Scontri e proteste: come i media orientano la nostra percezione
Violenze in primo piano, contenuti politici sullo sfondo: il racconto delle piazze orienta il nostro sguardo e può trasformare il dissenso in un problema di ordine pubblico.

ANSA
«Tutti vedono il fiume in piena che travolge gli argini e lo chiamano violento, ma nessuno chiama violento l’argine che lo costringe».
Bertolt Brecht
Togliete l’audio a quei trenta secondi di telegiornale: guardate solo le immagini, i particolari, le inquadrature oblique sui volti coperti dei manifestanti, gli zoom sui cassonetti bruciati, i primi piani dei passanti spaventati. Poi togliete le immagini e ascoltate solo l’audio: il tono di voce concitato del presentatore, il timbro assertivo, il climax sulle devastazioni. Tutti questi elementi fanno parte della liturgia giornaliera di milioni di persone. È un rituale che non resta confinato ai vecchi media, ma si riconsacra in ogni bit degli algoritmi dei social, con tecniche diverse e principi identici. Recepire il messaggio in modalità sensoriali separate aiuta a riflettere sulla sua struttura. Per fortuna molti, prima di noi, hanno scritto, studiato e sperimentato sui media e sul potere. In particolare, questi giorni di martellamento televisivo sulle violenze di piazza – in Francia, Spagna e infine Italia – richiamano alla mente uno studio del 1999 dedicato al «paradigma della protesta».
Questo paradigma può essere definito come lo schema narrativo standardizzato con cui il giornalismo tradizionale racconta i movimenti che sfidano lo status quo. Per dimostrarne gli effetti reali, i sociologi della comunicazione Douglas McLeod e Benjamin Detenber (1999) hanno diviso duecentodieci cittadini in tre gruppi. A ciascuno è stato mostrato un telegiornale contenente un servizio sulla stessa protesta, ma montato con tre gradi crescenti di adesione al paradigma: dal taglio tematico incentrato sulle ragioni politiche, a una copertura intermedia, fino a un servizio ad alto livello di protest paradigm imperniato su scontri, arresti, abbigliamento estremo dei manifestanti, passanti irritati e dichiarazioni di polizia.
Le risposte dei partecipanti restituiscono una chiara radiografia di come si costruisce il consenso passivo attraverso tre dinamiche precise:
- Depoliticizzazione e sottrazione cognitiva: spostando il fuoco dal «perché» si protesta al «come» – lo scontro o il disagio urbano –, il telegiornale cancella le cause economiche e sociali della mobilitazione, riducendo un fatto politico a semplice cronaca nera o problema di decoro.
- Legittimazione della repressione: chi guarda un servizio ad alto paradigma sviluppa una forte ostilità verso i manifestanti, arrivando a giustificare l’uso della forza e a invocare la restrizione dei diritti civili, preparando così il terreno culturale per strette securitarie e decreti sicurezza.
- Isolamento sociale e spirale del silenzio: alternando le immagini più radicali del corteo (freak show) alle interviste agli automobilisti bloccati (vox populi), lo spettatore si convince che i manifestanti siano una minoranza isolata e osteggiata dall’intera società, spezzando sul nascere ogni legame con chi assiste da casa.
D’altronde, il framing è tutto: una volta delineati i limiti del discorso pubblico, ai commentatori e alla politica resta solo un finto bivio, ovvero aderirvi o essere tacciati come devianti. La frenetica rincorsa a chi si smarca più in fretta dalle violenze di piazza ne è il precipitato finale. Chi scrive non ritiene che la violenza sia lo strumento di lotta da adottare, e nei propri anni di militanza non ha mai partecipato ad alcuna azione di quel tipo. Non c’è bisogno di sostenere la violenza, però, per comprendere che le abiure rituali recitate in questo copione servono unicamente a legittimare il framing di partenza. È qui che risiede la vera forza del paradigma: non ammette discussione, pretende solo adesione.
Non esiste una soluzione facile e immediata a questo cul-de-sac, in cui le rivendicazioni sono delegittimate e i partiti politici di sinistra arrancano dietro l’onnipotenza dell’algoritmo. L’unica forma di lotta che può permettere di mantenere viva la fiaccola dell’alternativa è la solidarietà. Qui vengono in aiuto anni di sedimentazione culturale della sinistra: non occorre partire da zero, perché esiste già una cassetta degli attrezzi fatta di mutualismo, sindacalismo, corpi intermedi e lavoro porta a porta.
Oltre alla prassi politica, anche la psicologia sociale è molto chiara in proposito, a partire dagli esperimenti dello psicologo sociale Serge Moscovici e dei suoi collaboratori (Moscovici et al., 1969) sulla minority influence negli anni Sessanta. Una minoranza non può vincere sul terreno della forza o della legittimazione concessa dal potere, ma può farlo attraverso la consistenza, la coerenza e la capacità di estendere la solidarietà sociale. Quando il messaggio di giustizia sociale buca il muro dell’isolamento, la percezione della maggioranza comincia a incrinarsi.
Per chi volesse toccare con mano questi meccanismi e sperimentare in prima persona le dinamiche descritte, a questo link è disponibile un simulatore interattivo del protest paradigm: variando i parametri della copertura mediatica, si può osservare in tempo reale come il racconto giornalistico orienti la reazione dell’opinione pubblica.
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