Le parole della giustizia: Dialogo con una donna ucraina
Jeva, ventitreenne ucraina, racconta la convivenza con i coetanei russi: dialogare senza cancellare le responsabilità né imporre il perdono.

AI
In questi anni mi sono spesso interrogata sulla possibilità, e forse sulla necessità, di immaginare un vocabolario alternativo delle parole della giustizia. Una riflessione che oggi mi appare ancora più urgente, alla luce della declinazione, certamente non soltanto verbale, che la giustizia ha assunto nel linguaggio e nell’azione della destra di governo. Una visione alla quale, a mio avviso, è stata dedicata troppo poca attenzione, a fronte dell’enorme rilevanza attribuita al diritto penale e alla sua dimensione punitiva. Sembra quasi che, nella consueta iconografia della Giustizia, la spada abbia progressivamente preso il sopravvento sulla bilancia. E quando questo accade, Dike smarrisce il senso della misura per assumere il volto implacabile di Nemesi.
Ma è possibile immaginare una giustizia emendata dalla crudeltà? Le sentenze, le pene, gli anni di carcere comminati sono davvero sufficienti a ricomporre le fratture prodotte dal reato, a ricucire i legami spezzati tra la vittima, l’autore del reato e la comunità? Chi legge potrebbe considerare queste domande poco più che disquisizioni filosofiche. Io credo, al contrario, che interroghino il significato più profondo della giustizia e che, per dare piena attuazione al dettato costituzionale, non si possa prescindere da un’idea di giustizia capace di andare oltre la sola dimensione punitiva, per ambire anche alla ricomposizione delle fratture generate dal reato.
In questa prospettiva, la giustizia riparativa, introdotta in modo organico nel nostro ordinamento con la riforma Cartabia, rappresenta un’opportunità preziosa. Essa prevede programmi che consentono alla vittima, all’autore del reato e, ove opportuno, alla comunità di partecipare liberamente e attivamente, con l’aiuto di un mediatore terzo e imparziale, a un percorso volto ad affrontare le conseguenze dell’illecito. Il professor Adolfo Ceretti, tra i padri della giustizia riparativa in Italia, la definisce «giustizia dell’incontro». Ed è proprio questa espressione che vorrei assumere come punto di partenza.
Perché la giustizia riparativa, già presente nel nostro ordinamento, ci offre la possibilità di immaginare un autentico cambio di paradigma. Non soltanto nel modo in cui concepiamo il processo penale e la risposta al reato, ma anche nel modo in cui guardiamo ai conflitti, alla violenza, alle relazioni umane e alla possibilità di ricostruirle. Teniamo ferma, allora, questa parola: incontro. Perché è proprio da qui che ne scaturiranno molte altre, attraverso la voce di Jeva, una delle ragazze che ho incontrato a Rondine — Cittadella della Pace.
L’incontro con Jeva. Le parole della pace, del conflitto e della giustizia
Jeva ha ventitré anni, viene dall’Ucraina, da Černihiv, una città al confine con la Russia e la Bielorussia. L’ho incontrata a Rondine — Cittadella della Pace, dove giovani provenienti da Paesi attraversati da guerre e conflitti condividono un percorso di formazione e di convivenza. Il giorno precedente al nostro dialogo Jeva ci aveva accompagnato alla scoperta della Cittadella. Mi avevano colpita la precisione delle sue parole e la capacità di raccontare un’esperienza così complessa senza cercare scorciatoie o risposte consolatorie. Le ho chiesto innanzitutto come fosse arrivata a Rondine e che cosa l’avesse spinta a intraprendere un percorso tanto impegnativo.
