L’eredità del 1956 e la sfida della pace

Bruno GravagnuoloBattaglia delle Idee
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ANSA

Ricorrono i 70 anni dell'indimenticabile 1956, un anno cruciale non solo per il XX Congresso del PCUS e l'invasione sovietica in Ungheria, ma anche per l'VIII Congresso del PCI. In quell'occasione il partito ribadì il grave errore dell'appoggio ai carri armati a Budapest, introducendo altresì una serie di novità sulla via dell'autonomia delle "vie al socialismo" e sulla democrazia pluralista come scelte di fondo. Non va dimenticata la famosa intervista di Togliatti a Nuovi Argomenti, che metteva in discussione il sistema sovietico criticando il semplicismo della denuncia del "culto della personalità" mossa da Krusciov contro le degenerazioni di Stalin.

Fu questo un processo segnato da involuzioni, ma iniziato già nel 1954, che vale la pena riassumere. In quell'anno si verificò infatti uno scontro al calor bianco tra Togliatti e Norberto Bobbio sul tema della libertà, svoltosi sulle pagine di Rinascita e Nuovi Argomenti, sull'onda della morte di Stalin e alla vigilia del krusciovismo. L'anno scorso è uscita una bella raccolta su quello scontro, a cura di Michele Ciliberto: Sulla libertà (Ed. Normale di Pisa, 2025). Per comprenderlo appieno, tuttavia, è necessaria una premessa storica più ampia. Vediamo.

Il 1954 segna l'avvio della destalinizzazione (Stalin muore nel marzo 1953). Qualche anno prima si era verificato il "caso Vittorini", culminato con l'uscita dello scrittore dal PCI e la chiusura de Il Politecnico. Il 1954 fu poi l'anno della battaglia contro la "legge truffa": con la maggioranza del 50% più uno, la coalizione vincente avrebbe ottenuto il 65% dei seggi alla Camera; ieri come oggi, la democrazia appariva in pericolo poiché il vincitore avrebbe potuto cambiare la Costituzione senza colpo ferire e senza referendum confermativo.

Era inoltre il tempo in cui l'ipotesi di mettere fuori legge il PCI era caldeggiata da ampi settori della destra e del centro. Il ruolo del partito fu dunque decisivo nell'impedire l'applicazione di quella legge, ponendosi al contempo come fattore di libertà civile pur mantenendo — sebbene in chiave autonoma — il legame con Mosca. Si poneva quindi un serio problema riguardo al contrasto, interno al PCI, tra la sua funzione liberale e il leninismo dispotico delle origini. Da qui la provocazione di Bobbio sul rapporto tra politica e cultura, rivendicando per quest'ultima la necessità di restare libera nello Stato di diritto.

Col tempo, tuttavia, grazie a scelte concrete e ideali, quel contrasto si sanò del tutto, poiché i comunisti assunsero gradualmente il tema del pluralismo politico e della "democrazia come valore universale": prima con Togliatti all'VIII Congresso e nel famoso Memoriale di Yalta del 1964, e in seguito con Berlinguer. Le premesse — ben prima della proclamazione berlingueriana del 1974 — risiedevano già nel ruolo costituente del PCI nella democrazia italiana, nella scelta della "via parlamentare", nel citato Memoriale di Yalta e nella condanna dell'invasione sovietica di Praga nel 1968 sotto la segreteria di Longo.

Ciononostante, negli anni Cinquanta persistevano ambivalenze nella posizione del PCI sul tema della libertà, specialmente in occasione dei fatti d'Ungheria del 1956. Già nel 1954, su Nuovi Argomenti, Bobbio aveva lanciato l'offensiva socialista e liberale: "la libertà — scriveva — è garanzia del governo delle leggi contro l'arbitrio degli uomini. Essa è irrinunciabile, sia come valore che come procedura di governo e argine a garanzia delle minoranze". Insomma: senza libertà non c'è democrazia, né socialismo. Per Bobbio, inoltre, essa era presidio dell'autonomia della cultura, che pur non essendo indifferente alla politica deve rimanerne distinta.

Sono concetti ormai ovvi, capisaldi assodati, ma all'epoca non era così. Il marxismo teorico era infatti fortemente critico verso le "libertà formali" e lo stesso Togliatti — firmandosi su Rinascita con lo pseudonimo machiavellico di Roderigo di Castiglia — nel difendere l'URSS ribadiva l'astrattezza borghese di tali libertà se svincolate dall'uguaglianza sociale (nesso che, secondo il PCI di allora, era stato realizzato nel socialismo sovietico). Bobbio ebbe facile gioco nel dimostrare sempre su Nuovi Argomenti che le cosiddette "libertà borghesi" rappresentavano un punto di non ritorno storico, e che senza libertà civili e politiche ogni socialismo sarebbe degenerato in un dispotismo negatore dell'uguaglianza stessa. È ciò che avveniva nei fatti in URSS: una nazione eroica contro il nazismo, ma nondimeno totalitaria e segnata da tragedie immani.

Alla discussione partecipò anche il filosofo marxista Galvano della Volpe, all'epoca concorde con Togliatti e avverso all'idea cristiana e umanistica della "persona-valore". Tuttavia, dieci anni dopo, al culmine di una lunga revisione, egli approdò all'idea della legalità socialista e dell'inevitabile conflitto tra individui di diversa natura, aspirazioni e meriti; soggetti, dunque, bisognosi di libertà e dello Stato di diritto. Uno Stato pluralista, quindi, capace di mediare tra meriti e disuguaglianze, sia nella politica che nelle leggi. Questo fu l'approdo finale di Della Volpe in Critica dell'ideologia contemporanea (Editori Riuniti, 1964).

