Le relazioni italo-libiche: un dossier dimenticato
Dalle atrocità coloniali ai rapporti con Gheddafi, fino al caos del 2011 e al Piano Mattei: la storia di un’influenza perduta.

ANSA
Alla fine della Guerra italo-turca del 1911-12 il trattato di Losanna aveva riconosciuto all’Italia il controllo della Cirenaica e della Tripolitania e l’amministrazione delle isole del Dodecaneso, nell’Egeo. Era stato un conflitto gravoso e il governo Giolitti aveva dovuto prendere atto dell’esistenza di un forte movimento resistenziale arabo, che darà filo da torcere agli italiani durante la Prima guerra mondiale: l’andamento della guerra costrinse a sguarnire i domini coloniali e a scendere a patti con la popolazione locale. Nel novembre 1920 il governo italiano giunse a nominare Idris al-Sanusi emiro della Cirenaica, riconoscendogli una parziale sovranità politica, e suggellò l’accordo con un solenne incontro a Roma tra l’emiro e Vittorio Emanuele III.
Tuttavia, la politica di conciliazione con il popolo libico terminò presto: già i governi liberali dei primi anni Venti avevano ripreso l’iniziativa militare in Nord Africa. Con la nascita del regime fascista, poi, la guerra riprese su larga scala e condusse alla progressiva sottomissione dell’intero territorio libico. Denominata «pacificazione», la repressione di ogni opposizione in Libia procedette tra un’atrocità e l’altra per un decennio, sotto la guida dei generali Badoglio e Graziani.
Durante la Guerra italo-turca l’episodio più vergognoso era stato senza dubbio il massacro di Sciara Sciat dell’ottobre del 1911: per vendicare l’uccisione da parte dell’esercito arabo-turco di un intero battaglione italiano accerchiato (quasi 400 uomini), venne rastrellata un’intera oasi e gli uomini in armi furono fucilati o impiccati. Si contarono almeno 2000 vittime e 3500 deportati nelle carceri di Gaeta, Favignana, Ponza e delle isole Tremiti.
Nonostante l’efferatezza dei delitti dell’Italia liberale, il fascismo riuscì a fare di peggio, sorpreso dal vigore della resistenza libica: per ottenere la disarticolazione del movimento resistenziale, guidato da Omar al-Mukhtar dopo la fuga in Egitto dell’emiro Idris nel 1922, si attuò una spietata deportazione di migliaia di famiglie in disumani campi di concentramento. Le deportazioni di massa nei campi di concentramento riguardarono intere tribù (circa centomila persone) e furono realizzate imponendo marce forzate nel deserto di centinaia di chilometri: molti morivano prima di giungere a destinazione; molti altri durante il duro periodo di detenzione, segnato dal razionamento del cibo, dell’acqua e dalla negazione della libertà di movimento.
Nel settembre del 1931 venne catturato al-Mukhtar e, dopo un processo farsa, impiccato al centro del campo di concentramento di Suluq. Il processo di «pacificazione», segnato da pesanti bombardamenti aerei e dall’utilizzo di gas velenosi, fu dichiarato concluso solo nel gennaio del 1932, quando tutte le tribù libiche «ribelli» erano state sottomesse. A partire da quel momento il regime sollecitò il trasferimento di migliaia di famiglie italiane (circa centomila persone) in Libia, nel tentativo di trasformare quell’inutile «scatolone di sabbia» in una fertile e rigogliosa terra. La propaganda del regime, infatti, aveva convinto migliaia di italiani che l’infertilità della terra libica era il risultato della pigrizia e dell’ignoranza del popolo libico.