«Il mio percorso per arrivare a Rondine è stato un po’ diverso rispetto a quello degli altri ragazzi. Conoscevo già il tema della giustizia riparativa grazie a una professoressa, Claudia Mazzucato, che me lo aveva fatto scoprire. Avevo partecipato ad alcune conferenze e anche a un’esperienza chiamata The Encounter of the Encounters dell’European Forum for Restorative Justice. Siamo rimaste in contatto e un giorno mi ha mandato un link, dicendomi che forse poteva interessarmi. Quando l’ho aperto, la mia prima reazione è stata molto negativa. Scoprire che in Europa esistesse un posto in cui veniva dato spazio anche a persone provenienti dai Paesi aggressori mi sembrava impossibile da accettare. Mi sono chiesta: “Io che cosa ci vado a fare?”. Poi ne ho parlato con i miei genitori. Mio padre è giornalista e ha una mente molto curiosa. Parlare con lui mi ha aiutato tantissimo. Mi ha detto: “Guarda, la guerra c’è adesso, ma prima o poi finirà. I Paesi rimarranno sempre lì. Non possiamo prendere i territori e ricomporre il mondo in un modo diverso”.
Mi ha fatto riflettere anche sul fatto che i ragazzi russi li avrei incontrati comunque, perché vivevo già in Italia, studiavo all’università e potevo incontrarli ovunque. Ho pensato che avrei potuto lavorare su me stessa, su quello che provavo quando li incontravo, per cercare di non sentirmi sempre arrabbiata o aggressiva. Così ho deciso di provarci».
Prima del passaporto, la persona
Durante la visita Jeva ci aveva mostrato le bandiere che si trovano all’inizio del percorso, spiegandoci una distinzione che mi era sembrata particolarmente significativa: a Rondine non rappresentano i governi, ma i popoli. Le chiedo di tornarci, perché penso che in quella distinzione ci sia già molto del significato di questo luogo.
«A Rondine le bandiere rappresentano i popoli, le persone che vivono in quei territori. Per questo si possono trovare anche bandiere di Paesi che non sono riconosciuti universalmente. È una cosa molto importante per ognuno di noi, perché ci permette di sentirci rappresentati. Ma, allo stesso tempo, ci vuole molto tempo per imparare a distinguere la dimensione politica da quella personale. Tutti cresciamo con un’idea della bandiera legata soprattutto alla politica, allo Stato, al governo che rappresenta.
Qui, invece, prima del passaporto viene vista la persona. All’inizio è molto difficile. Anche ieri qualcuno ci ha chiesto se, quando arriviamo a Rondine, sappiamo già che incontreremo i nostri cosiddetti “nemici”. Certamente lo sappiamo. E qualcuno ci ha chiesto se, quando li incontriamo, proviamo ancora rabbia. La risposta è sì. Comprendere e accettare un’idea è una cosa. Riuscire a sentirla davvero, con tutto il corpo, è molto più difficile. Ci vuole tempo».
Riconoscere l’altro senza cancellare le responsabilità
Jeva conosceva già la giustizia riparativa prima di arrivare a Rondine. Le chiedo quale relazione veda tra queste due esperienze. Nella giustizia riparativa siamo abituati a pensare a un percorso nel quale si incontrano la vittima e la persona responsabile di un reato, con l’accompagnamento di mediatori. A Rondine il percorso è diverso. Non siamo di fronte a un programma di giustizia riparativa in senso tecnico, ma a un’esperienza educativa che lavora sulle relazioni tra persone provenienti da Paesi in conflitto armato o post-conflitto.
«Credo che, anche se qui il percorso si concentra soprattutto sull’essere umano, i fatti rimangano gli stessi. E questo aiuta a comprendere le dinamiche delle relazioni. Nella giustizia riparativa ci sono una vittima e la persona che ha commesso il reato. Qui le nostre esperienze sono diverse: ci sono Paesi che attaccano e Paesi che subiscono un’aggressione. Non voglio dire che siano esattamente le stesse cose, ma questa differenza esiste. È proprio su questo che lavoriamo. All’inizio tendiamo a vedere l’altro come un demone. Mi viene in mente quello che raccontava Agnese Moro: all’inizio non vedeva una faccia, vedeva un mostro. Per noi accade qualcosa di simile. Tutte le persone dall’altra parte possono diventare “nemici”.
Quando ci siamo incontrati qui, però, abbiamo portato con noi il nostro dolore. Io il mio e le persone che consideravo “nemiche” il loro. Questo non mi ha fatto accettare quello che sta succedendo. Ma mi ha aiutato a capire che anche dall’altra parte esistono persone che soffrono. Non significa giustificare quello che sta accadendo. Significa riconoscere che anche lì vivono esseri umani. E questo, sul piano della convivenza, ti permette di lasciare andare qualcosa».
