L’effetto Vannacci e la contesa politica sui giovani

Tra remigrazione e inclusione, la sfida decisiva è organizzare una nuova partecipazione giovanile capace di arginare la torsione estrema della destra.

Otello MarilliApprofondimentiVANNACCI
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Archivio Rinascita

Da qualche tempo si rincorrono su portali di informazione, giornali, trasmissioni televisive, podcast, riflessioni sul cosiddetto “effetto Vannacci”: questa grande sovraesposizione mediatica sta consolidando la crescita del partito del generale nei sondaggi e sta interrogando analisti e leader di partito, sia di maggioranza che di opposizione, sugli esiti politici di questa crescita.

È evidente che chiunque abbia a cuore le radici antifasciste della nostra democrazia abbia una forte preoccupazione per questo ulteriore scivolamento verso la destra estrema del quadro politico. In questa sede, però, proveremo a ragionare sul contesto che ha favorito la crescita e l’occupazione dello spazio politico del generale ex leghista e, in particolare, sulla presa che potrebbe avere su un segmento di società e di elettorato che può risultare fondamentale per contrastare lo smottamento a destra del Paese e del quadro politico: il segmento tra i 16 e i 25 anni di età.

Chi pratica il mondo delle scuole superiori e, in parte, quello delle università ha colto in questi anni negli studenti una naturale predisposizione alla polarizzazione delle posizioni. In particolare, due termini/concetti sembrano essere significativi: remigrazione e inclusione.

Si potrebbe obiettare che tale tendenza sia abbastanza consueta e che non rappresenti una novità: è vero, ma ci sono degli elementi che meritano il tentativo di uno sguardo più approfondito.

Nelle grandi città questa polarizzazione giovanile in qualche modo trova sbocco in forme più o meno organizzate, e più o meno spontanee, della discussione e partecipazione politica, ma nelle realtà di provincia si registra sempre più spesso l’assenza di forme aggregative per la partecipazione giovanile: di questa assenza, di norma, trae vantaggio la polarizzazione sull’estremo destro.

Questo accade perché quella polarizzazione soffia sulla paura e, di conseguenza, sul rancore, che hanno meno bisogno di discussione e confronto e nella cui assenza trovano terreno fertile per crescere e radicarsi.

Non è Vannacci a inventare la parola remigrazione, lui ne è diventato il megafono: è quella figura pubblica che, fiutando l’aria, si è appropriata della paura che altre forze politiche e leader della destra, che oggi sono al governo, hanno generato e fatto crescere e che, come per tutti i bisogni indotti, non hanno saputo rasserenare.

Oggi, nelle periferie e nelle realtà di provincia, il megafono della remigrazione non può che crescere perché questo concetto, per quanto aberrante, è il punto di approdo naturale di chi è stato nutrito di marginalità e odio. È quindi una lenta e inesorabile “discesa all’inferno”? No, ma il rischio è concreto.

L’altro estremo del ragionamento, l’inclusione, invece, ha il vantaggio di risultare maggioritario nel sentire delle giovani generazioni. Queste sono portate a primo acchito a sentirsi prossime al concetto di uguaglianza, accoglienza e condivisione; tuttavia, senza la capacità di organizzare questa naturale tensione, è assai probabile che si affievolisca in breve tempo. Il post-referendum, sotto questo aspetto, dovrebbe insegnare.

Il rischio è quindi che un sentimento minoritario, che non ha bisogno di essere organizzato e incanalato, ma che basta “semplicemente” insufflare e gridare, si imponga di fronte a uno maggioritario che, a causa di un atteggiamento inerziale, abbandoni progressivamente il campo.

Vincere la battaglia per la mobilitazione delle giovani generazioni, anche accettando che questa si possa tradurre in un’organizzazione che produca ricambio generazionale, sempre evocato e poco praticato, e sperando che questa organizzazione possa superare le contraddizioni politiche e organizzative che ancora oggi zavorrano il centrosinistra e il Partito Democratico, è una parte fondamentale per sconfiggere la destra che oggi è al governo e soprattutto per costruire un argine alla destra vannacciana che si affaccia all’orizzonte, sperando nel fallimento di un’alternativa di governo del centrosinistra per precipitare il Paese in un’ulteriore torsione autoritaria.

La prospettiva non è né semplice né facile, ma come scriveva Antonio Gramsci ne La città futura: «L’avvenire è dei giovani. La storia è dei giovani. Ma dei giovani che, pensosi del compito che la vita impone a ciascuno, si preoccupano di armarsi adeguatamente per risolverlo nel modo che più si confà alle loro intime convinzioni, si preoccupano di crearsi quell’ambiente in cui la loro energia, la loro intelligenza, la loro attività trovino il massimo svolgimento, la più perfetta e fruttuosa affermazione».

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