Sebbene la nomina di Italo Balbo a governatore della Libia abbia segnato effettivamente l’inizio di un periodo di moderate riforme (istruzione, sanità, infrastrutture, nuovi alloggi), ben presto i sogni di gloria del fascismo si dimostrarono effimeri. A demolire definitivamente l’organizzazione fascista della Libia ci penserà la Seconda guerra mondiale: durante il conflitto numerosi uomini della vecchia resistenza anticoloniale, di nuovo sotto la guida di Idris al-Sanusi, si unirono alle forze inglesi, opponendosi all’esercito nazifascista. In territorio libico fu edificata una base aerea inglese presso El Adem (Cirenaica) e una base americana a Wheelus Field, vicino Tripoli, utili a garantire agli Alleati un maggiore controllo delle rotte aeree del Mediterraneo. Durante il conflitto la Libia subì pesanti bombardamenti, numerosi centri furono saccheggiati e gran parte delle infrastrutture esistenti furono distrutte; enormi territori, inoltre, furono minati con centinaia di migliaia di ordigni e molti pozzi furono avvelenati o resi inutilizzabili.
Il secondo dopoguerra in Libia e la nascita della monarchia
Alla fine del conflitto la presenza militare anglo-americana su territorio libico era massiccia. Con il trattato di pace di Parigi del 10 febbraio 1947 l’Italia venne costretta a rinunciare a tutte le sue colonie. Ben presto, in Libia sorsero diverse compagini politiche che si scontrarono sull’assetto istituzionale da dare al paese: da un lato vi erano i repubblicani, dall’altro i monarchici legati ad Idris al-Sanusi. Tali forze politiche cercavano una sponda nella nuova politica mediterranea degli USA: su pressione americana, infatti, nel novembre del 1949 fu istituito un Consiglio consultivo ONU per la Libia con il compito di promuovere l’indipendenza del Paese. Il 2 dicembre 1950 l’Assemblea nazionale libica nominò re il vecchio emiro senussita con il nome di Idris I e il 7 ottobre 1951 promulgò una nuova costituzione che instaurava una monarchia ereditaria e un debole parlamento bicamerale.
Di lì a poco, con due differenti trattati militari, inglesi e americani imposero alla monarchia libica il mantenimento delle loro basi aeree, assicurando in cambio una consistente protezione militare e cospicui finanziamenti. Re Idris fu il rappresentante di una sagace politica collaborazionista con gli Usa e la Gran Bretagna che escludeva l’URSS dal bacino mediterraneo: ogni volta che prendeva corpo l’ipotesi di una cooperazione con l’Unione Sovietica, Stati Uniti e Gran Bretagna cedevano alle richieste di re Idris e incrementavano i livelli di collaborazione.
Riflesso di tale scenario fu il dominio delle compagnie petrolifere inglesi e americane sulle concessioni e sullo sfruttamento dei giacimenti libici. Nel 1955 fu ratificata la legge che definiva delle spese di trivellazione irrisorie per le major straniere e una spartizione 50:50 sui profitti. Quando nel 1959, poi, la Esso scoprì l’enorme giacimento di Bi’r Ziltan, iniziò una corsa ai diritti di estrazione e raffinazione del petrolio che puntava a ridurre la dipendenza occidentale dai Paesi del Golfo da parte degli Stati occidentali. Per la Libia iniziava una nuova era.
Il primo decennio del dopoguerra, dunque, fu per l’Italia un periodo di totale esclusione dallo scenario libico. Solamente il 2 ottobre del 1956 l’Italia riuscì a firmare un nuovo trattato italo-libico che prevedeva un risarcimento di 5 milioni di sterline per la ricostruzione economica del Paese in cambio della permanenza della comunità italiana in Libia (circa 30 mila persone). L’accordo del 1956 ha rappresentato il primo tentativo di riconciliazione con la vecchia colonia.
Così per tutti gli anni Sessanta l’Italia tentò di reinserirsi nel gioco libico: già nel marzo del 1959 la consociata CORI (di proprietà dell’AGIP) otteneva una concessione di esplorazione in Cirenaica. Il lavoro di mediazione condotto da Enrico Mattei con i paesi arabi fino al 1962 consentì ai suoi due successori alla presidenza dell’ENI, Marcello Boldrini e Eugenio Cefis, di proseguire gli investimenti in Libia per tutti gli anni Sessanta, seppur ridimensionando fortemente il livello di conflittualità con le Sette Sorelle. Nella seconda metà degli anni Sessanta, perciò, l’Italia poteva considerarsi un junior partner nella partita libica.