Alla fine, in questa lunga diatriba, Bobbio risultò vincitore e la sua vittoria fu certificata dallo stesso PCI e dai suoi intellettuali. Nessuno oggi, infatti, metterebbe in dubbio il trinomio "Socialismo, Giustizia e Libertà", da declinare nella società e nello Stato, nella politica e nell'economia. Il tutto nel segno di una sinistra opposta alla destra — come scriveva Bobbio nel celebre Destra e Sinistra (Donzelli, 1994) — in virtù di un'uguaglianza proporzionale ai meriti e ai talenti individuali, messi al servizio del benessere e della libertà reale di tutti (fatta salva la proibizione della libertà privata di sfruttare il lavoro).

Ma torniamo alla polemica di allora. Un tema chiave, come ricordato anche da Luciano Canfora sul Corriere della Sera (11/07/2025), fu il giudizio su Stalin e i suoi crimini, nonché il paragone — ancora oggi rilanciato in Europa e persino sancito giuridicamente dall'UE — tra Hitler e Stalin, ovvero tra Germania nazista e URSS. Bobbio si dissociò da tale accostamento fin dagli anni Cinquanta, affermando che, mentre il nazismo aveva distrutto l'Europa precipitando il mondo nella barbarie, l'URSS aveva al contrario edificato una (pur criticabile) modernità su secoli di arretratezza, contribuendo in modo decisivo alla sconfitta del pericolo razzista globale. Canfora chiama giustamente a sostegno di questa tesi persino il liberale Benedetto Croce, il quale, nella sua Storia d'Europa, intravide nel bolscevismo una funzione liberatoria di stampo giacobino, destinata a essere rivalutata nel suo contesto storico e poi superata.

La storia, tuttavia, fu più complessa: il superamento del socialismo sovietico nel 1991 non coincise con un "socialismo dal volto umano", bensì con la catastrofe geopolitica dell'URSS e con l'insorgere di un nuovo dispotismo nazionalista, incoraggiato dalla revanche capitalista occidentale. Quest'ultima assecondò privatizzazioni selvagge nell'ex URSS e promosse l'espansione della NATO ai confini della Russia, premesse da cui è scaturito il drammatico conflitto odierno in Ucraina.

Che dire, in conclusione, di questa antica disputa che resta attuale proprio in un'epoca di guerre e contese planetarie? Oggi la libertà è minacciata ovunque, persino laddove — si pensi a Trump e ai sovranismi — se ne proclama il monopolio in nome di una presunta superiorità di civiltà. È il famoso "scontro di civiltà" denunciato da Samuel Huntington fin dal 1993 su Foreign Affairs.

Alcune considerazioni possono essere fatte, seppur in via provvisoria. Innanzitutto, la libertà di tutti e di ciascuno resta un valore e un ideale regolativo assoluto; tuttavia, essa non può essere imposta ai singoli paesi, pena un rinnovato dispotismo dall'alibi umanitario, come già scriveva Kant nel 1795 in Per la pace perpetua contro le mire imperiali. È quanto avvenuto all'inizio del secolo con le teorie neocon e oggi con l'approccio di Trump al regime change. Al contrario, affinché la libertà possa allignare, essa deve "inculturarsi", necessitando di condizioni di tolleranza tra mondi radicati in differenti contesti storici e geografici.

Come sosteneva Berlinguer, in sintonia con Bobbio, la democrazia è un valore universale, a condizione però che le sue basi materiali ed economiche possano svilupparsi in una civiltà globale di pace, fondata sulla coesistenza pacifica tra culture e sistemi diversi. Solo in questo quadro può svolgersi la "lotta dei popoli" che bandisca ogni egemonia e unilateralismo planetario, fattori di tragedie che negano la libertà stessa. Al contrario, è proprio a queste derive che abbiamo assistito dal 1989 a oggi, nonostante le promesse sulla "fine della storia" in chiave liberale formulate da Fukuyama.

Abbiamo infatti visto l'espansione della NATO, guerre non autorizzate dall'ONU e il disprezzo per le risoluzioni internazionali sull'occupazione dei territori palestinesi. Abbiamo assistito a populismi e guerre civili, come in Ucraina, vicenda poi degenerata in uno scontro geopolitico e nell'invasione russa, di fronte alla quale sia l'ONU che l'Europa si sono dimostrate impotenti. Per di più, l'Unione Europea, invece di esercitare un'azione mediatrice, si è resa parte in causa, aggravando il conflitto e rivendicando un ruolo di peacekeeping armato che esclude l'ONU, mentre allestisce un riarmo globale in funzione antirussa anziché come legittima difesa comune.

Oggi le tensioni in Venezuela e Iran, unite ai conflitti in corso, hanno ulteriormente aggravato il quadro globale, ribadendo quella logica unilaterale che Gorbaciov tentò di superare con un sistema di cooperazione. Il concetto di "coesistenza pacifica tra sistemi diversi", espresso da Krusciov nel 1956 come "imperativo della vita stessa", resta essenziale. Tale principio fu contraddetto dall'intervento in Ungheria (nello stesso anno dell'attacco anglo-francese a Suez), ma fu ribadito da Togliatti nel 1963, quando proclamò che, nell'era nucleare, la pace era un imperativo superiore alla lotta di classe. Si trattò di una vera rottura con la tradizione comunista che, pur tra le tragedie del 1956 e quelle odierne, resta una lezione attualissima: proprio nell'epoca "MAGA" e degli imperi in lotta, la coesistenza è l'unica alternativa alla distruzione del pianeta, sia essa endemica o frutto di una rapida catena di eventi incontrollati.