Verso un umanesimo tecnologico cooperativo
La sfida non è fermare l'intelligenza artificiale, ma democratizzarla: lavoro, dati e ricchezza devono restare al servizio della dignità umana e del bene comune

ANSA
La prima enciclica di Papa Leone XIV, Magnifica Humanitas, dedicata alla custodia della persona umana nel tempo dell'intelligenza artificiale è una riflessione ricca di intuizioni, che colpisce profondamente. Prevost assume una posizione non ostile verso la tecnologia e non invoca un impossibile ritorno a un passato pre-digitale. Al contrario, riconosce la straordinaria potenza trasformativa dell'intelligenza artificiale.
Ma pone una domanda essenziale: che cosa resta dell'uomo dentro una civiltà sempre più dominata da sistemi tecnologici, automatizzati e predittivi?
Quando parla della necessità di disarmare l'IA, il Pontefice non ne contesta l'utilità. Avverte però che la tecnica, se lasciata completamente nelle mani del profitto, del potere economico e della concentrazione oligarchica, rischia di ridurre l'essere umano a dato, funzione, target, produttore-consumatore, profilo algoritmico.
Il suo è un richiamo profondamente umanista. Ma è anche un messaggio fortemente politico di straordinaria attualità. Perché obbliga a porci una domanda che la politica sta affrontando con colpevole ritardo: chi governerà la rivoluzione dell'intelligenza artificiale e a beneficio di chi?
Marx nell'era dell'algoritmo
Leggendo l'enciclica si ha l'impressione che alcune delle intuizioni più radicali di Karl Marx tornino improvvisamente attuali.
Marx aveva compreso che il capitalismo non fosse soltanto un sistema economico, ma un meccanismo capace di organizzare la vita delle persone nella sua interezza: il tempo, il desiderio, le relazioni, la percezione del valore, perfino l'identità individuale.
Aveva intuito il rischio dell'alienazione: la trasformazione dell'essere umano in strumento della produzione. Nel Novecento questo processo riguardava soprattutto il lavoro fisico. Oggi riguarda anche il lavoro cognitivo. L'intelligenza artificiale scrive, traduce, analizza, progetta, programma, comunica, crea contenuti, produce immagini, musica e video. L'automazione non sostituisce più soltanto le braccia. Comincia a sostituire parti crescenti dell'intelletto umano. Ed è qui che l’affermazione delle piattaforme IA cambia il paradigma.
Un mondo con meno lavoro
Da oltre due secoli le nostre società si fondano su una relazione apparentemente naturale tra lavoro, reddito, dignità sociale e partecipazione alla vita collettiva.
Ma cosa accade quando una quota crescente della ricchezza viene prodotta dalle macchine?
Per la prima volta nella storia non stiamo semplicemente automatizzando attività manuali. Stiamo automatizzando anche attività professionali e intellettuali. Molti osservatori continuano a ripetere che nasceranno nuovi lavori. Probabilmente sarà vero. È sempre accaduto. Ma la domanda non può fermarsi qui.
E se il numero dei lavori eliminati fosse superiore a quello dei lavori creati? E se la velocità della sostituzione fosse più rapida della capacità della società di adattarsi? E se intere categorie professionali vedessero ridursi drasticamente il proprio ruolo economico (e sociale)?
L'obiettivo non può essere costringere gli esseri umani a restare necessari alla produzione, ma permettere loro di vivere dignitosamente anche quando il lavoro – manuale e intellettuale - avrà sempre meno bisogno del loro lavoro. È quindi necessario capire come garantire dignità, reddito, partecipazione e libertà a esseri umani che potrebbero non essere più indispensabili alla produzione di una quota crescente della ricchezza collettiva.
Chi possiede i nuovi mezzi di produzione?
Qui il pensiero di Marx torna sorprendentemente attuale. Per Marx i mezzi di produzione erano la terra, le fabbriche, le macchine industriali. Oggi i nuovi mezzi di produzione potrebbero essere: i modelli di intelligenza artificiale, i dataset, le piattaforme, i cloud, la capacità computazionale, le infrastrutture digitali, gli algoritmi.
Se questi strumenti resteranno concentrati nelle mani di poche corporation private o di un ristretto numero di potenze geopolitiche, assisteremo alla più grande concentrazione di ricchezza e potere cognitivo della storia umana. Per questo il problema dell'IA non riguarda soltanto la regolamentazione. Riguarda la proprietà. Riguarda il controllo. Riguarda la distribuzione dei benefici. Riguarda, in sostanza, la democrazia.
Democratizzare l'intelligenza artificiale
Le critiche di studiosi come Timnit Gebru ci ricordano che il problema non è soltanto ciò che l'intelligenza artificiale può fare: il problema è chi decide come svilupparla, con quali dati, secondo quali valori e nell'interesse di chi.