Il colpo di stato del 1969 e la costruzione di intensi rapporti economico-commerciali
Le relazioni italo-libiche vissero un salto di qualità a partire dal colpo di stato del 1° settembre 1969. Il gruppo degli Ufficiali Liberi, guidato da un giovanissimo colonnello Mu’ammar Gheddafi, riuscì a deporre il principe ereditario Hassan al-Rida e ad istituire un Consiglio rivoluzionario con pieni poteri. Già il 6 settembre l’Italia, seconda solamente all’URSS, riconosceva la legittimità della Repubblica libica.
Eppure l’inizio delle relazioni bilaterali non fu proprio idilliaco. Già nel 1970, in nome del rifiuto dell’imperialismo occidentale, Gheddafi chiudeva le due basi aeree anglo-americane; poco dopo proclamava ufficialmente l’espulsione di tutti gli italiani dalla Libia e la confisca dei loro beni: nonostante la lettera di protesta del Presidente Saragat, nei tre mesi successivi quasi 13 mila italiani furono costretti al rimpatrio. Va detto, tuttavia, che le corpose proprietà di Eni e Fiat in Libia furono tutelate dalla confisca e da quel momento, e per tutto il decennio, si assistette ad un’esponenziale crescita dell’interscambio commerciale tra i due paesi.
Per tutti gli anni Settanta la postura ufficiale libica nei confronti dell’Italia fu ambivalente: alle altisonanti accuse del colonnello contro il passato coloniale italiano si alternarono numerose dichiarazioni di volontà di dialogo e di cooperazione. L’ambiguità di Gheddafi metterà spesso in difficoltà l’apparato diplomatico italiano che, tuttavia, ben presto promuoverà canali di comunicazione sempre più proficui. Quando poi, all’inizio del 1971, i servizi segreti britannici promossero un tentativo di colpo di stato (Operazione Hilton) per deporre il neonato regime, i servizi italiani, per volontà di Moro, informarono i vertici politici libici e l’iniziativa fu sventata. L’Italia dimostrava concreta volontà di collaborazione, Gheddafi ringraziava e si convinceva della possibilità di fidarsi dell’ex potenza coloniale.
Non a caso, dal 1971 si può ricostruire un’esponenziale intensificazione delle relazioni bilaterali tra i due Stati. Il 5 maggio del 1971 il ministro degli Esteri Aldo Moro fu accolto a Tripoli da Gheddafi: Moro propose un accordo bilaterale che consentisse all’Italia di incrementare i livelli di importazione di petrolio libico in cambio di materiali e manodopera utili alla modernizzazione della Libia. Gheddafi, inoltre, sondava il ministro degli Esteri in merito alla possibilità di ottenere forniture militari italiane.
Nel 1972 l’Italia, ottenuto il nulla osta americano, fornì per la prima volta armi all’esercito libico, tra cui 152 carri cingolati M-113 e 12 cannoni semoventi della OTO Melara. Di lì a poco i libici garantiranno all’Eni autonomia operativa attraverso la firma di una joint venture (a differenza delle compagnie inglesi e americane che furono nazionalizzate) e approvarono la costruzione da parte della Snam-Progetti di una raffineria da due milioni di tonnellate di greggio all’anno.
Nel febbraio del 1974 Abdessalam Jallud, primo ministro libico, e Mariano Rumor, primo ministro italiano, sottoscrissero a Roma un accordo-quadro di cooperazione scientifica, tecnica ed economica che aumentava le forniture libiche annuali di petrolio verso l’Italia a 30 milioni di tonnellate. Dal canto proprio, l’Italia forniva collaborazione per la costruzione di moderne raffinerie, progetti di bonifica e impianti di fertilizzanti. Nel settembre del 1974, poi, fu firmato un nuovo accordo tra il governo di Tripoli e l’Agip che garantì all’impresa italiana quattro nuove concessioni di esplorazione petrolifera in territorio libico.
