Le tendenze del capitalismo nella visione neo-keynesiana

Da Krugman a Fraser, sette prospettive su Stato, disuguaglianze e cura. Per misurare il benessere oltre la crescita e orientare lo sviluppo.

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ANSA

La nuova economia neokeynesiana nasce dall’esigenza di ripensare il funzionamento delle economie capitalistiche dopo le crisi finanziarie del 2008, la pandemia, l’aumento delle disuguaglianze e le tensioni geopolitiche recenti. Pur sviluppandosi in correnti diverse, essa condivide alcuni principi: i mercati non sono sempre efficienti, la domanda aggregata può rimanere debole per lunghi periodi, lo Stato deve svolgere un ruolo attivo e la politica economica deve occuparsi non soltanto della crescita, ma anche della distribuzione della ricchezza e della qualità della vita.

Gli economisti che ho preso in considerazione — Paul Krugman, Abhijit Banerjee, Mariana Mazzucato, Yanis Varoufakis, Thomas Piketty, Branko Milanović e Nancy Fraser — non appartengono tutti in senso stretto alla scuola neokeynesiana. Tuttavia, le loro analisi, che ritengo le più interessanti e oggettive, contribuiscono a delineare una nuova visione dell’economia, più attenta alle istituzioni, al potere, alle disuguaglianze e alle trasformazioni del capitalismo globale.

Paul Krugman è forse il più famoso e influente e sicuramente uno dei principali interpreti contemporanei dell’eredità keynesiana. Secondo la sua prospettiva, le economie possono trovarsi in condizioni di insufficienza della domanda: imprese e famiglie riducono consumi e investimenti, mentre lo Stato, invece di compensare questa caduta, può aggravare la recessione attraverso politiche di austerità. Krugman ha criticato soprattutto l’idea secondo cui la riduzione della spesa pubblica produca automaticamente fiducia e crescita. In presenza di disoccupazione elevata e capacità produttiva inutilizzata, la spesa pubblica può invece avere un effetto moltiplicativo: sostiene redditi, consumi e occupazione. Un altro tema centrale è la trappola della liquidità. Quando i tassi d’interesse sono già molto bassi, la politica monetaria può non essere sufficiente a rilanciare l’economia. In questi casi diventano necessari investimenti pubblici, politiche fiscali espansive e programmi di sostegno ai redditi.

Abhijit Banerjee, premio Nobel per l’economia insieme a Esther Duflo e Michael Kremer, ha studiato soprattutto la povertà e le politiche di sviluppo, di cui parla diffusamente nell’ottimo testo Una buona economia per tempi difficili. Il suo contributo si distingue per l’uso di esperimenti sul campo, finalizzati a valutare concretamente quali interventi migliorino le condizioni di vita delle popolazioni più vulnerabili.

Banerjee mette in discussione sia l’idea che la crescita economica risolva automaticamente la povertà, sia quella secondo cui esista una soluzione universale valida per ogni Paese. I problemi sociali richiedono politiche mirate: accesso all’istruzione, assistenza sanitaria, trasferimenti monetari, alimentazione e credito. La sua prospettiva arricchisce il neokeynesismo introducendo una maggiore attenzione alla qualità degli interventi pubblici. Non basta spendere di più: occorre capire dove, come e con quali risultati destinare le risorse. La politica economica deve quindi basarsi su dati, sperimentazione e valutazione. Di grande interesse e attualità è anche lo studio analitico sui fenomeni migratori e sulle loro ricadute, in gran parte positive, sulle economie dei Paesi di destinazione.

Mariana Mazzucato ha messo in discussione la rappresentazione dello Stato come semplice correttore dei fallimenti del mercato. Secondo la sua teoria dello Stato imprenditore, molte innovazioni decisive — dalla tecnologia digitale alla biotecnologia — sono state rese possibili da investimenti pubblici di lungo periodo. Lo Stato non deve limitarsi a ridurre i rischi per le imprese private, lasciando a queste ultime tutti i profitti. Deve invece orientare l’innovazione verso obiettivi collettivi, come la transizione ecologica, la sanità pubblica, la digitalizzazione e la riduzione delle disuguaglianze.