«Ci sono cose imperdonabili»
Il nostro dialogo arriva a una parola che considero particolarmente delicata: perdono. Nella giustizia riparativa il perdono non è un obiettivo necessario. Credo che ci si possa incontrare, dialogare, comprendere le ragioni dell’altro e riuscire persino a ridimensionare la rabbia senza arrivare a perdonare. Penso ad Agnese Moro, al suo racconto di una vita che sentiva imprigionata nel dolore, come un insetto in una goccia d’ambra. Alla sua scelta di non permettere che quella sofferenza continuasse a condizionare anche le generazioni successive. Le chiedo allora che cosa rappresenti per lei questa parola.
«In realtà stavo riflettendo proprio su questo, perché per me la parola perdono è un trigger».
Le chiedo di spiegarmi meglio.
«Nel senso che risveglia tantissime emozioni negative. Non capisco perché qualcuno dovrebbe chiedermi di perdonare. Sono in Italia da cinque anni e molte volte mi sono sentita dire che il perdono è il primo passo verso la guarigione. Ma io mi sono sempre posta delle domande. Ne ho scritto anche in una mia testimonianza. La prima è: chi devo perdonare? E per che cosa? Devo perdonare me stessa perché sono al sicuro? Perché non sono rimasta abbastanza in contatto con alcuni familiari che sono morti durante la guerra e che non ho potuto salutare? Oppure devo perdonare i russi che lanciano le bombe? Chi devo perdonare, esattamente? E per che cosa? E poi, quando dovrei farlo? Adesso, mentre la guerra continua? Oppure devo aspettare che finisca?
Per me il perdono può avvenire, ma non è necessario. E forse, se arriva, è l’ultimo passo. Ci sono anche cose imperdonabili. Non significa che non si possa costruire una relazione o dialogare. Il perdono non è indispensabile. È qualcosa di troppo personale. A volte perdonare può farti sentire come se tradissi quello che hai vissuto o le persone che hanno sofferto. Anche all’inizio, quando ho conosciuto la giustizia riparativa, avevo molti dubbi. Mi chiedevo perché venissero messe insieme una vittima e la persona responsabile del reato. Solo ascoltando le testimonianze ho capito che il senso è dare voce a tutti. Prima pensavo che questo incontro potesse in qualche modo diminuire il dolore della vittima, come se lo rendesse meno importante. E non mi piaceva neppure l’idea, spesso raccontata, che i “nemici” diventassero amici».
Le dico che questa rappresentazione mi sembra una semplificazione.
«Esattamente. Non è questo. Agnese Moro ha detto chiaramente che non ha perdonato. Eppure ha costruito una relazione. Dire che le persone diventano amiche è una semplificazione che non rispetta il percorso che ciascuna ha compiuto».
«Abbiamo una relazione, non un’amicizia»
Durante la visita del giorno precedente avevamo incontrato una ragazza russa arrivata da poco a Rondine. Chiedo a Jeva come abbia vissuto quell’incontro e, più in generale, la convivenza con i ragazzi russi.
«In realtà avevo già avuto rapporti con ragazzi russi prima di arrivare a Rondine, perché studiavo in Italia e avevo compagni di università russi. Con loro avevo scelto di limitare il dialogo. Se dovevamo fare un progetto insieme, lo facevamo. Ma non andavo oltre. Qui è diverso, perché dobbiamo convivere. E la convivenza cambia un po’ il tuo atteggiamento».
«Nella nostra generazione ci sono ragazzi russi. Ricordo benissimo la prima interazione. Dovevamo fare un’attività di gruppo, contando da uno a quattro per dividerci. Per caso sono finita nello stesso gruppo con due ragazzi russi. Era la mia prima attività a Rondine e mi sono chiesta: “E adesso che cosa faccio?”. All’inizio abbiamo provato tutti a ignorare quello che stava succedendo nei nostri Paesi e quello che avevamo vissuto. Mantenevamo una certa distanza, perché evitavamo di discutere delle cose che per noi erano davvero importanti.
