L’ebraismo italiano e la sinistra: prove di un dialogo difficile

ANSA
La nuova presidenza Ucei al lavoro
A sei mesi dall’elezione di Livia Ottolenghi alla guida dell’Unione delle comunità ebraiche italiane (Ucei), è possibile provare a delineare la posizione che la nuova governance dell’ebraismo italiano sta intessendo sul piano politico, in particolare con il mondo della sinistra. Si susseguono infatti gli episodi, che non vanno più letti come casi isolati. Il primo riguarda la posizione dell’Ucei con riferimento al nuovo antisemitismo che, dopo l’attacco terroristico di Hamas a Israele il 7 ottobre 2023 e la reazione del governo israeliano – con la guerra avviata poche settimane dopo e ufficialmente sospesa dallo scorso novembre, in realtà semplicemente “declassata” a scontro di minore intensità, tuttavia ancora attiva, e che finora ha causato a Gaza oltre 70.000 vittime, in larga parte civili – riguarda da vicino anche la società italiana. Il fenomeno è registrato in modo netto da tutti gli indicatori, a cominciare dall’Osservatorio contro l’antisemitismo della fondazione “Centro di documentazione ebraica contemporanea” (Cdec), i cui rapporti annuali segnalano, da ultimo, come i discorsi d’odio contro gli ebrei si manifestano con la cosiddetta “inversione”, ossia attribuendo a Israele i panni del carnefice, né più né meno come la Germania nazista, accusando lo Stato ebraico di commettere un genocidio volto alla distruzione del popolo palestinese.
Una scelta di continuità: il sostegno al ddl contro l’antisemitismo
La risposta della maggioranza di destra a fronte del riacutizzarsi del pregiudizio antigiudaico e antisemita è stata la presentazione al Senato di un disegno di legge (A.S. n. 1004, “Disposizioni per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, nonché per il contrasto agli atti di antisemitismo”), approvato il 4 marzo scorso e ora incardinato alla Camera (A.C. 2830), per la sua approvazione definitiva. Esso in sostanza recepisce la dichiarazione di antisemitismo approvata nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), “inclusi i relativi indicatori, necessari ai fini dell’applicazione della legge medesima” (art. 1, comma 2). Com’è noto, al momento del voto finale l’opposizione si è spaccata, dividendosi tra chi ha votato a favore (Italia Viva e Azione, oltre a sei senatori Pd), chi si è astenuto (sostanzialmente tutto il Pd, tranne le eccezioni indicate) e chi si è espresso contro (M5S e AVS), sostenendo questi ultimi che proprio la ricezione dei citati indicatori comporterebbe il rischio di considerare manifestazioni antisemite anche le critiche radicali espresse in questi anni contro il governo di Netanyahu, attentando così alla libertà di manifestazione del pensiero. L’Ucei di Ottolenghi è intervenuta più volte, prima e dopo l’approvazione del testo, in piena continuità con la presidenza precedente, schierandosi a favore del provvedimento, e anzi auspicando un allargamento del consenso nel corso della discussione alla Camera. Senza potersi ora soffermare sui dettagli del disegno di legge – che non prevede alcun costo aggiuntivo per lo Stato, pur a fronte delle numerose, sulla carta, nuove iniziative di contrasto dell’antisemitismo (quali quelle indicate nell’art. 2) – è evidente che la vicenda parlamentare ha oggettivamente rinsaldato l’intesa tra la destra al governo e i vertici dell’ebraismo italiano, confermando un trend tutto europeo e occidentale, per cui sono le forze più conservatrici, spesso caratterizzate da posizioni xenofobe, quando non espressamente razziste, a porsi a difesa di Israele e degli ebrei, grazie a una lettura del conflitto mediorientale che esprime una forte avversione verso il mondo arabo e in generale l’Islam, e dunque vede in Israele (specie se guidato da un governo di destra radicale e suprematista, come quello attuale) un “bastione” contro la minaccia islamista. Insomma, il dibattito sviluppato finora attorno all’iniziativa della maggioranza sembra aumentare, anziché ridurre, il divario tra l’ebraismo italiano e le forze progressiste, divario già ampio per motivi che si è provato di riassumere in un precedente intervento su questa Rivista. Tuttavia, le successive iniziative della presidenza Ucei sembrano mostrare la volontà di avviare un confronto con la sinistra.
