Leone XIV e la sfida democratica dell’Intelligenza Artificiale
La Magnifica Humanitas sfida il dominio dei colossi tecnologici e rimette al centro lavoro, democrazia e controllo pubblico.

ANSA
Ho letto la Magnifica Humanitas con la stessa attenzione con cui leggo un documento politico importante. E devo dire che raramente un testo della Chiesa mi ha interpellato così direttamente sul lavoro che faccio ogni giorno a Bruxelles e a Strasburgo. Leone XIV ha scritto un'enciclica sull'intelligenza artificiale che è, nella sostanza, una critica radicale al paradigma che domina lo sviluppo tecnologico del nostro tempo: la logica secondo cui l'efficienza è il valore supremo, il profitto il criterio di giudizio, e la velocità del cambiamento tecnologico una forza della natura a cui adattarsi, non un processo da governare. È una critica che condivido. Ed è una critica che sfida il centrosinistra italiano ed europeo a essere all'altezza di questo momento storico.
L'intelligenza artificiale non è più una questione del futuro. Gli algoritmi decidono già oggi chi ottiene un mutuo, chi viene selezionato per un colloquio di lavoro, quali contenuti politici circolano sui social e con quale amplificazione, come vengono distribuite le risorse dei servizi sociali.
Tutto questo accade senza trasparenza, senza responsabilità verificabile, senza possibilità reale di appello per i cittadini che subiscono queste decisioni. Il Papa lo dice con una chiarezza che dovrebbe fare arrossire molta parte della politica: l'IA non è moralmente neutra. Porta con sé scelte, priorità, un'idea di persona e di società. E quando quell'idea riduce gli esseri umani a dati da processare, a funzioni da ottimizzare, a risorse da classificare ed eventualmente scartare, non stiamo parlando di progresso. Stiamo parlando di una nuova forma di disumanizzazione che si presenta con la maschera della neutralità tecnica.
Questo è il punto politicamente più dirompente dell'enciclica. Il paradigma tecnocratico che Leone XIV critica non è una forza anonima. Ha nomi e indirizzi. Sono le grandi piattaforme tecnologiche americane e cinesi che concentrano dati, infrastrutture e capacità computazionale che nessuno Stato europeo, da solo, riesce a eguagliare. Sono i fondi di investimento che finanziano l'IA con l'unico obiettivo del rendimento. Sono i governi che hanno inseguito il cambiamento invece di guidarlo, confondendo la libertà d'impresa con la libertà di fare qualunque cosa con i dati di milioni di persone.
L'Europa, su questo terreno, ha fatto qualcosa di importante. L'AI Act, che abbiamo approvato al Parlamento Europeo, è il primo tentativo al mondo di mettere regole vincolanti allo sviluppo e all'uso dell'intelligenza artificiale. Non è perfetto, è stato indebolito rispetto alle ambizioni iniziali sotto la pressione delle lobby tecnologiche, e la sua applicazione concreta sarà la vera sfida dei prossimi anni. Ma il principio che afferma è esattamente quello che Leone XIV richiede: alcune applicazioni dell'IA sono incompatibili con la dignità umana e vanno vietate, tutte devono poter essere responsabilizzate. Qualcuno deve rispondere quando un algoritmo sbaglia o discrimina.
Il problema è che questa battaglia non è finita con l'approvazione del regolamento. Ed è anzi in corso una regressione: in un contesto segnato dalla competizione geopolitica con gli Stati Uniti e la Cina, si fa sempre più strada la narrativa secondo cui le regole siano un ostacolo alla competitività. È una narrativa sbagliata e pericolosa. Le regole non frenano l'innovazione: la orientano. La differenza tra innovazione al servizio delle persone e innovazione al servizio del profitto di pochi non è una questione tecnica. È una questione politica.
Leone XIV usa una parola precisa: "disarmare". Disarmare l'IA. Sottrarla alla logica della competizione armata, non solo militare, ma economica e cognitiva. Rompere l'equivalenza tra potenza tecnica e diritto di governare. Per fare questo, non bastano regolamenti. Serve una politica industriale europea capace di costruire alternative ai monopoli americani e cinesi. Serve investimento pubblico massiccio nella ricerca. Serve, soprattutto, la volontà politica di portare la questione dell'IA al centro del dibattito democratico, sottraendola ai tecnici e restituendola ai cittadini.
Sul lavoro l'enciclica è ugualmente netta. Leone XIV riprende la grande tradizione della dottrina sociale cattolica per dire che un progresso tecnologico che genera disoccupazione di massa, che degrada il lavoro, che trasforma lavoratori in appendici di macchine, non è sviluppo. È un fallimento. La transizione digitale sta già trasformando interi settori produttivi, e ci sono segnali preoccupanti che la distribuzione dei guadagni di produttività generati dall'IA sia straordinariamente concentrata, enormi rendite per chi possiede le piattaforme e i dati, pressione verso il basso su salari e condizioni per tutti gli altri. La risposta non può essere l'ottimismo tecnologico o la fiducia nel mercato. Deve essere politica: redistribuzione, tassazione dei profitti dell'IA, investimenti nelle transizioni occupazionali, rafforzamento dei diritti collettivi dei lavoratori anche nelle piattaforme digitali.
C'è poi il rapporto tra tecnologia e democrazia, che nell'enciclica è trattato con grande forza. Leone XIV avverte che pochi soggetti influenti possono oggi orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici, incidere sulle dinamiche economiche a proprio vantaggio. La democrazia ha bisogno di un'informazione che funzioni, di piattaforme che non amplino deliberatamente le falsità, di regole che non si possano aggirare. Su questo punto la politica progressista europea deve essere più coraggiosa. Non si tratta di censura: si tratta dell'accountability che Leone XIV richiede per tutti i sistemi che decidono sulla vita delle persone.
Infine, la guerra. L'enciclica non usa mezze parole: la normalizzazione del conflitto armato è una patologia della civiltà, e l'integrazione dell'IA nei sistemi militari apre scenari che richiedono risposta multilaterale urgente, non una corsa al riarmo che non può essere l'unica risposta. Il multilateralismo che Leone XIV difende, le Nazioni Unite, il diritto internazionale, la diplomazia come strumento principale, non è un'illusione romantica. È l'unica architettura che abbiamo per prevenire che le tensioni geopolitiche di oggi diventino i conflitti di domani. E l'Europa, che è nata sulle macerie della Seconda Guerra Mondiale esattamente da questa consapevolezza, ha la responsabilità storica di difendere e rilanciare questo progetto.
Ritengo che sarebbe un errore autoreferenziale della sinistra laica italiana non vedere nella Magnifica Humanitas quello che è: un documento che parla il linguaggio della giustizia sociale, della dignità del lavoro, del controllo democratico del potere, della pace. Sono i valori che il campo progressista dovrebbe rappresentare. Leone XIV ha detto che la tecnologia non è neutrale, che il potere dei colossi digitali deve essere governato, che i diritti dei lavoratori non si misurano nell'efficienza del sistema, che la pace non si costruisce con le armi ma con le istituzioni. Ha usato parole diverse ma il cantiere di cui parla è lo stesso cantiere in cui lavoriamo noi.
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