L’eredità politica di Pio La Torre

Federico TortiBattaglia delle Idee
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ANSA

«Noi concepiamo la lotta alla mafia come un aspetto della più generale battaglia di risanamento e rinnovamento democratico della società italiana» sosteneva Pio La Torre, il cui impegno politico ha cercato di inserire il contrasto alla mafia in una più ampia cornice di senso: dalla lotta per le classi subalterne oggetto di soprusi, all’antimilitarismo e il pacifismo.

Come scrive Leoluca Orlando, «l’esperienza laicamente profetica di Pio La Torre con il passaggio dalle lotte per i diritti dei contadini al movimento per la pace contro i missili a Comiso si è completata con le due più importanti azioni di contrasto alla mafia: la previsione del 416 bis e la confisca dei patrimoni mafiosi». L’eredità legislativa antimafia del politico siciliano è molto importante: è da ricondurre a lui la paternità del 416-bis che prevede il reato di associazione mafiosa e riconosce, per la prima volta, le organizzazioni mafiose da un punto di vista giuridico. La legge Rognoni-La Torre porta il nome del Ministro dell’interno del 1982, anno in cui la norma è entrata in vigore, e del politico siciliano comunista che la promosse nel 1980 in qualità di primo firmatario. L’articolo introdotto nel Codice penale punisce chiunque faccia parte di un sodalizio mafioso, al di là di aver commesso o meno delitti per conto di quest’ultimo, introducendo di fatto – oltre che de jure – un reato di “mafiosità” con pene più severe per chi occupa posizioni di comando e coordinamento. La suddetta norma ha introdotto altresì un’importante novità nel contrasto alle mafie, particolarmente voluta da Pio La Torre che vedeva in essa un efficace strumento per arrecare loro un danno da un punto di vista economico-patrimoniale: il sequestro e la confisca dei beni illecitamente accumulati dalle organizzazioni criminali mafiose.

L’eredità politica di La Torre non è da meno rispetto a quella legislativa. È stato il primo a realizzare – con spiccata sensibilità politica – un’antimafia intersezionale ante litteram, come suggerisce Umberto Santino nel suo articolo Per una rifondazione dell’antimafia all’interno della rivista del Centro studi Pio La Torre. Egli suggerisce, dopo oltre quarant’anni dalla morte, di raccoglierne l’eredità guardando a un’antimafia «che affianchi e condivida la mobilitazione per il lavoro legale e tutelato, non schiavistico e nelle mani del caporalato; che sostenga le lotte ambientaliste e pacifiste, riprendendo la stagione di Comiso». Guardando retrospettivamente al suo lascito, si «parla di un’antimafia “intersezionale”; non è un problema di terminologia, il problema è la volontà e la capacità di costruire un progetto complessivo, fondato sulla correlazione tra aspetti di una società articolata e complessa. E se è necessario mutare il linguaggio, possiamo farlo, a cominciare dallo stesso termine “antimafia”, in cui domina l’“anti” che dovrebbe cedere il posto al “per”». In questa intuizione di Santino c’è tanto dell’idea di costruire sulle orme di La Torre un’antimafia propositiva e positiva; che abbandoni l’impronta simbolica e identitaria, per legarsi a frame diversi e istanze politiche diverse. L’idea è, dunque, far riacquisire centralità al tema dell’antimafia riempiendola di nuovi contenuti, mettendola al servizio di cause soltanto apparentemente slegate, consegnandole così nuova linfa e slancio per il futuro.

La causa che più impegnò La Torre in prima persona, anche in virtù del ruolo di segretario regionale del Partito comunista italiano in Sicilia, fu la strenua opposizione all’installazione di una base missilistica Nato a Comiso, in provincia di Ragusa. Il significato politico di questa battaglia lo possiamo evincere dall’editoriale scritto di suo pugno prima che l’agguato di un commando mafioso stroncasse la sua vita. Esso compare nell’edizione di Rinascita del 14 maggio 1982. La redazione ne introduce il contenuto giustificando la scelta ai lettori: «il suo scritto assume […] il carattere di una testimonianza di altissimo significato politico e morale e suggella un impegno estremo per la pace, il rafforzamento della democrazia, il rinnovamento della Sicilia, la lotta senza tregua contro il terrorismo mafioso, i suoi complici e alleati».

L’opposizione all’installazione militare a Comiso è una testimonianza esemplare della capacità che ebbe La Torre, prima della sua tragica morte per mano mafiosa, di connettere istanze soltanto in partenza diverse. Cerchiamo allora di far parlare il suo editoriale, con il quale spiega gli obiettivi chi si proponeva e i risultati conseguiti – in termini di mobilitazione – a Comiso.