Nel febbraio del 1975 la Libia consentì alla Snam-Progetti di realizzare una raffineria da 10 tonnellate di petrolio annue e di altri impianti petrol-chimici, in cambio di 24 elicotteri da guerra e quattro corvette lanciamissili. Nel 1976 fece scalpore l’acquisto da parte della Libyan Arab Foreign Bank del 10% delle azioni della FIAT (180 miliardi di lire). All’altezza del 1977 il 25% delle importazioni libiche veniva dall’Italia. Nell’estate del 1978, ancora, la Snam-Progetti ottenne la licenza per costruire un impianto per la produzione di ammoniaca da 150 milioni di dollari. All’inizio del 1979, infine, venne ridefinito l’accordo-quadro del 1974 e furono formalizzate commesse per quasi 3000 miliardi di lire (una parte in forniture militari).
L’altra faccia delle relazioni italo-libiche: tra Lodo Moro e questione palestinese
Nonostante la dimensione dell’interscambio commerciale tra i due paesi, interpretare le relazioni italo-libiche in termini puramente economici non restituisce la complessità del tentativo italiano. Va ricordato, infatti, come Gheddafi abbia trasformato il profilo internazionale della Libia e abbia voluto presentarsi fin da subito come l’erede di Nasser, intestandosi la guida dei movimenti arabi di liberazione dal giogo occidentale. Il colonnello aveva esposto la propria visione del mondo nel celebre Libro Verde, attraverso cui pretendeva di aver elaborato quella «terza teoria universale» capace di tenere insieme democrazia diretta, socialismo ed Islam. Panarabismo, questione sociale e lotta contro l’imperialismo, questi all’inizio degli anni Settanta erano i fondamenti teorici dell’azione politica del leader libico.
Inoltre, Gheddafi, seppur non partecipò mai direttamente a conflitti contro Israele, finanziò tutti i movimenti della resistenza palestinese, fornendo loro denaro, armi e addestramento militare. I servizi d’intelligence europei intuirono presto la portata del sostegno libico ai movimenti della resistenza palestinese (dai gruppi più estremisti a quelli più moderati). Dal canto suo, l’intelligence italiana si rese rapidamente conto che Yasser Arafat non era ancora in grado di imporre la propria linea a tutte le componenti dell’OLP, seppur ne detenesse la guida dal 1969. Pertanto, l’apparato diplomatico italiano promosse un’iniziativa su due fronti: da un lato tentare di favorire la legittimazione internazionale della figura di Arafat, sì da sostenere un’evoluzione moderata della leadership palestinese, dall’altro costruire canali di dialogo e stilare accordi di cooperazione con gli stati accusati di supportare gruppi terroristici, come la Libia e l’Iraq.
La prassi politica dell’Italia mirava al raggiungimento di due obiettivi strategici diversi: nel breve termine garantire la sicurezza della popolazione italiana e porre fine agli attacchi terroristici sul suolo nazionale (vedi il fallito attentato di Ostia e la strage di Fiumicino nel 1973), nel lungo termine promuovere la deradicalizzazione del movimento palestinese e agevolare il processo di pace in Medio Oriente. Il primo momento di tale attività politico-diplomatica è passato alla storia come Lodo Moro ed è stato perpetrato, con modalità simili, anche da altri paesi europei (Francia, RFT e Gran Bretagna). L’accordo (segreto) consisteva nell’assicurare libertà di movimento, salvaguardia da processi e fornitura di armi ai movimenti della resistenza filopalestinese, in cambio dell’azzeramento delle operazioni terroristiche su territorio italiano. Non per nulla si registrarono diversi casi di incomprensibili rilasci o paradossali scarcerazioni.