Poi, con il percorso di Rondine, abbiamo cominciato ad affrontare il conflitto in maniera più diretta. Ci sono momenti specifici in cui siamo chiamati a raccontare come vediamo il conflitto armato, a condividere le nostre testimonianze e ad ascoltare quelle degli altri. Dobbiamo cercare di ascoltare quello che le altre persone ci stanno dicendo, anche quando è difficile. La convivenza è stata fondamentale. All’inizio cercavamo di evitare certi argomenti, ma prima o poi finivamo comunque per parlarne. Per me era molto difficile, e ancora lo è, ascoltare qualcosa che mi faceva male. Anche per loro era difficile ascoltare le nostre posizioni e le nostre testimonianze. A volte si arrabbiavano. Le relazioni, che fino a quel momento erano rimaste superficiali, si rompevano facilmente quando cominciavamo a parlare delle cose vere».
Le chiedo se, per sciogliere questi nodi, sia necessario affrontare anche le questioni politiche.
«Sì, perché senza farlo non sarebbe possibile. Anche le parole che usiamo hanno significati diversi. Per esempio, se qualcuno parla dei “nuovi territori russi”, per noi ucraini quelle parole significano che quella persona sostiene l’aggressione. E allora io faccio un passo indietro, perché mi sento in pericolo».
Le domando se in questi casi provi a spiegare come quelle parole la fanno sentire e a chiarire il loro significato.
«La chiarezza è importantissima. Se una persona sostiene l’aggressione e utilizza quelle parole, è una situazione. Ma se una persona dice di non sostenere l’aggressione e poi utilizza comunque quelle espressioni, ti trovi in una posizione di dubbio. È anche attraverso questi chiarimenti che si costruisce la relazione. La politica, quindi, è presente. Ma grazie alla possibilità di discutere e alla convivenza, che non ti permette semplicemente di scappare dalle situazioni difficili, dopo un anno posso dire che abbiamo costruito una relazione. Non è un’amicizia. È una relazione nella quale, anche se non siamo d’accordo, riusciamo a dialogare civilmente».
La lavanderia, dove tutto è cominciato
Durante la visita Jeva ci aveva raccontato una storia che rende evidente quanto il conflitto attraversi anche la dimensione più ordinaria della vita: quella della lavanderia di Rondine. Le chiedo di raccontarmela nuovamente.
«A Rondine si dice che la lavanderia sia il cuore della Cittadella, perché è il luogo in cui è cominciato il Metodo Rondine. La prima generazione era composta da cinque ragazzi: tre ceceni e due russi, durante la guerra tra Russia e Cecenia alla fine degli anni ’90. Franco Vaccari conosceva già il rettore dell’università di Grozny. Durante la guerra, il rettore gli chiese se fosse possibile ospitare alcuni studenti per permettere loro di continuare a studiare.
Franco rispose di sì, ma a una condizione: che accettassero di condividere l’esperienza con alcuni studenti russi. I ragazzi arrivarono, ma c’era una sola lavatrice. Per loro era molto difficile fare un passo avanti e accettare di lavare insieme i propri calzini, le mutande, le cose più intime. I ragazzi ceceni dissero che non lo avrebbero fatto: o sarebbe stata comprata un’altra lavatrice oppure se ne sarebbero andati. Franco rispose, più o meno così: “Se non siete capaci di affrontare il conflitto quotidiano con quello che considerate il vostro ‘nemico’, come potete immaginare di affrontarlo a un livello più alto? Io un’altra lavatrice non la compro. Se non vi piace, potete andarvene”.
Franco racconta che non si aspettava davvero che i ragazzi se ne andassero. Invece, la mattina successiva, non c’erano più. Questa storia racconta molto bene quanto sia importante la dimensione quotidiana. È proprio attraverso queste piccole situazioni che impariamo ad attraversare una soglia, a fare un passo avanti, fino a diventare capaci di parlare anche delle cose che ci fanno più male».
Una guerra non è una semplice incomprensione
Prima di concludere Jeva sente il bisogno di precisare un punto al quale tiene particolarmente.