La campagna condotta in prima linea dal segretario del PCI siciliano e da molte altre forze che ne sposarono la causa (Acli, Arci, Pdup, Dp, movimenti femministi, giovanili e pacifisti di vario orientamento culturale e religioso, alle quali poi si unirono anche il Psi e la segreteria regionale Dc) ottenne come straordinario risultato la sottoscrizione di più di un milione di firme per la petizione che chiedeva al governo di «sospendere la costruzione della base missilistica a Comiso». Un obiettivo conseguito, come sostiene polemicamente La Torre nei confronti dei commentatori che intendevano far passare il fatto politico come «una prova di forza del Pci», grazie allo «sforzo sostenuto dai comunisti» ma, ancor di più, grazie a «una chiara e coerente impostazione unitaria».

In queste parole troviamo il senso dell’esperienza federatrice condotta dal Partito Comunista Italiano e, segnatamente, dai comunisti siciliani. La piattaforma politica comune, a partire dalla comune esperienza antimafia, si è suggellata grazie a temi quali l’antimilitarismo e il pacifismo, per un ruolo del tutto alternativo da destinare all’Italia e alla Sicilia, richiamando «l’attenzione delle forze pacifiste di tutta l’Europa sul problema di Comiso». L’obiettivo di La Torre viene poi chiarito senza troppi giri di parole: «noi intendiamo operare con coerenza affinché questa realtà determini rapidamente la maturazione di orientamenti nuovi nei gruppi dirigenti del Psi e anche della Dc».

La petizione per sospendere ed impedire l’installazione missilistica intendeva essere un esempio per le forze pacifiste, italiane ed europee. Il fatto di possedere missili Cruise a Comiso, secondo il segretario del Pci siciliano, avrebbe «trasform[ato] la Sicilia in un avamposto di guerra». A questa ipotesi intendeva contrapporre «l’obiettivo di fare del Mediterraneo un mare di pace» salvando così l’Europa «dalla catastrofe della guerra atomica». Consapevole del fatto che quello fosse diventato un «banco di prova», La Torre suggeriva «iniziative che colleg[assero] la lotta per la pace agli obiettivi» più generali di sviluppo della Sicilia, «il che signific[ava] entrare nel vivo dei rapporti Nord – Sud» (1982).

La storia politica di Pio La Torre dimostra che i concetti antagonisti sono più deboli di quelli positivi se restano soltanto reattivi; se si limitano a ribadire contro cosa sono, senza specificare per cosa sono, tendono, nel corso nel tempo, a svuotarsi o a diventare solo strumenti retorici nelle mani degli attori politici. Egli ha aperto la strada ad un’antimafia politica vocata al consolidamento democratico, al conseguimento della pace e della giustizia sociale pur avendo contribuito grandemente a garantire all’antimafia giudiziaria strumenti efficaci di repressione.

In definitiva, uno scivolamento dell’antimafia: da movimento di reazione e strumento di contrasto, a risorsa politica. Un capitale simbolico spendibile per avere maggiori opportunità di successo nella contesa delle cariche elettive e nella costruzione di identità politiche. Essa si è fatta linguaggio, pratica e piattaforma politica.

L'approccio della politolinguistica consente di esaltare le capacità performative del linguaggio che, in qualità di atto linguistico costruisce identità e, con esse, opportunità politiche. L’antimafia intersezionale, dunque la capacità di legare il concetto primigenio (antagonista e di reazione) ad altri compatibili e adiacenti, consente la politicizzazione del significante vuoto antimafia e, così, la sua possibile considerazione tra gli elementi utili alla costruzione di una ipotetica piattaforma o alleanza politica. Un’antimafia così declinata può essere un tema adiacente ad un’ideologia o una risorsa politica da impiegare strategicamente per ottenere legittimazione sociale e politica, per vedere accresciuta la propria credibilità e finanche come strumento di mobilitazione per contrastare una crescente disaffezione partitica e una sfiducia più generale nei riguardi della politica che si può evincere – come fenomeno più visibile – dall’astensionismo crescente. Per far sì che questa si stabilizzi nel dibattito pubblico e soprattutto entri a far parte dell’agenda politica nazionale, occorre che gli attori che ne promuovono i fini la inseriscano in una cornice di senso più ampia, collegandola ad altre istanze. Solo così potrà entrare a far parte delle piattaforme politiche di governo e opposizione, cessando di risultare soltanto una bella bandiera da brandire per trovare legittimazione.