Le parole di Trump rompono l'idillio con Meloni. Così la premier resta isolata

Le critiche dell'alleato su cui la presidente del consiglio aveva puntato tutto, minano la credibilità internazionale del nostro Paese che troppo tardi si è accorto della follia di Trump

Enrico RossiIl Punto
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ANSA

«Sono rimasto scioccato. Pensavo che avesse coraggio, mi sbagliavo. È lei che è inaccettabile. Non le importa se l'Iran ottiene l'arma nucleare, non vuole aiutare nella guerra, non vuole aiutare gli Stati Uniti, non vuole fare nulla». Alla fine è arrivata, quasi inevitabile, la rottura anche con il nostro paese. In giorni in cui il presidente Usa appare sempre più fuori controllo, ieri si è scagliato, con queste parole, contro la presidente del consiglio, Giorgia Meloni, decretando la fine di un rapporto di ferro che era alla base delle fortune internazionali della premier italiana. Meloni non commenta, non ribatte. Abbozza. Ma sullo sfondo resta il fallimento della politica estera di Meloni.

Poche ore dopo queste parole, è arrivato l’intervento in Aula della segretaria del Partito Democratico. Elly Schlein ha voluto farsi portavoce di una solidarietà trasversale alla premier a seguito di un attacco oggettivamente lesivo dell’autonomia nazionale e delle istituzioni italiane. Difendendo Meloni da Trump, la segretaria del PD ha ottenuto il risultato di presentarsi come una statista che antepone l’interesse generale del paese a quello di parte, evidenziando al contempo come la Premier sia rimasta "orfana" del suo sponsor americano. Soprattutto, la leader del PD è riuscita a far esprimere a tutto il parlamento una condanna ferma e esplicita di Trump, impensabile solo qualche settimana fa. È il possibile primo segnale di un’Italia che comincia ad alzare la testa dopo averla tenuta per troppo tempo inchinata.

Per rompere l’idillio è bastato che Meloni fosse costretta, tardivamente e con mezze parole, a prendere le distanze dal presidente americano per le violente critiche da lui rivolte a Papa Leone XIV. Una difesa, sacrosanta, del capo della chiesa Cattolica che ora rischia di costare caro alla premier.Quella che mirava ad essere la costruttrice di un ponte tra gli Usa e l’Europa, con il sogno di costruire la sua dimensione di statista internazionale, ha ricevuto una schiaffo che la tramortisce facendola balbettare, per la sorpresa di una rottura così improvvisa. Ma d’altronde era lei che sosteneva che «con gli alleati si può anche non essere d'accordo» e che «quando si è amici non si rinuncia al proprio giudizio». Trump il suo giudizio lo ha espresso in modo netto.

È il terzo schiaffo che Meloni riceve nel giro di poco tempo dopo quello del referendum e dopo quello della sconfitta di Orbán. Non riuscirà a riqualificare la sua politica estera nemmeno con il tentativo di prendere le distanze dal criminale di guerra Netanyahu con la sospensione del rinnovo automatico dell'accordo di cooperazione militare e difesa con Israele. Anche questo è solo un atto minimo e dovuto di fronte ad uno Stato che applica scientemente il genocidio del popolo palestinese e ad un esercito che non ha remore a sparare contro i soldati italiani di stanza nel Sud del Libano per conto dell’ONU.

D’altra parte, niente e nessuno potrà cancellare la vergogna che ricade sul governo Meloni di avere, ancora ieri, all'Assemblea Generale sostanzialmente votato contro il riconoscimento dello Stato palestinese. O di aver deciso di partecipare, anche se solo come osservatore, all’infame Board of peace voluto da Trump sulla testa dei palestinesi.

La crisi della politica internazionale di Meloni ormai è palese. La sua credibilità in Europa è ormai ridotta al lumicino. La sua lunga allenaza con il presidente Usa, che nei mesi scorsi diceva di lei che «è una cara amica e cerca sempre di aiutare», doveva essere il suo salvagente ed invece ora rischia di farlo crollare. Paga pegno per essere stata per troppo tempo la vassalla preferita di Trump e averlo difeso, compreso e sostenuto anche quando una misura di prudenza avrebbe consigliato un atteggiamento più sobrio.

Ma attenzione ad esultare: La caduta rovinosa della politica estera di Meloni non è priva però di conseguenze per l’Italia. I tentativi furbeschi, gli equilibrismi diplomatici, non reggono più e condizionano negativamente il ruolo che il nostro Paese potrebbe svolgere a favore della pace e di politiche di distensione. Il rischio di questa caduta rovinosa è che il Paese perda anche quel poco di potere di condizionamento che aveva nei dossier energetici e di sicurezza nel Mediterraneo.

È sotto gli occhi di tutti il paragone con la forza e la dignità della politica estera del leader spagnolo Sanchez, che si è opposto sia alle spese per il riarmo sia alla guerre  scellerate in violazione del diritto internazionale in Venezuela e in Iran.

Difendere un’istituzione italiana, come la Presidenza del Consiglio, da una pesante e brusca ingerenza di un altro Paese è giusto e rappresenta un atto di grande consapevolezza politica e di difesa dell’interesse nazionale. Inoltre, più semplicemente, è un principio civile di non infierire su ciò che è già morto, come la politica estera meloniana. Purché non si vada oltre un limite ben preciso e non si conceda ai morti di seppellire i vivi. Più chiaramente: quanto prima Meloni si toglie di mezzo ponendo fine alla propria agonia che danneggia il Paese e tanto meglio sarà per gli italiani.

P.S.: C’è un elemento decisivo, di cui si è parlato diffusamente, e che non deve essere ignorato se vogliamo capire le ragioni di fondo di ciò che sta accadendo: la rottura tra Trump e Meloni si è consumata sullo scontro in atto tra il Presidente USA e Papa Leone XIV sul tema della guerra. È lì che la Presidente del Consiglio è stata costretta a intervenire. Se sfugge questo elemento non si comprende il ruolo che la Chiesa Cattolica sta svolgendo in una drammatica situazione internazionale, né il valore del suo impegno come argine alla logica della guerra.