Il secondo livello dell’opera diplomatica italiana, invece, tentava di dare corpo alle tesi espresse da Giorgio La Pira nei famosi Colloqui mediterranei degli anni Cinquanta: l’Italia cercava di guadagnare una concreta capacità di mediazione politica nel Mediterraneo assumendosi l’onere di dialogare con tutti i paesi arabi e di promuovere il processo di pace in Medio Oriente. Per vent’anni si cercò di rilanciare una soluzione della questione palestinese che tenesse presenti le richieste dei popoli arabi e dell’OLP e che non si schiacciasse sulle volontà israeliane: era la tesi dell’«equivicinanza» che Andreotti non si stancherà di ripetere negli anni a venire. Simbolo di tale complesso tentativo fu la visita di Arafat al Parlamento italiano nel 1982, fortemente voluta da Giulio Andreotti, nonostante il parere contrario del primo ministro Spadolini. Si può ben dire, dunque, che l’Italia ebbe un ruolo non secondario nella promozione del processo di parziale distensione tra israeliani e palestinesi che trovò espressione nella firma degli accordi di Oslo del 1993.
La crisi delle relazioni italo-libiche negli anni Ottanta
Negli anni successivi la Libia assumerà una postura sullo scenario internazionale ancor più aggressiva: Gheddafi continuava ad essere accusato di ospitare e addestrare terroristi ed era sempre più inviso alla nuova amministrazione Reagan. Da parte sua, Gheddafi non tentava di smorzare troppo i toni della controversia; in un’intervista del 1985: «L’America intuisce bene quello che ho intenzione di fare. Attraverso il conflitto palestinese voglio unire tutti i popoli arabi nella lotta contro l’imperialismo. È per questo che mi odia, che mi teme e che dice che io sono l’uomo più pericoloso del mondo».
In virtù del contrasto sempre più aspro tra USA e Libia, anche l’Italia visse un periodo di crisi nelle relazioni con il regime libico. Gheddafi continuava a chiedere al governo italiano un maxi risarcimento per le sofferenze causate dal dominio coloniale e insisteva sulla rimozione dei missili Cruise dalla base di Comiso; inoltre minacciava di sospendere definitivamente i pagamenti delle aziende italiane impegnate in Libia. Ciononostante, nel settembre del 1980 anche il governo Cossiga ottenne importanti concessioni dal governo libico: un’acciaieria da 3 mila miliardi di lire a Misurata e la costruzione di un cavo telefonico sottomarino tra Libia e Italia. A fronte della successiva tempesta internazionale il 1981 fu l’anno record nei rapporti commerciali tra i due Paesi.
Nel volgere di pochi mesi, tuttavia, la situazione si trasformò drasticamente: già nel 1982-83, la Libia mostrò gravi segnali di crisi economica che porteranno all’effettiva interruzione dei pagamenti delle 157 aziende italiane operanti sul territorio libico. Il governo italiano reagì bloccando ogni forma di collaborazione e Gheddafi giunse a definire il ministro degli Esteri Emilio Colombo uno «schiavo degli americani». I primi anni Ottanta furono difficili per le relazioni italo-libiche, tuttavia, i successivi governi Craxi (1983-87) decisero di tentare una riconciliazione: il nuovo ministro degli Esteri Andreotti viene inviato a Tripoli nel febbraio del 1984 e nel luglio del 1984.
L’azione italiana riportò successi rilevanti: Andreotti ottenne il ridimensionamento del 50% del debito libico (pagato sotto forma di petrolio erogato all’Eni) e lo sfruttamento da parte dell’Eni del giacimento petrolifero off-shore di Bouri, il più grande del Mediterraneo. In cambio il ministro degli Esteri si propose di fare da «postino» di Gheddafi presso l’amministrazione americana e di riferire a Reagan l’intenzione del colonnello di evitare lo scontro aperto. Si precisi, in ultimo, che la delegazione italiana promise la costruzione di un centro cardiologico moderno in Libia e la fornitura di corsi di perfezionamento per il personale medico libico. L’Italia continuava a preferire le esternazioni e le incandescenze del leader libico, piuttosto che veder scivolare definitivamente la Libia nell’orbita sovietica e vedere compromesso il lavoro di costruzione del dialogo nel Mediterraneo: non solo semplice tutela di importanti interessi economici, ma visione di ampio respiro orientata alla costruzione di un futuro di cooperazione con il mondo arabo e al mantenimento della Libia tra i Paesi non allineati.