Le novità: prove di dialogo con l’Anpi
La risposta della maggioranza di destra a fronte del riacutizzarsi del pregiudizio antigiudaico e antisemita è stata la presentazione al Senato di un disegno di legge (A.S. n. 1004, “Disposizioni per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo, nonché per il contrasto agli atti di antisemitismo”), approvato il 4 marzo scorso e ora incardinato alla Camera (A.C. 2830), per la sua approvazione definitiva. Esso in sostanza recepisce la dichiarazione di antisemitismo approvata nel 2016 dall’International Holocaust Remembrance Alliance (IHRA), “inclusi i relativi indicatori, necessari ai fini dell’applicazione della legge medesima” (art. 1, comma 2). Com’è noto, al momento del voto finale l’opposizione si è spaccata, dividendosi tra chi ha votato a favore (Italia Viva e Azione, oltre a sei senatori Pd), chi si è astenuto (sostanzialmente tutto il Pd, tranne le eccezioni indicate) e chi si è espresso contro (M5S e AVS), sostenendo questi ultimi che proprio la ricezione dei citati indicatori comporterebbe il rischio di considerare manifestazioni antisemite anche le critiche radicali espresse in questi anni contro il governo di Netanyahu, attentando così alla libertà di manifestazione del pensiero. L’Ucei di Ottolenghi è intervenuta più volte, prima e dopo l’approvazione del testo, in piena continuità con la presidenza precedente, schierandosi a favore del provvedimento, e anzi auspicando un allargamento del consenso nel corso della discussione alla Camera. Senza potersi ora soffermare sui dettagli del disegno di legge – che non prevede alcun costo aggiuntivo per lo Stato, pur a fronte delle numerose, sulla carta, nuove iniziative di contrasto dell’antisemitismo (quali quelle indicate nell’art. 2) – è evidente che la vicenda parlamentare ha oggettivamente rinsaldato l’intesa tra la destra al governo e i vertici dell’ebraismo italiano, confermando un trend tutto europeo e occidentale, per cui sono le forze più conservatrici, spesso caratterizzate da posizioni xenofobe, quando non espressamente razziste, a porsi a difesa di Israele e degli ebrei, grazie a una lettura del conflitto mediorientale che esprime una forte avversione verso il mondo arabo e in generale l’Islam, e dunque vede in Israele (specie se guidato da un governo di destra radicale e suprematista, come quello attuale) un “bastione” contro la minaccia islamista. Insomma, il dibattito sviluppato finora attorno all’iniziativa della maggioranza sembra aumentare, anziché ridurre, il divario tra l’ebraismo italiano e le forze progressiste, divario già ampio per motivi che si è provato di riassumere in un precedente intervento su questa Rivista. Tuttavia, le successive iniziative della presidenza Ucei sembrano mostrare la volontà di avviare un confronto con la sinistra.