«Una cosa secondo me è fondamentale. Quando le persone vengono a Rondine e vedono le bandiere, non sempre capiscono che qui non risolviamo i conflitti globali. A Rondine lavoriamo sulle relazioni tra le persone “nemiche”. Sono persone che, in qualche modo, sono coinvolte nei conflitti, ma che non hanno il potere di risolverli ad alto livello. Credo che questa distinzione sia molto importante. L’esperienza di Rondine non dovrebbe cambiare il modo in cui si guardano le guerre. Una guerra non è una semplice incomprensione tra persone.
Il fatto che io scelga di vivere con dei ragazzi russi non significa che mi sia indifferente quello che succede a casa mia. Non significa nemmeno che si possa smettere di sostenere i Paesi colpiti dalla guerra, pensando che basti che le persone si capiscano. Io sono qui per capire come andare avanti, come convivere in questo mondo. A tutti noi fa male, e cerchiamo di lavorarci insieme, ma finché la guerra continua il dialogo da solo non basta: servono azioni concrete, da parte dei governi, delle istituzioni e delle persone comuni. Ci piacerebbe poter risolvere tutto, naturalmente, ma in questo momento non è possibile farlo da soli».
«Perché non scegliere comunque di fare qualcosa?»
Parlando di pace, condivido con Jeva quel senso di impotenza che talvolta provo davanti alle guerre, nonostante il mio impegno nelle istituzioni. È una sensazione che conosco anche quando esco dal carcere, dopo aver incontrato le persone detenute, e mi interrogo su quanto ancora ci sarebbe da fare. Penso allora alle tante ragazze e ai tanti ragazzi che riempiono le piazze per chiedere la fine delle guerre e delle violenze. A loro guardo con speranza. Chiedo a Jeva quale ruolo possano avere le nuove generazioni nella costruzione della pace.
«La prima cosa che mi viene in mente è che, quando sembra che tutto vada male nel mondo, puoi arrivare a pensare che non importi più quello che fai. Ma perché non scegliere comunque di fare qualcosa, anche una cosa piccola? Se tutto va male, va bene. Però se io faccio qualcosa di bello, almeno il mondo non peggiora per quello che ho fatto. Mi piacerebbe che le persone scegliessero di non tacere. Che decidessero almeno di manifestare, di esprimersi, di diventare più attive. Forse dovremmo dare uno “schiaffo” al mondo per fargli capire che siamo arrivati a un punto in cui, se non facciamo qualcosa adesso, rischiamo di non farlo mai più».
Le chiedo se i suoi coetanei condividano questo atteggiamento.
«Direi di sì. Almeno i ragazzi che conosco io sono molto attivi. Per noi è importante fare il massimo di quello che possiamo. Anche soltanto esprimere chiaramente una posizione, secondo me, è già un passo verso il cambiamento. Io vedo i giovani come persone molto capaci. Però abbiamo bisogno anche di sostegno. Non basta dire che i giovani possono fare tutto».
Le domando se questo sostegno lo aspettino soprattutto dalla politica.
«Non soltanto. Naturalmente anche dalla politica, soprattutto quando ci sono iniziative e manifestazioni che possono produrre un impatto. Ma anche dalla società in generale. A volte sembra che la società sia immobile. Si sente dire: “Tanto non cambia nulla”, “Perché dovrei andarci?”, “Ho già provato e non è cambiato niente”, oppure “Le cose sono soltanto peggiorate”. Credo che siamo arrivati a un punto in cui dobbiamo decidere di agire».
Il nostro dialogo mi lascia con alcune parole sulle quali continuare a riflettere: incontro, relazione, riconoscimento, ascolto, responsabilità, possibilità.
Sono parole che non cancellano il dolore, non pretendono il perdono e non negano il conflitto. Ma ci consentono di immaginare che la risposta alla violenza non debba esaurirsi nella punizione e che, anche quando non è possibile ricomporre tutto ciò che è stato spezzato, si possa scegliere di non rinunciare alla relazione.
Forse il vocabolario alternativo della giustizia che cercavo comincia proprio da qui: dalla possibilità di incontrare l’altro senza rinunciare alle proprie ragioni, senza cancellare le responsabilità e senza smettere di riconoscerne l’umanità.
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