Il 15 aprile 1986 vent’anni di attività diplomatica italiana verso la Libia sembrarono vanificarsi: dopo l’attentato alla discoteca La Belle di Berlino, di cui Gheddafi venne accusato di essere il mandante, l’aviazione americana bombardò Tripoli e Bengasi, causando circa 60 morti. È l’Operazione El Dorado Canyon, dalla quale il colonnello si salvò sorprendentemente (avvisato dai servizi italiani dell’attacco, per volontà di Craxi). Si noti che gli USA chiesero all’Italia la possibilità di utilizzare le basi militari di Sigonella e di Aviano, ma il governo Craxi non solo negò il permesso, ma impedì anche il trasvolo dello spazio aereo italiano. La presa di posizione italiana costrinse i bombardieri d’oltreoceano a decollare dalla Gran Bretagna e attraversare lo Stretto di Gibilterra, generando un profondo malcontento nell’amministrazione americana.
La decisione italiana seguiva di pochi mesi un altro episodio che tanto aveva innervosito l’amministrazione Reagan: tra il 10 e l’11 ottobre del 1985 il governo italiano aveva rifiutato di concedere l’estradizione dei dirottatori dell’Achille Lauro in nome della sovranità italiana. Gli USA tentarono di forzare la mano del governo Craxi, intercettando il volo EgyptAir su cui viaggiavano i terroristi del Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina (FPLP), dopo essere riusciti ad ottenere un salvacondotto: i caccia americani costrinsero l’aereo ad atterrare a Sigonella, ma il primo ministro italiano ordinò ai carabinieri e alla Vigilanza Aeronautica Militare di circondare l’aereo e di impedire l’intervento della Delta Force americana. Il combinato disposto tra le due crisi probabilmente convinse gli americani dell’inadeguatezza della leadership di Bettino Craxi in Italia.
Dal bombardamento americano del 1986 e per tutti gli anni Novanta, la Libia visse un periodo di grande isolamento internazionale: fu imposto un embargo sulle attività petrolifere e le condizioni economiche della Libia si aggravarono velocemente. Il colonnello tentò di rispondere alla crisi economica e sociale favorendo un processo di liberalizzazioni economiche che eliminò il monopolio statale su molte attività, reintrodusse il commercio al dettaglio, riammise banche private e investimenti stranieri: il sogno rivoluzionario della Jamahiriyya era concluso.
L’Italia ancora una volta fu la prima nazione a mostrare comprensione verso la Libia. Nel novembre del 1988 il maggiore Jallud incontrò a Roma De Mita e Andreotti per discutere di una questione scottante: il regime libico veniva accusato di produrre armi chimiche e di non accettare ispezioni negli impianti industriali. Al netto delle accuse dell’opinione pubblica internazionale, Jallud rese nota la disponibilità della Libia ad acconsentire a sopralluoghi in tutti gli stabilimenti industriali del Paese. Intelligentemente, Andreotti propose a Jallud di partecipare alla Conferenza internazionale di Parigi sulla proliferazione di armi chimiche nel mondo: la Libia prese parte ai lavori e firmò la dichiarazione finale. Ancora una volta, l’Italia lavorava alla riabilitazione politica del regime libico sullo scenario internazionale.
Nella stessa prospettiva, nel novembre del 1990 l’Italia promosse la conferenza per la cooperazione nel Mediterraneo occidentale cui parteciparono Algeria, Tunisia, Libia, Marocco, Mauritania e Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Malta (formula 5+5) per favorire la collaborazione politica tra le due sponde del Mediterraneo. La non semplice volontà di intensificare le relazioni tra Stati europei e Paesi arabi si legava al tentativo di rivalorizzare la posizione dell’alleato libico sulla scena politica mondiale. Il 5 giugno del 1991 il presidente del Consiglio Andreotti tornò a Tripoli ed incontrò di nuovo Gheddafi: si discusse dell’esigenza di rilanciare le relazioni bilaterali e di ristabilire una cooperazione per la pace in Medio Oriente. Fu proposto all’Italia di collaborare alla lotta alla desertificazione, di sostenere il progetto del «Grande Fiume artificiale» di Gheddafi e di contribuire allo sminamento del territorio libico. In cambio, venne riaffermato l’accesso privilegiato dell’Italia alle risorse energetiche libiche.
