L’eredità inquieta di Biagio De Giovanni
Dalla rivista Critica marxista alle trasformazioni del Partito Comunista Italiano: filosofia, politica e disincanto nella parabola di un intellettuale critico tra Antonio Gramsci, Georg Wilhelm Friedrich Hegel e la fine di un’epoca.

Archivio Rinascita
Critica marxista, seconda metà degli anni Settanta. La rivista teorica del Partito comunista italiano è nata nel 1963, dopo la chiusura di Società, rivista fiorentina del dopoguerra, che fu travolta dalla crisi determinata dagli eventi del 1956. A differenza della precedente, Critica marxista era diretta da dirigenti di partito (certo, erano, allora, dirigenti intellettuali), e aveva sede nel palazzo del partito, in via delle Botteghe Oscure. Il comitato direttivo, all’inizio molto ristretto, si aprì nel 1976 ad alcuni intellettuali di peso, tra i quali Biagio De Giovanni, che aveva pubblicato nel 1970 un libro molto importante su Hegel e il tempo storico della società borghese. Sebbene restasse determinante il settore filosofico e storico, ed esclusiva l’estrazione crocian-gramsciana (con l’esclusione delle tendenze marxiste imputate di positivismo, quali la scuola dellavolpiana e quella geymonatiana), l’allargamento del comitato direttivo manifestava una certa intenzione di apertura, del resto molto prudente.
Come giovane componente della redazione, partecipavo alle riunioni di quell’organismo, assistendo a discussioni filosofico-politiche che furono per me una vera scuola di pensiero. Ne facevano parte due pilastri del marxismo italiano come Badaloni e Luporini, che erano membri del Comitato centrale del partito ed erano quindi avvolti da una certa aura di dirigenti politici. Biagio De Giovanni, più giovane, spiccava per la vivacità e la forza del suo pensiero. Aveva la raffinatezza culturale e politica di certi intellettuali meridionali, e un fascino umano straordinario.
Non era, allora, in rotta col marxismo né col partito; ma il suo marxismo era profondamente originale e autonomo, e il suo rapporto col partito fu sempre critico. Proprio in quegli anni erano cominciate le discussioni polemiche su Gramsci e su Marx, condotte soprattutto sulle pagine di Mondoperaio, che portarono rapidamente alla cosiddetta crisi del marxismo. Sono anni di grandi confronti filosofici che erano anche politici, e di scontri politici che erano anche filosofici. Anni in cui la cultura politica dei comunisti, per tanto tempo legata al marxismo e alla lettura togliattiana di Gramsci, si apriva necessariamente ad altri filoni filosofici e scientifici, dalla sociologia all’economia al pensiero negativo. De Giovanni fu un protagonista degli anni della crisi: pur conservando l’ispirazione crociano-gramsciana, non era un ortodosso né un intellettuale organico. Non a caso era sospetto di gentilianesimo. Cercò l’incontro con filosofi di formazione e tendenze diverse, ma pur sempre nell’ambito continentale, come Cacciari, Marramao, Esposito, Bolaffi, Curi, con i quali condivise l’esperimento di dialogo incarnatosi nella rivista Il Centauro, da lui diretta. La forza della filiazione hegeliana restò comunque in lui sempre dominante, governando sia la sua attività filosofica sia la sua importante vicenda politica, segnata da un progressivo avvicinamento alla corrente riformista.
Nell’agosto 1989 l’Unità pubblicò un suo articolo che, nel rituale anniversario della morte di Togliatti, affermava che la fine ormai certificata del comunismo reale non poteva non coinvolgere anche il giudizio su Togliatti, che di quel comunismo era stato un convinto sostenitore (al limite dell’utopia) e un costruttore, nella ricerca costante di «un rapporto di ferro con l’Urss e con le scelte della maggioranza del partito sovietico – sin dal 1926 e in aperta polemica con Gramsci – che rimase ferma anche dopo la morte di Stalin se si pensa al 1956 ungherese». Quell’articolo provocò nel partito un subbuglio che anticipava quello che, pochi mesi dopo, sarà provocato dalla svolta di Occhetto. Così come la sua tesi di un Gramsci revisionista.
Fu naturalmente a sostegno di Occhetto e della costruzione del Pds, con la speranza, allora condivisa da molti di noi, e destinata a essere tristemente delusa, che il superamento del vecchio partito potesse configurarsi come una autentica riflessione storica e politica e non come una semplice liquidazione o peggio come una operazione trasformista. Il lato propriamente politico della sua attività – tuttavia mai sganciato dalla più approfondita ricognizione delle idee – si dispiegò, oltre che in numerosi interventi nel dibattito pubblico, nei due mandati di parlamentare europeo, tra il 1989 e il 1999. Da questa esperienza derivarono scritti importanti tra cui soprattutto L’ambigua potenza dell’Europa (2002). Ma la sua opera filosofica non si è mai interrotta: negli ultimi anni hanno visto la luce libri importanti, sull’Occidente, su Croce, e ancora su Hegel. Riassumere il carattere profondo del pensiero di De Giovanni non è facile, e forse non servirebbe.
Certamente si può dire che non ha mai dimenticato l’impronta di Hegel e della sua idea di scissione come tratto fondamentale della modernità. La scissione hegeliana che rimanda al tragico, certamente, ma allo stesso tempo ne dispiega il carattere produttivo di realtà e di pensiero. Il negativo che è insuperabile e proprio per questo è il motore della storia. Lo Hegel di De Giovanni è, come lui, maestro di filosofia ma insieme di politica, se la politica è intesa come costruzione di realtà. La politica reale dette a lui, come a tutti noi sostenitori della svolta, grandi delusioni, che lo portarono fino ad una breve adesione al gruppo radicale de La rosa nel pugno. Fu infine coinvolto da Renzi: lo ricordo a Torino, al Lingotto (dove Renzi aveva riunito un nutrito gruppo di intellettuali). Un breve momento di speranza. Nel suo bel ricordo sul Riformista, Umberto Ranieri si augura che l’eredità riformista di De Giovanni possa essere raccolta e discussa nella sinistra italiana. Temo che sia un augurio destinato a cadere nel vuoto. La discussione intellettuale sulla e nella politica non esiste più. Il tipo di intellettuale critico impersonato da lui e da altri – ma pochi con la sua profondità e con il suo stile – è, almeno per ora, decisamente inattuale. Se, come ci è stato insegnato, l’attuale non può fare a meno dell’inattuale, possiamo sperare che prima o poi quel tipo di discussione torni a vivere e a innervare il presente. Intanto, possiamo solo ribadire il nostro commosso ricordo, e il senso di una grave perdita.
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