Le mani dei clan sulle Marche: «Qui le mafie accolte come benvenute»
L’inchiesta dell’Antimafia, che ha portato a 8 arresti e 51 indagati, ha svelato un sistema criminale che legava clan e politica per la gestione di appalti e subappalti nella ricostruzione post sisma. Acquaroli si dice estraneo ai fatti ma le opposizioni attaccano: «Se gli erano arrivate voci, perchè non ha segnalato in procura?».

AI
«Questo è il più grande scandalo nella storia delle Marche. Una ferita dolorosa che questa regione non merita a 10 anni dal sisma». Micaela Vitri, consigliera regionale del Partito Democratico, non usa mezzi termini davanti all’inchiesta «Ricostruzione», coordinata dalla Direzione distrettuale antimafia di Ancona. Il bilancio è di otto arresti, 51 indagati e sequestri per oltre 57 milioni di euro. Sotto la lente degli inquirenti è finito un presunto sistema criminale che avrebbe gestito appalti, per un totale di circa 350 milioni di euro, per lavori privati finanziati dopo il terremoto del 2016 e gare pubbliche bandite dalla Regione e da altri enti.
Un intreccio di relazioni che avrebbe aperto le porte della regione, attraverso il sistema dei subappalti, ad imprese riconducibili alla ’ndrangheta e alla camorra. A gettare un’ombra cupa sulla politica regionale e sul presidente Francesco Acquaroli, che non risulta indagato, è l’arresto di Fabio Pistarelli, fino al 2025 capo di gabinetto della presidenza. L’indagine chiama in causa i controlli sui cantieri e i rapporti tra clan e politica e fa sorgere interrogativi preoccupanti: Come hanno potuto aziende legate ai clan mettere le mani sui fondi per la ricostruzione con questa facilità? E soprattutto, come è possibile che Acquaroli non sapesse nulla delle relazioni intessute dal suo capo di gabinetto?
Le mani sulla regione
Se già negli anni scorsi era emerso un interessamento dei clan per l’imprenditoria marchigiana, il quadro delineato dalla magistratura sembra indicare un cambio di scala nella presenza mafiosa nella regione. Nel 2024 la Direzione Investigativa Antimafia scriveva nella sua relazione annuale di non aver rilevato «elementi che attestino un radicamento delle organizzazioni mafiose sul territorio». La presenza di soggetti legati ai clan, soprattutto calabresi e campani, era secondo l’antimafia legato principalmente «al reimpiego di proventi illeciti nell’economia legale». I 51 indagati, di cui 8 arrestati, dimostrano che la situazione è profondamente mutata. Quanto emerso fino ad ora dall’inchiesta, infatti, sembra indicare l’esistenza di rapporti organici tra i clan e la politica regionale. Un elemento non certo di secondaria importanza evidenziato anche dagli inquirenti che hanno sottolineato come «la dinamica di interscambio con il potere politico-amministrativo consente ai clusters di stampo mafioso il salto di qualità: da delinquenza comune, sia pure strutturata, a sistema integrato criminale».
L’occasione per radicarsi così profondamente sul territorio l’ha offerta la ricostruzione post sisma. Ancora una volta, insomma, le mafie hanno colto l’opportunità offerta dalla situazione emergenziale e hanno sfruttato per infiltrarsi nell’economia legale quei «vantaggi competitivi dell’impresa mafiosa» teorizzati da Pino Arlacchi nel suo La mafia imprenditrice (disponibilità di capitali, riduzione del costo di lavoro, scoraggiamento della concorrenza). La storia italiana conosce già il meccanismo: Come è noto, dopo il terremoto dell’Irpinia del 1980 la camorra mise le mani su tutti gli affari che ruotarono intorno al post sisma, dalla rimozione delle macerie alla ricostruzione, accumulando capitali che permisero un salto di qualità criminale. Dopo oltre 40 anni lo schema pare essere lo stesso, come ha messo nero su bianco la GIP, Sonia Piermartini, che parla di «accoglienza» per descrivere la reazione di parte della società al tentativo di infiltrazione: «la criminalità organizzata è stata la benvenuta nelle Marche, perché, se si guarda solo all’aspetto materiale, ha assicurato un servizio veloce e a prezzi competitivi, la soddisfazione dei proprietari degli immobili lesionati dal sisma, una positiva ricaduta politica, e un’altrettanto imponente ricaduta economica positiva sull’indotto anche professionale».
Gli appalti finiti sotto la lente della Dda valgono circa 350 milioni di euro: 200 milioni per la ricostruzione privata finanziata con risorse pubbliche, 150 milioni per gare di Regione Marche, Erdis e Università di Camerino. Nel primo filone l’imprenditore maceratese Enrico Crucianelli avrebbe fatto da cerniera: lavori acquisiti dalle sue imprese sarebbero stati subappaltati, tramite prestanome, a società riconducibili alle cosche calabresi Avignone e Crea e ai Casalesi dell’area di Michele Zagaria, eludendo i controlli antimafia. Un altro arrestato, Vincenzo Chiappalone, avrebbe usato società «cartiere» per far circolare fatture false e trasferire denaro verso ambienti della criminalità calabrese.
Il filone politico
Ma a fare più rumore è il secondo filone di indagine sui rapporti tra clan e politica. Secondo i pm, Fabio Pistarelli, all’epoca capo di gabinetto di Acquaroli, avrebbe partecipato con imprenditori e altri interlocutori istituzionali a una struttura stabile di intermediazione illecita, capace di orientare gare e finanziamenti. Gli sono contestate utilità per circa 105mila euro; la difesa respinge le accuse. Se confermata, questa capacità di incidere sulle scelte pubbliche descriverebbe una penetrazione sistematica, non un singolo appalto truccato. È la stessa Gip a delineare la portata del sistema criminale sottolineando «l’azione pubblica viene così piegata ad un input non riconducibile a una scelta politico amministrativa legittima o ad una autonoma valutazione tecnica, ma ad una volontà privatistica orientata al profitto».