Le novità: prove di dialogo con l’Anpi
Il 28 luglio Ucei e Anpi hanno diffuso un comunicato congiunto, con il quale hanno dichiarato di voler aprire un dialogo «su temi di vitale importanza per la democrazia italiana e la società civile». Il comunicato chiarisce che tra Ucei e Anpi c’è una convergenza su alcuni punti, quali: 1. il valore attuale dell’antifascismo «come fondamento della Costituzione italiana»; 2. la condanna di qualsiasi atto di violenza, ovunque abbia origine, e di qualsiasi forma di razzismo e discriminazione in violazione dell’art. 3 della Costituzione; 3. il riconoscimento del ruolo dei combattenti ebrei «nella Resistenza e della Brigata Ebraica nella lotta italiana al nazifascismo»; 4. la riconferma del diritto degli ebrei italiani alla partecipazione in sicurezza alle celebrazioni del 25 Aprile «contrastando scelte e comportamenti divisivi di qualsiasi natura e da qualsiasi parte»; 5. l’impegno «ad abbassare i toni del confronto pubblico e la volontà di affrontare tramite il confronto diretto» anche i punti di divergenza; 6. la volontà di costruire «un percorso congiunto in vista dell’organizzazione del prossimo 25 aprile 2027 e di ogni altra scadenza memoriale». La portata innovativa di questo comunicato certo non sfugge a chi, in questi anni, ha seguito le dolorose vicende e le accuse reciproche legate alla Festa della Liberazione, che da anni la comunità ebraica di Roma (la più numerosa d’Italia e la più antica d’Europa) celebra separatamente dall’Anpi, e che a Milano vede la Brigata ebraica fortemente contestata, soprattutto da gruppi proPal, fino all’episodio di quest’anno, quando per la prima volta le forze di polizia, non potendo garantire alla Brigata di sfilare in piena sicurezza, hanno di fatto imposto ai suoi sostenitori di lasciare il corteo. Dunque, a seguito di incontri e colloqui che si possono immaginare né brevi né facili, qualcosa si è mosso. Si tratta di una iniziativa che oggettivamente segna un momento di profonda novità rispetto alla giunta precedente, probabilmente reso possibile, oltreché dalla volontà di Ottolenghi e dai vertici dell’Anpi, anche dal fatto che la ricomposizione in un governo di “solidarietà nazionale” delle varie anime dell’ebraismo italiano – in giunta siedono, dopo una lunga e travagliata trattativa, la lista “liberal” della presidente, i rappresentanti delle piccole comunità come previsto dallo statuto, e le liste che a Roma e Milano rappresentano le posizioni tradizionalmente più conservatrici – ha consentito di gestire l’iniziativa senza temere una opposizione interna che in passato ha reso impossibile ogni tentativo di dialogo. Al momento è però del tutto prematuro immaginare gli sviluppi di questo primo passo. Pur essendo chiari gli intenti, che certamente le forze democratiche e antifasciste dovrebbero sostenere senza riserve, sono evidenti anche i rischi. Essi sono almeno due. Sul piano interno, l’ostilità di buona parte degli ebrei italiani verso la sinistra e verso l’Anpi in particolare, per le posizioni espresse, a livello locale e nazionale, non solo fortemente ostili al governo Netanyahu, ma spesso non in grado di distinguere tra la critica al governo ebraico, la varietà delle posizioni espresse nella democrazia israeliana e gli stessi ebrei italiani, potrebbe alla fine agire da freno per la dirigenza Ucei; le prime reazioni sui social alla notizia, in effetti, sono state in maggioranza negative, sia in ambito ebraico sia in sede Anpi, dove le posizioni acriticamente a favore della causa palestinese potrebbero spingere per ostacolare, o almeno rallentare, il dialogo appena avviato. Sul piano esterno, è innegabile che lo sviluppo del conflitto in Medio Oriente ha la capacità di ripercuotersi anche sul dibattito interno. Una recrudescenza della guerra, o la riconferma di Netanyahu al governo d’Israele – nel paese si vota il 27 ottobre – come il rinfocolarsi del conflitto contro l’Iran sono tutti elementi che rischiano di pregiudicare un dialogo appena iniziato. Da ultimo, i comportamenti e le dichiarazioni criminali di ministri israeliani – su tutti Ben Gvir, che di recente ha auspicato una sorta di decimazione giornaliera di cittadini palestinesi – sono elementi in grado di aizzare lo scontro e dare voce ai radicalismi più estremi, travolgendo anche questo primo faticoso passo di Ucei e Anpi, che rimane coraggioso e che per questo va salutato e sostenuto con favore.