Una delle proposte più rilevanti di Mazzucato riguarda la necessità di condizionare i finanziamenti pubblici. Se un’impresa riceve sostegno dallo Stato, dovrebbe restituire valore alla società attraverso prezzi accessibili, occupazione di qualità, reinvestimenti e condivisione dei benefici. Questi argomenti richiamano immediatamente l’attenzione sul rapporto tra gli Stati e le big tech, spesso sbilanciato, purtroppo, a favore di queste ultime.

Yanis Varoufakis interpreta il capitalismo contemporaneo come un sistema dominato dalla finanza, dalle grandi piattaforme tecnologiche e da una crescente concentrazione del potere economico. A suo giudizio, il capitalismo digitale ha trasformato gli utenti in produttori inconsapevoli di dati e ha rafforzato il controllo delle grandi imprese sulle attività economiche e sociali.

Varoufakis critica l’idea che la globalizzazione abbia distribuito equamente i suoi vantaggi. La libera circolazione dei capitali ha spesso ridotto il potere contrattuale dei lavoratori e dei governi, favorendo la concorrenza fiscale e la precarizzazione. Questo processo, che fornisce un grandissimo potere di controllo alle imprese che governano il cloud e che permette loro di sfruttare ogni singolo gesto e scelta che compiamo, sia come lavoratori che come consumatori, viene definito da Varoufakis come una trasformazione del capitalismo in tecnofeudalesimo. La sua prospettiva propone una maggiore democratizzazione dell’economia: controllo pubblico dei settori strategici, socializzazione dei dati, partecipazione dei lavoratori alle decisioni aziendali e superamento della subordinazione della politica alla finanza.

Thomas Piketty ha mostrato, attraverso l’analisi storica dei dati fiscali, come la disuguaglianza aumenti quando il rendimento del capitale supera stabilmente la crescita dell’economia. In queste condizioni, la ricchezza tende a concentrarsi nelle mani di chi possiede patrimoni, mentre i redditi da lavoro crescono più lentamente. Per Piketty, la disuguaglianza non è soltanto un problema morale. Essa può indebolire la democrazia, ridurre la mobilità sociale e deprimere la domanda interna, poiché i gruppi più ricchi consumano proporzionalmente meno rispetto alle fasce con redditi bassi e medi. Le sue proposte includono una tassazione progressiva dei redditi, delle eredità e dei patrimoni, oltre a una maggiore trasparenza finanziaria internazionale. L’obiettivo non è eliminare ogni differenza economica, ma impedire che la concentrazione della ricchezza si trasformi in dominio politico.

Branko Milanović ha studiato la distribuzione globale dei redditi e gli effetti della globalizzazione. La sua cosiddetta “curva dell’elefante” ha evidenziato che la crescita globale ha favorito soprattutto le classi medie dei Paesi emergenti e i gruppi più ricchi a livello internazionale, mentre una parte della classe media occidentale ha beneficiato poco o ha subito stagnazione salariale. Milanović distingue inoltre tra disuguaglianza interna ai singoli Paesi e disuguaglianza tra i cittadini del mondo. La globalizzazione ha ridotto alcune differenze tra Paesi, ma ne ha accentuate altre all’interno delle economie avanzate. La sua analisi invita a superare una visione esclusivamente nazionale della politica economica. Problemi come la fiscalità, la migrazione, la mobilità dei capitali e la protezione sociale richiedono forme di coordinamento internazionale.

Nancy Fraser amplia la critica economica tradizionale includendo dimensioni spesso trascurate: il lavoro di cura, la riproduzione sociale, le disuguaglianze di genere, il razzismo e la crisi ambientale. Secondo Fraser, il capitalismo dipende da attività che spesso non remunera adeguatamente: il lavoro domestico, l’educazione dei figli, l’assistenza agli anziani e la cura delle persone. Quando queste attività vengono scaricate sulle famiglie, soprattutto sulle donne, il sistema economico entra in una crisi di riproduzione sociale.

