano, dunque, una verità che non è mai data ma va sempre ricostruita. Verità: parola bellissima e complicatissima, che dice qual è lo scopo di una vita intera, e che rivela un'affinità epistemologica profonda tra magistrati e storici. La differenza, come ricorda Bloch, è che il giudice deve infine emettere una sentenza — punire o assolvere — mentre allo storico è richiesto soltanto di comprendere. Ruganti sembra muoversi esattamente su questo crinale, non giudicando i suoi personaggi, ma provando a comprenderli e così facendo rendendo credibili anche negli errori e nelle sgrammaticature.
Il tema dell'esempio è il primo grande asse del libro. Il secondo è la militanza. Militare — ci suggerisce Ruganti — significa posizionarsi, scegliere un ordine di valori, decidere da che parte stare: non un fatto estetico, ma un atto di responsabilità che si rinnova ogni giorno. Ed è qui che entra in gioco il terzo asse, cioè l’oggetto vivo della militanza: la politica. La politica che il libro racconta è profondamente ambivalente. Da un lato è la politica del malaffare, il cancro che ammorba i partiti, anche quelli che dovrebbero rappresentare un'alternativa, e che invece tradiscono per opportunismo, per subalternità ideologica e anche, semplicemente, per quieto vivere. Dall'altro è la politica della violenza e del terrorismo: di chi vede il malaffare e sceglie di affrontarlo con le armi.
Nel profilo di Paolo — l'avvocato quarantenne che finisce per uccidere il sindaco, compagno di partito eletto anche con i voti del malaffare — emerge il narcisismo patologico e criminale della lotta armata, preda di frustrazioni individuali e collettive. In una delle pagine più dense del romanzo, Paolo dice di avere l'impressione di camminare su una terra muta. Quel che vediamo è che egli interrompe quel silenzio soltanto con il rumore dello sparo: non dà voce a niente, non interpreta alcuna domanda collettiva, agisce in balia di un delirio solipsistico che sostituisce la realtà con la propria proiezione ideologica. È forse il punto più acuto del libro: la lotta armata non come eccesso di politica, ma come sua negazione radicale. Sostituzione del pensiero con il gesto, della relazione con il monologo.
Il romanzo di Ruganti, così, ci costringe a riflettere sul danno immenso che la lotta armata ha inferto per troppi anni alla vicenda collettiva della sinistra italiana, colpendo — fisicamente e politicamente — proprio quei soggetti che pretendeva di rappresentare. Non si può non pensare a Guido Rossa, operaio, sindacalista, militante comunista, ucciso per aver difeso la legalità e denunciato il terrorismo in fabbrica. Il terrorismo è dunque una forma di tradimento degli ideali non meno radicale di quella di chi si arrende al sistema: una grande forza conservatrice, che congela la democrazia invece di farla evolvere.
Qual è, allora, l’antidoto a tutto questo? Non l'integrazione passiva in una politica torbida che galleggia nell’affarismo né la fuga nella violenza redentrice. Piuttosto, ciò che entrambe le traiettorie finiscono per negare, sia pure in forme opposte: la prospettiva di una trasformazione democratica e collettiva. Il libro lo dice, senza bisogno di sottolinearlo esplicitamente: l'antidoto è la testimonianza non violenta, è la forza degli esempi, è la concretezza degli obiettivi. Il magistrato Amato, da un lato; la giovane Anna, in prospettiva, dall'altro.
A questo aggiungerei — è una riflessione che il romanzo mi suggerisce — la necessità di cultura, di pensieri lunghi, di un'idea di rivoluzione come processo democratico progressivo, che si incarna nella pratica dell'organizzazione, della mobilitazione, dello studio, della comprensione profonda dei problemi e dei fenomeni.
Nella nuova generazione vedo molto la prima attitudine — grande lucidità, grande pragmatismo — meno la seconda: la capacità di connettere il presente a una profondità temporale, senza cadere nell'illusione di poter affrontare i problemi solo nel qui e ora. C'è una frase, a pagina 27, che mi ha colpito molto: Anna evoca la necessità di «smettere di aspettare il ritorno dei padri, dei nonni». Per uno storico è una frase destabilizzante, perché il nostro mestiere vive di un legame mai neutro con il passato. Dell’urgenza di una connessione con il passato. Persino di nostalgia. Eppure è proprio questa la tensione più feconda di Vertigine. Dobbiamo davvero smettere di aspettare il ritorno dei padri e dei nonni, per agire qui e ora. E tuttavia senza mai spezzare il filo che ci lega a loro, imparando a scegliere e a distinguere, quando è possibile, tra i buoni esempi e i cattivi maestri. È, in fondo, l'insegnamento più prezioso che Ruganti consegna ai suoi lettori: la memoria non come rifugio, ma come materiale di lavoro per il presente.
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