L’intervista su “Il Foglio” e l’editoriale contro Ben Gvir
Va poi registrato un terzo episodio, ossia il lungo dialogo-intervista della presidente Ucei pubblicato lo scorso 13 agosto su “Il Foglio”, a firma del direttore Claudio Cerasa.
L’intervista è molto ampia, e chi scrive non intende, né potrebbe, effettuare l’interpretazione autentica di quanto dichiarato. Ottolenghi denuncia l’antisemitismo a bassa intensità che colpisce da lungo tempo l’Italia e l’Europa (gli episodi elencati sono davvero tanti, e dalla data dell’intervista altri se ne sono aggiunti), le aggressioni, fisiche e verbali, che producono «lo stupore da cittadini liberi nello stato democratico per essere stati insultati, il dolore per essere stati aggrediti, l’indignazione per non poter girare con simboli religiosi o vivere nelle incertezze per non poter cedere alla prepotenza»; confessa anche lo stupore per quelle «amicizie di vecchia data diventa[te] improvvisamente silenziose». La presidente dell’Ucei difende il ddl sull’antisemitismo, giudicandolo «un atto di giustizia», e condanna ogni strumentalizzazione mediatica e politica della guerra a Gaza, sottolineando che «occorrerebbe ricordare tutte le vittime innocenti: i bambini di Gaza, ma anche quelli dei kibbutz israeliani, compresi i bambini rapiti».
Nell’intervista sono chiare le accuse mosse, seppure non in modo diretto, com’è nello stile della neopresidente, contro una parte del mondo culturale e intellettuale della sinistra, ma anche verso un’opinione pubblica troppo pronta ad accogliere una lettura unilaterale del conflitto.
Come leggere questo intervento? È possibile che sia una posizione espressa a seguito di un maggiore confronto interno, frutto dunque di una sintesi complessa tra voci diverse. E che abbia trovato un punto di equilibrio nella doverosa denuncia del clima di ostilità contro gli ebrei italiani e nella ribadita difesa del disegno di legge contro l’antisemitismo.
Dunque, l’intervista configura una nuova chiusura verso il mondo della sinistra? A voler essere pessimisti, potrebbe segnalarsi che nulla, o quasi, è detto sulla politica del governo israeliano, non solo quella militare a Gaza, ma soprattutto in Cisgiordania, dove i soprusi contro i palestinesi compiuti dai coloni con la oggettiva astensione dell’esercito hanno oltrepassato a tal punto la soglia di guardia che persino l’ambasciatore Usa li ha definiti atti terroristici.
Eppure, non sembra che l’intervista sia un passo indietro rispetto a quel dialogo che il comunicato congiunto con l’Anpi sembrava inaugurare. In un paio di passaggi Ottolenghi denuncia infatti la «ingiusta convinzione di impossibilità al confronto» tra posizioni diverse, e chiarisce che «Non è in discussione il diritto da parte di ognuno di criticare chi sta al governo in Israele», ricordando inoltre che «alle proteste nei confronti dell’attuale esecutivo di Netanyahu, l’opposizione in Israele non è seconda a nessuno».
A favore del dialogo a sinistra c’è però soprattutto da segnalare un quarto “indizio”, che testimonia come la situazione sia quanto meno fluida, e che la dirigenza dell’Ucei stia in realtà provando ad ampliare il confronto con tutto l’arco politico.
Appena una settimana dopo l’intervento su “Il Foglio”, Ottolenghi ha preso posizione su quanto avviene in Cisgiordania firmando un editoriale su “Moked”, la newsletter ufficiale dell’Ucei.