Dagli anni Novanta ai giorni nostri: l’esclusione dal dossier libico
Il processo di riavvicinamento fu di nuovo interrotto, tuttavia, dal riconoscimento delle responsabilità libiche negli attentati di Lockerbie (1988) e del Teneré (1989): in poco tempo furono promulgate le risoluzioni ONU del 1992 che imposero severe sanzioni economiche, negarono la vendita di armi alla Libia, imposero il blocco di tutto il traffico aereo e definirono la negazione di tutta una serie di beni e servizi. Nel 1993, poi, l’amministrazione Clinton fissò un nuovo e più pesante embargo sulle attività petrolifere libiche.
A questo punto Gheddafi dovette cedere su tutti i fronti: interruppe i piani di riarmo, abbandonò l’idea della riunificazione dei popoli arabi in un unico stato e iniziò a condannare le attività dei gruppi terroristici internazionali (il gruppo di Abu Nidal fu espulso nel 1997). Nondimeno, nell’estate del 1994 il colonnello tornò a rivolgersi all’Italia: in particolare, chiedeva di dare seguito all’accordo siglato nel 1991 da Andreotti e di riavviare rapporti commerciali stabili. Inizialmente l’appello cadde nel vuoto, ma già nel 1996, con l’istituzione del governo Prodi, l’Italia riprese a dialogare con l’alleato libico: l’Eni ottenne dalla NOC un’estensione delle concessioni del 1974 e la diplomazia italiana contraccambiò, criticando apertamente la proposta di Clinton di aumentare le sanzioni verso la Libia. Nel luglio del 1998, poi, a fronte di un viaggio del ministro degli Esteri libico Muntasser a Roma, fu istituita una Società italo-libica per il rilancio della collaborazione economica, scientifica e tecnologica tra i due Paesi.
Il processo di ricostruzione di positive relazioni bilaterali continuò anche con i governi Berlusconi: l’Italia uscita da Tangentopoli poteva sfruttare la debolezza internazionale di Gheddafi e la necessità per lo Stato libico di trovare vie d’uscita da una crisi che sembrava irreversibile. Nell’ottobre 2001 anche il primo ministro si recò a Tripoli: in quella sede l’Italia garantì alla Libia la costruzione di un centro di riabilitazione ortopedica a Bengasi e la realizzazione di un’infrastruttura stradale per un totale di 60 milioni di euro. La Libia, dal canto suo, promise di pagare i debiti delle società italiane entro e non oltre il marzo del 2003. Nell’ottobre del 2004 Berlusconi e Gheddafi, inoltre, inaugurarono il Western Libyan Gas Project, gasdotto dal costo di sette miliardi di euro che avrebbe inviato in Italia 8 miliardi di metri cubi di gas.
Nell’ottobre 2007 l’ENI e la NOC firmarono un importante contratto di collaborazione dal valore di 28 miliardi di dollari in dieci anni che prevedeva il prolungamento delle concessioni ENI sul petrolio fino al 2042 e sul gas fino al 2047. Tale intesa spianava la strada ad un nuovo accordo globale tra le due nazioni: il 30 agosto del 2008 viene ratificato a Bengasi un nuovo Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione che stabilì il pagamento da parte dell’Italia di quel grande risarcimento per le crudeltà coloniali (5 miliardi di dollari in venti anni) che Gheddafi aveva chiesto pubblicamente decine di volte.
Il governo italiano promise anche di definire un pattugliamento congiunto delle frontiere, di costruire diverse strutture sanitarie e alloggi, di edificare un’autostrada che collegasse la Tunisia all’Egitto, di garantire l’erogazione di un centinaio di borse di studio e la fornitura di corsi professionalizzanti e sussidi economici alla popolazione libica. Da parte sua, la Libia riconobbe la fine del contenzioso storico sui danni del colonialismo, la tutela degli interessi geoeconomici italiani, la disponibilità a contrastare il traffico di esseri umani dal territorio libico.