Quando milioni di persone contribuiscono, direttamente o indirettamente, ad alimentare i sistemi di intelligenza artificiale con il proprio lavoro, la propria cultura, i propri contenuti, la propria conoscenza, è legittimo chiedersi se i benefici prodotti da quei sistemi possano diventare proprietà esclusiva di pochi soggetti privati. Per questo vanno considerati con grande attenzione iniziative come il progetto svizzero Apertus, fondato su trasparenza, open source e accessibilità pubblica. Così come è importante la proposta di Giorgio Parisi di creare un "CERN dell'IA" europeo. Vanno guardate con interesse a tutte le forme di infrastruttura pubblica, cooperativa e comunitaria che possano impedire la concentrazione del potere tecnologico.
Perché oggi non si tratta di fermare l'innovazione: si tratta di democratizzarla.
Il CERN dell'IA rappresenta, infatti, una risposta fondamentale sul piano scientifico e tecnologico. Ma oggi la questione non è soltanto come costruire l'intelligenza artificiale. È soprattutto decidere chi la governa. Pertanto, accanto a infrastrutture pubbliche di ricerca, serviranno anche istituzioni democratiche sovranazionali. Una sorta di ONU dell'IA capace di definire regole comuni, garantire trasparenza e impedire che il controllo delle tecnologie più potenti venga concentrato nelle mani di pochi attori economici o geopolitici.
L'Unione Europea è oggi il soggetto politico che più di ogni altro potrebbe avviare questo processo, perché, pur con tutti i suoi limiti, è probabilmente il più grande esperimento storico di sovranità condivisa mai realizzato. Per questo potrebbe essere davvero il primo laboratorio di una governance democratica della tecnologia. Una collettivizzazione delle piattaforme (e dei dati con le quali sono alimentate) gestita da un organismo rappresentativo eletto dai cittadini.
Dalla competizione alla cooperazione
C'è poi una un’altra questione di radicale importanza. Per oltre due secoli abbiamo identificato il progresso con la crescita continua della produzione, del consumo e della competizione. La competizione è diventata una sorta di religione civile. Ma la stessa bioscienza ci mostra sempre più chiaramente che la vita si sviluppa soprattutto attraverso relazioni cooperative, simbiotiche e interdipendenti.
Sviluppa questo aspetto, in maniera sorprendente, il concetto di Simbiocene elaborato dal filosofo australiano Glenn Albrecht. Non come semplice teoria ecologista, ma come possibile paradigma culturale.
Forse anche l'intelligenza artificiale dovrebbe essere pensata in questi termini. Non come strumento di sostituzione e dominio, ma come tecnologia simbiotica. Una tecnologia che collabori con gli esseri umani invece di competere con essi. Che distribuisca conoscenza invece di concentrarla. Che riduca il lavoro alienante invece di creare nuove forme di dipendenza. Che liberi tempo umano invece di assorbirlo.
Per un umanesimo tecnologico cooperativo
È qui che serve una nuova elaborazione politica e culturale. Non il ritorno ai modelli novecenteschi, non il collettivismo burocratico, non il liberismo tecnologico che lascia tutto nelle mani dei mercati.
Serve una terza via: un umanesimo tecnologico cooperativo. Una visione nella quale l'intelligenza artificiale sia gestita democraticamente dalle comunità umane e orientata al bene comune. E nella quale la ricchezza prodotta dall'automazione contribuisca a compensare il lavoro che l'automazione stessa elimina. In cui le tecnologie più potenti vengano considerate infrastrutture strategiche per l'umanità e non soltanto opportunità di profitto.
Detto banalmente: una visione nella quale gli esseri umani tornino finalmente a fare gli esseri umani.
Perché il paradosso è questo. Per due secoli abbiamo educato le persone a comportarsi come macchine: efficienti, standardizzate, produttive. Ora stiamo costruendo macchine capaci di svolgere proprio quei compiti.
Quindi la vera sfida non è difendere l'uomo dalle macchine: è usare le macchine per liberare l'uomo dalla sua riduzione a macchina.
Se l'intelligenza artificiale produrrà una parte crescente della ricchezza mondiale, la questione democratica del XXI secolo sarà la distribuzione di quella ricchezza. Non per fermare il progresso, ma per fare in modo che i benefici dell'automazione appartengano all'intera comunità umana e non soltanto a chi controlla le infrastrutture tecnologiche.
Formare esseri umani liberi
Per questo il tema decisivo resta la formazione. Nessuna società sarà davvero libera se gli esseri umani non saranno sufficientemente forti culturalmente, criticamente ed emotivamente da non diventare dipendenti dalla propaganda, dai nazionalismi, dalla manipolazione algoritmica, dalle paure identitarie e dalle semplificazioni demagogiche.
La battaglia ineludibile del futuro sarà formare persone capaci di convivere con sé stesse, con gli altri, con la complessità, con le differenze e con una tecnologia che dobbiamo imparare a possedere e governare invece di subire.
Dobbiamo formare esseri umani abbastanza strutturati da restare umani dentro un mondo sempre più automatizzato. Perché i problemi che pone l'intelligenza artificiale non sono soltanto tecnologici. Sono politici. Sono antropologici. Sono culturali.
La questione decisiva del XXI secolo non è che cosa l'intelligenza artificiale farà agli esseri umani. È se gli esseri umani sapranno governarla abbastanza bene da trasformarla in uno strumento di emancipazione collettiva invece che nell'ennesimo fattore di concentrazione del potere.
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