Il 20 agosto, nell’articolo “Il valore delle parole”, Ottolenghi difende Israele «come una democrazia fondata sull’autodeterminazione, sulla sicurezza e sulla libertà, nel quadro dei principi sanciti dalla sua Dichiarazione d’Indipendenza» e che ha come cardine «la dignità della persona e il valore della vita umana», che per questo «non ha bisogno di trasformare l’altro in una minaccia». Poi va al punto della questione, quando afferma che esiste «una differenza tra fermezza e disumanizzazione, tra difendere le proprie ragioni e negare quelle dell’umanità altrui». Benché non si facciano nomi, il riferimento alle dichiarazioni di Ben Gvir, da sempre sostenitore, non da solo, della massima repressione ed espansione israeliana a Gaza e in Cisgiordania, è chiaro. Rispetto a tale estremismo la rappresentante dell’ebraismo italiano afferma che «è doveroso prendere le distanze con chiarezza», perché non si può «accettare la normalizzazione dell’estremismo come semplice strumento della competizione politica» e dunque «Non possiamo restare in silenzio quando certe parole oltrepassano il limite del rispetto umano».
Anche questa è una novità profonda da segnalare. Mai, dopo il 7 ottobre 2023, i vertici dell’ebraismo italiano avevano spinto il dissenso – pur esistente – rispetto alle posizioni radicali del governo israeliano fino a farlo emergere fuori dal dibattito interno. Ora questo è avvenuto, con un editoriale che, pur scontando la necessità di garantire l’equilibrio tra posizioni diverse, contiene una chiara critica e condanna di quel radicalismo (senza, precisa Ottolenghi, che «ciò significhi entrare nelle dinamiche politiche del Paese»).
C’è possibilità di aprire il dialogo tra ebraismo italiano e la sinistra?
Come leggere il succedersi di queste posizioni? La sensazione è che, trascorsi i primi mesi in cui dentro l’Ucei si sia stati impegnati a raggiungere un equilibrio tra le varie componenti, Ottolenghi stia lavorando per superare la netta contrapposizione che negli ultimi anni si era determinata tra l’ebraismo italiano e la parte più progressista della società e della politica italiana. Che, insomma, si voglia socchiudere la porta del dialogo. Non è detto però che il processo vada avanti. Le forze contrarie sono sempre al lavoro perché esso fallisca. Per questo le incognite restano molte, solo che si pensi alle ricordate elezioni israeliane, ormai prossime; o alle notizie che arrivano dal fronte di guerra, o ancora dalla Cisgiordania. Anche il voto in Italia, probabilmente per la prossima primavera, porterà a una maggiore contrapposizione delle forze politiche, creando un clima non favorevole al dialogo. In questo senso la maggioranza potrebbe decidere, verosimilmente, di approvare il ddl sul contrasto all’antisemitismo prima delle elezioni, il che significherebbe rendere impossibile il confronto con quei partiti che, a sinistra, pur consapevoli dell’allarme antisemitismo, avevano chiesto di ridiscutere alcuni punti del testo legislativo. Eppure, non è detto che tutto sia destinato a franare. Del resto, con un esito del voto politico in Italia al momento incerto, appare sensato esplorare la possibilità del dialogo a sinistra. Il comunicato congiunto con l’Anpi e l’editoriale del 20 agosto evidenziano, in ogni caso, come, da un lato, resti ferma l’opposizione degli ebrei italiani contro qualsiasi forma di negazione dei valori antifascisti della Costituzione e, dall’altro, come la deriva estremista che rischia la democrazia israeliana non provochi più un imbarazzato silenzio da parte dei vertici dell’ebraismo italiano. Sono due punti su cui provare a costruire un confronto. Per farlo, anche la sinistra deve assumersi le sue responsabilità. Se davvero la sua dirigenza vuole tenere aperto un canale con l’ebraismo italiano, specie in un momento in cui a destra dello schieramento politico irrompe una forza che fa del razzismo un vanto e non teme di usare la parola “deportazione”, allora dovrebbe valutare con attenzione il momento storico, e provare a proseguire questo (per il momento) incerto percorso.
Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa
Abbonati