Pur non sussistendo, al momento, la prova di un legame diretto tra l’ex capo di gabinetto del presiedente e i clan, il ruolo di Pistarelli è centrale nel sistema criminale svelato dalla DDA, tanto da essere indicato dalla Gip come «asset principale». «Il gruppo - riporta l’ordinanza - ruotava attorno alla disponibilità permanente del pubblico ufficiale a utilizzare la propria posizione istituzionale per aprire canali, orientare uffici, esercitare pressioni, “allineare” i soggetti pubblici competenti e rendere amministrativamente praticabili operazioni economiche di interesse dei corruttori». E nemmeno l’allontanamento dagli uffici della presidenza, a fine 2025, avrebbe modificato la sua centralità: «Nonostante sia stato allontanato quale capo di Gabinetto della Regione - sottolinea la DDA di Ancona - risulta ampiamente esposto in politica come risulta da fonti aperte relative alle elezioni comunali a Macerata e, pur non avendo ottenuto incarichi presso tale Ente, potrà reiterare fatti analoghi di reato avvalendosi di propri contatti/amicizie politiche, ancora floride».
Il ruolo di Acquaroli
Il contatto più importante su cui ha potuto contare negli anni, però, è stato senza dubbio quello di Francesco Acquaroli per il quale ha ricoperto l’incarico di capo di gabinetto dal 2020 alla fine del 2025. L’estraneità all’inchiesta, in cui non risulta indagato, ha permesso in questi giorni al presidente di regione di difendersi da ogni accusa ribadendo anzi il suo impegno contro le mafie e ricordando di come sia stato proprio lui ad allontanare Pistarelli dopo «aver ricevuto delle voci su di lui» a cui però non furono trovati riscontri.
Una circostanza curiosa secondo le opposizioni che ora vogliono vederci chiaro. «È un controsenso - spiega Vitri a Rinascita - perchè se non ha trovato riscontri non avrebbe avuto motivo di allontanare Pistarelli». Secondo la ricostruzione della Procura riportata dalla Gip, Acquaroli aveva avuto «fondato sentore delle pressioni della “cricca” per la vicenda della GETEC presso l’Ospedale di Fermo». Resta dunque da chiarire quando il presidente fosse stato informato di quelle pressioni, da chi e quali verifiche avesse disposto sulla procedura interessata.
E mentre la magistratura dovrà proseguire il suo lavoro ed accertare cosa è accaduto e di chi siano le responsabilità, sul piano politico emergono le responsabilità del presidente di regione. «Io voglio credere veramente che sia innocente - prosegue Vitri - ma questo rende ancor più grave il fatto che non si sia accorto di nulla. Acquaroli è vice-commissario alla ricostruzione e si è tenuto la delega alla ricostruzione: Non si è accorto che una sola impresa (la Rest Edile, ndr) aveva oltre 700 incarichi nonostante abbia circa 270 dipendenti? Non gli è suonato un campanello di allarme? E se ha sentito delle voci su Pistarelli perchè non è andato a segnalarle in Procura?».
Le domande
Interrogativi che le opposizioni hanno messo in fila in una conferenza stampa con cui hanno chiesto conto al Presidente della sua posizione. Vogliono sapere chi portò quelle voci su Pistarelli all’attenzione di Acquaroli. Ma soprattutto quando e che cosa riguardassero: giudizi sul lavoro di Pistarelli o pressioni su dirigenti e pratiche amministrative? La cronologia è decisiva. Secondo gli stralci dell’ordinanza riportati dalla stampa, l’ex capo di gabinetto avrebbe organizzato incontri negli uffici regionali tra marzo e luglio 2025 e chiesto documenti riservati nell’estate dello stesso anno. Acquaroli ha detto di aver notato criticità prima di prorogargli l’incarico. Perché allora Pistarelli rimase al suo posto fino a dicembre, dopo le elezioni?
Il secondo nodo riguarda le verifiche. Il presidente sostiene di aver trasmesso le segnalazioni alla vigilanza del segretario generale, senza che emergessero riscontri. Le opposizioni chiedono quale organismo le abbia esaminate, su quali documenti e se esista una relazione scritta da consegnare al Consiglio. Vogliono sapere se Acquaroli fosse a conoscenza dell’indagine della Guardia di finanza e perché non si sia rivolto alla magistratura. Dire che i controlli ci sono stati non basta: bisogna poter ricostruire chi li ha fatti e con quali risultati.
«Al di là di quello che accerterà la magistratura - commenta Vitri - il tema politico è forte: è evidente che ci siano state carenze nei controlli, in particolare sui subappalti. Forse da vice-commissario si fidava ciecamente del commissario Castelli, suo compagno di partito, ma non può essere una giustificazione». Una situazione che sembra insomma indicare una grave compromissione della struttura che gestisce la ricostruzione e su cui ora si chiede un cambio di rotta. «La priorità adesso - dice Vitti - è dotare la regione di una struttura commissariale nuova, adeguata e che sia soprattutto in grado di far ripartire il prima possibile i lavori, perché non possiamo permetterci stop prolungati».
Quelli fatti emergere dalle opposizioni sono interrogativi, non fatti accertati. Ma pongono Acquaroli davanti a una responsabilità politica precisa: spiegare come la Regione abbia vigilato su chi decideva la destinazione dei fondi e su chi, nei cantieri, quei fondi li incassava. Chiarire insomma, come e perché soggetti a lui vicini abbiano spalancato le porte di Palazzo Raffaello a uomini dei clan.
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