Legge elettorale, rappresentanza e il rischio di una democrazia svuotata

Dalle liste bloccate al premio di maggioranza, la nuova riforma elettorale rischia di indebolire il Parlamento e alterare l’equilibrio costituzionale.

Francesco RizzaApprofondimenti
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ANSA

In principio fu la riforma elettorale, approvata con un referendum, che introdusse l'elezione diretta dei Sindaci e dei Presidenti delle Regioni. Con la motivazione principale di garantire maggiore stabilità ai Consigli comunali e regionali, nel 1993 essa ha di fatto privato le stesse assemblee di quel confronto fra gli eletti che, con il sistema proporzionale, precedeva l'elezione delle amministrazioni. Seguì il "Porcellum", riforma così definita dallo stesso ministro proponente, Roberto Calderoli, che, in una grottesca seduta notturna del 2005, abolì le preferenze nelle elezioni parlamentari. Infine, nel 2014, con Matteo Renzi presidente del Consiglio, le Province sono diventate enti di secondo livello, con i loro organi eletti indirettamente dai Consigli comunali. Evidentemente le tre riforme avevano motivazioni ritenute più nobili ma, di fatto, hanno finito per indebolire la democrazia ed il confronto. I Parlamentari che fino ad allora visitavano con regolarità i propri collegi hanno iniziato a farlo sempre meno spesso: la garanzia di essere eletti, grazie al sistema delle liste bloccate, è infatti nelle mani delle segreterie nazionali, dove un ristretto numero di dirigenti decide da chi debbano essere costituiti il Senato e la Camera dei Deputati. Se uno dei principali problemi della democrazia italiana è il diffuso sentimento di antipolitica, confermato dal numero sempre più basso di elettori che si recano alle urne, le tre riforme citate hanno finito per aggravare ulteriormente il problema. Se questi sono gli ultimi precedenti, è normale che, in una parte consistente della popolazione, non necessariamente di centrosinistra, prevalga la preoccupazione per l'accelerazione impressa dalla maggioranza della presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, alla riforma elettorale. Una riforma che non solo viene proposta a ridosso delle elezioni e con un'impostazione decisamente presidenzialista, ma prevede anche un consistente premio di maggioranza che, per molti, richiama alla memoria la legge Acerbo.

In un clima già rovente di suo, non tanto per le temperature delle ultime settimane quanto per le divergenze nella stessa maggioranza riguardo alle preferenze, fa discutere l'affermazione della presidente Meloni che, ospite di Antonio Porro sulle reti Mediaset, si è lasciata sfuggire l'auspicio secondo cui «non è detto che non si possa superare quest'altro grande tabù e avere un Presidente della Repubblica che non sia di centrosinistra». Non perché non sia legittimo che il centrodestra esprima un Presidente della Repubblica scelto fra le proprie file, ma principalmente perché tale affermazione è certamente falsa. Non furono certamente di sinistra il liberale Luigi Einaudi, né i democristiani Antonio Segni e Francesco Cossiga, e men che meno Giovanni Leone, eletto con i voti decisivi del Movimento Sociale Italiano. Bleffare a questo livello: perché? Intanto, con la speranza di trovare un accordo non con la minoranza, ma nella stessa maggioranza, è slittato al prossimo 14 luglio l'approdo in Parlamento della proposta del Governo. Leggendo le proposte formulate, la prima osservazione che balza agli occhi riguarda il carattere parlamentare che si vorrebbe minare.

Nella Costituzione antifascista del 1948, che non fu una sommatoria di compromessi ma il frutto della necessità di scrivere norme accettate da tutti, il centrodestra dovrebbe capire che la nostra Repubblica è parlamentare non perché deve rappresentare una maggioranza, ma la Nazione intera, con le sue diverse sensibilità politiche, culturali e sociali, a garanzia degli interessi economici, politici e culturali. Ciò è stato voluto dai Costituenti non per eliminare il conflitto politico, ma per trasformarlo in confronto civile. Non nasce per costruire un potere forte, ma per impedire che il potere diventi incontrollabile. Non nasce per imporre una volontà, ma per garantire che ogni parte della società possa trovare rappresentanza nelle istituzioni della Repubblica. L'articolo 1 della nostra Carta costituzionale afferma che la sovranità appartiene al popolo. L'articolo 48 stabilisce che il voto è personale, eguale, libero e segreto. Gli articoli 56 e 57 affidano ai cittadini l'elezione della Camera dei deputati e del Senato della Repubblica. L'articolo 67 esclude il mandato imperativo, affinché ciascun parlamentare rappresenti l'intera Nazione. L'articolo 92 attribuisce esclusivamente al Presidente della Repubblica la nomina del Presidente del Consiglio dei ministri.

L'articolo 94 stabilisce che il Governo entra in carica soltanto dopo aver ottenuto la fiducia del Parlamento. L'attuale architettura costituzionale ruota dunque attorno a un principio fondamentale: prima viene la rappresentanza democratica; soltanto dopo viene la formazione del Governo. Non accettare questo principio, o far finta di non capirlo, significa mettere in discussione l'equilibrio stesso disegnato dalla Costituzione. A nostro parere, dunque, più che domandarsi se la nuova legge elettorae avvantaggerà o meno una parte, i Parlamentari dovrebbero domandarsi se la riforma che sarà messa ai voti e approvata rafforzerà o indebolirà la democrazia.

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