Fraser sostiene inoltre che il capitalismo si alimenti dell’appropriazione di risorse naturali e di gruppi socialmente subordinati. La crisi economica non può quindi essere separata dalla crisi ecologica e dalla crisi democratica. In un libro molto coraggioso, Capitalismo cannibale, Fraser evidenzia tutte le storture di un sistema economico che rischia, per la brama di profitto, di travolgere ogni argine di civiltà, diritti, rispetto di valori comuni e nel rapporto tra genere umano e natura. In questa prospettiva, una nuova politica neokeynesiana dovrebbe finanziare i servizi pubblici, ridurre il tempo di lavoro, riconoscere il lavoro di cura e promuovere una transizione ecologica giusta.

Dalle teorie di questi autori emergono alcune tendenze comuni:

  • Ritorno della politica fiscale: la spesa pubblica torna a essere considerata uno strumento essenziale per sostenere occupazione, investimenti e domanda.
  • Superamento dell’austerità: il contenimento del debito non può essere perseguito a costo della recessione e della distruzione dei servizi pubblici.
  • Stato strategico: lo Stato non deve soltanto correggere i fallimenti del mercato, ma orientare l’innovazione e gli investimenti.
  • Riduzione delle disuguaglianze: redistribuzione fiscale, salari dignitosi e servizi universali sono considerati condizioni per una crescita stabile.
  • Economia della cura: il benessere sociale e il lavoro riproduttivo diventano elementi centrali dell’analisi economica.
  • Transizione ecologica: la lotta al cambiamento climatico richiede investimenti pubblici, pianificazione e politiche industriali.
  • Democratizzazione dell’economia: imprese, finanza e infrastrutture digitali devono essere sottoposte a maggiore controllo democratico.
  • Cooperazione internazionale: le sfide contemporanee non possono essere affrontate esclusivamente entro i confini nazionali.

La nuova economia neokeynesiana non rappresenta un ritorno semplice al keynesismo del dopoguerra. Essa cerca piuttosto di adattare l’intervento pubblico a un’economia globalizzata, finanziarizzata, digitale e minacciata dalla crisi climatica. Insieme, queste prospettive suggeriscono che la crescita economica non può più essere considerata un obiettivo sufficiente. La sfida consiste nel costruire un’economia capace di produrre prosperità, ma anche equità, sostenibilità e partecipazione democratica.

Gli stessi indicatori tradizionali di crescita, come la misurazione del prodotto interno lordo, consentono una misurazione quantitativa datata, parziale e del tutto insufficiente del benessere reale. Le prospettive di vita e di salute, la possibilità di miglioramento sociale, il livello di informazione e istruzione, la qualità dei servizi pubblici, il buon governo delle città, la fruibilità del verde e la tutela dell’ambiente, la qualità dell’aria sono tutti elementi non misurati dalla pura e semplice crescita quantitativa della ricchezza. Così pure come la concentrazione o la redistribuzione del reddito. Il Bes, indicatore di benessere equo e sostenibile, prende in esame ad esempio dodici indicatori statistici: salute, istruzione, tempi di lavoro e di vita, reddito, relazioni sociali, sicurezza, fiducia nelle istituzioni, benessere soggettivo, paesaggio e cultura, ambiente, innovazione, qualità dei servizi pubblici.

Queste ultime settimane sono state caratterizzate da proteste importanti di vari settori produttivi e sociali, di fronte alla crisi energetica, all’inflazione che erode pesantemente il potere d’acquisto, all’emergenza abitativa, alla riduzione in quantità e qualità del diritto allo studio per le generazioni più giovani. Le proteste, soprattutto dei giovani, evidenziano un pensiero e una coscienza critica che alimentano speranze. Forse il capitalismo cannibale, che divora i suoi propri figli e la stessa natura, comincia a perdere colpi.

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Neokeynesismo: Stato, disuguaglianze e benessere oltre il PIL - Rinascita