Tuttavia, neanche tale processo di distensione fu duraturo: nel febbraio del 2011 scoppiarono in Libia le proteste legate al fenomeno della Primavera Araba che portarono alla nascita di un Consiglio Nazionale di Transizione (CNT) a Bengasi. La risposta di Gheddafi fu violenta e l’ONU decise di imporre una No-Fly Zone, interpretata dalla Francia, e subito dopo da Usa e Gran Bretagna, come un’autorizzazione all’intervento militare. La guerra divampò e nell’ottobre del 2011 Gheddafi venne catturato e ucciso, il video fece il giro del mondo.
Alle successive elezioni del 2012 si impone una coalizione liberale, ma i movimenti islamisti rifiutano il risultato. Nel maggio del 2014 inizia una devastante guerra civile che si protrae tuttora e che ha portato alla frammentazione del potere politico libico: da una parte vi è il Governo di Unità Nazionale, insediato a Tripoli, dall’altra vi è il Governo di stabilità nazionale insediato a Tobruk. In breve tempo, inoltre, ai due governi si sono legati diversi attori internazionali: se i partner principali del governo di Tripoli, riconosciuto dall’ONU, sono la Turchia e il Qatar, la fazione di Tobruk è sostenuta dalla Russia, dall’Egitto e dagli Emirati Arabi Uniti.
Al momento attuale la situazione non sembra sbloccarsi. Ciò che è evidente, tuttavia, è l’esclusione italiana dalla partita libica: la tutela degli interessi strategici è stata molto complessa nel decennio successivo alla caduta del regime di Gheddafi e l’Italia non è riuscita a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella transizione politica libica. La diplomazia della Prima Repubblica aveva visto bene: la morte del colonnello ha rappresentato non solo l’inizio di una fase di caos politico e di violenza indiscriminata tra le tribù libiche, ma anche il collasso dell’influenza italiana e l’inizio di una crisi migratoria senza precedenti verso le coste italiane.
Il decennio 2011-2021 è stato probabilmente uno dei più difficili nei rapporti italo-libici. A complicare ulteriormente le cose, poi, si è aggiunto lo scoppio della guerra in Ucraina nel 2022 che ha imposto all’Italia la necessità di diversificare le fonti di approvvigionamento energetico. Ne è derivato l’ormai noto Piano Mattei, che, al di là di altisonanti dichiarazioni di cooperazioni mai realizzate e solenni cerimoniali in giro per il continente africano, ha raccolto ben poco. Costretto dagli eventi, il governo Meloni è riuscito ad implementare parzialmente le importazioni di gas dall’Algeria e a ricavare promesse di collaborazione dai capi di stato di Etiopia, Congo, Marocco, Egitto, Kenya.
L’emarginazione dalla partita libica, tuttavia, non è stata rettificata: ad oggi l’Italia, al di là dell’attività di estrazione e lavorazione degli impianti Eni, non ha praticamente nessuna voce in capitolo nell’orientare il processo politico in Libia. Il vuoto lasciato dal nostro Paese è stato riempito da altri soggetti politici ben più capaci, in questa fase storica, di valorizzare la propria posizione internazionale. Va riconosciuto, d’altronde, che l’attività dell’Eni in Libia è stata tutelata attraverso la ratifica di nuovi accordi di cooperazione: nel 2023 l’Eni ha concordato con la Noc la costruzione di due giacimenti di gas offshore da 8 miliardi di dollari e nel 2026 ha ottenuto un’importante licenza di esplorazione petrolifera nel bacino della Sirte. Che tali recenti aperture possano prefigurare un futuro di nuova proiezione italiana sullo spazio libico, tuttavia, sembra onestamente difficile da credere: molto più probabilmente il futuro prossimo certificherà, come già accaduto in altri momenti storici, un ritorno dell’Italia al grado di junior partner per la Libia.
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