Le guerre non bastano a vincere le elezioni
Da Trump a Netanyahu, la paura del nemico può ricompattare il consenso. Ma la storia insegna che le vittorie militari non garantiscono quelle elettorali.

ANSA
Il dramma consumatosi due settimane fa a trentaquattromila piedi d’altezza, nel cockpit del volo Flydubai FZ1073 diretto a Tel Aviv, ha ridefinito i confini dell’eroismo contemporaneo e riacceso all’istante i motori della propaganda geopolitica. Quando il copilota ha impugnato una scure d’emergenza, aggredendo violentemente il comandante Smit Machchhar nel tentativo di far precipitare il velivolo con 174 passeggeri a bordo, la reazione del capitano indiano è andata ben oltre il dovere professionale. Nonostante le gravi ferite provocate dall’assalto ravvicinato, Machchhar è riuscito a sbloccare la porta blindata della cabina, consentendo a passeggeri ed equipaggio di fare irruzione e sventare una strage programmata dalle dinamiche spaventosamente simili a quelle dell’11 settembre. Ma mentre i dettagli medici sulla stabilità del pilota venivano diffusi da Abu Dhabi, le cancellerie internazionali hanno immediatamente iniziato a calcolare l’impatto di questa sfiorata tragedia sulle imminenti scadenze elettorali. In un Israele scosso dal conflitto e prossimo alle urne, Benjamin Netanyahu sa bene che agitare lo spettro del terrore può rivelarsi una formidabile scialuppa di salvataggio per ricompattare un elettorato frammentato, distogliendo l’attenzione dal dissenso domestico e dall’isolamento internazionale ereditato dalle operazioni militari a Gaza.
Questa tendenza a capitalizzare le minacce esterne per blindare il potere politico non è una stortura isolata, bensì una prassi strutturale che attraversa da sempre le democrazie moderne. Basti guardare alle cruciali elezioni di metà mandato negli Stati Uniti, previste per il prossimo martedì 3 novembre 2026, dove l’intero assetto istituzionale — tutti i 435 seggi della Camera dei rappresentanti, 35 scranni del Senato e numerose poltrone governatoriali — si sottoporrà al giudizio dei cittadini. Questo snodo elettorale non solo deciderà il futuro della postura della Casa Bianca verso il logorante conflitto con l’Iran, giunto ormai al suo nono mese di tensioni costanti, ma decreterà la traiettoria degli aiuti americani nella guerra tra Russia e Ucraina, sancendo se l’uso spregiudicato di dazi e sanzioni commerciali subirà un freno o un’accelerazione. Gran parte delle speranze di Donald Trump di riconquistare una solida base di consenso poggiano, secondo analisti e sondaggi, sulla sua capacità di accreditarsi come l’unico mediatore in grado di strappare un accordo di pace a Teheran. Da Washington a Tel Aviv si riaffaccia così l’interrogativo storico: lo sciovinismo bellico e l’ossessione securitaria sono davvero le armi definitive per conquistare le urne?
Il cinismo della politica tradizionale e lo stereotipo del pubblico ingenuo suggeriscono una risposta affermativa, ricalcando le dinamiche immortalate nel 1997 dal film cult Wag the Dog (Sesso & Potere), dove Dustin Hoffman e Robert De Niro interpretano un regista di Hollywood e un manipolatore di consensi impegnati a inventare una finta guerra con l’Albania per salvare un presidente invischiato in uno scandalo. La storia reale, purtroppo, imita spesso la celluloide. Nel 2004, George W. Bush cavalcò abilmente i timori generati dall’11 settembre e il pretesto, rivelatosi infondato, delle armi di distruzione di massa in Iraq per garantirsi un secondo mandato alla Casa Bianca. Nel secolo scorso, Franklin Delano Roosevelt ottenne uno storico e mai visto quarto mandato cavalcando il ruolo di comandante in capo nel pieno della Seconda guerra mondiale, così come Margaret Thatcher cementò la sua traballante leadership interna vincendo la guerra delle Falkland nel 1982. Persino l’eredità conservatrice di Ronald Reagan è stata interamente edificata sulla retorica muscolare contro la minaccia dello spettro rosso sovietico.
La strategia del nemico alle porte non è un’esclusiva dell’Occidente. Nei Paesi emergenti e in via di sviluppo è stata usata con identica spregiudicatezza: Indira Gandhi raggiunse lo zenit della propria popolarità in India all’indomani della trionfale campagna militare contro il Pakistan nel 1971. La complessa macchina dell’opinione pubblica, tuttavia, rifiuta i nessi causali troppo semplicistici. Se è vero che un pericolo reale o sapientemente percepito tende a unire il Paese attorno al leader in carica, la reiterazione ossessiva dello spauracchio bellico genera inevitabilmente rendimenti decrescenti. La storia politica globale rigetta il determinismo bellico ed è costellata di leader messi alla porta dagli elettori proprio al culmine dei loro più grandi successi militari.
L’esempio più emblematico resta quello di Clement Attlee, il leader laburista dal profilo dimesso che nel 1945 inflisse una clamorosa sconfitta elettorale a Winston Churchill, l’uomo che aveva guidato la Gran Bretagna contro Hitler e la cui voce aveva sostenuto il morale della nazione durante i bombardamenti della Seconda guerra mondiale. Privo dell’estro istrionico di Churchill e del suo fiero attaccamento all’Impero, Attlee fu scelto dall’elettorato britannico per la ricostruzione sociale ed economica del Paese, avviando poco dopo la fine del Raj in India. Una sorte simile toccò a George Bush padre, che nel 1992 perse la presidenza a vantaggio del carismatico Bill Clinton, nonostante i picchi di popolarità registrati l’anno precedente grazie alla massiccia copertura televisiva dell’operazione Desert Storm. Perfino in India, il governo di Atal Bihari Vajpayee venne inaspettatamente sconfitto alle urne nel 2004, malgrado il forte slancio patriottico suscitato dalla vittoria militare nella guerra di Kargil del 1999.
La traiettoria recente di Donald Trump racchiude in questo senso una profonda contraddizione: dopo aver costruito le sue campagne del 2016 e del 2024 sulla promessa perentoria di chiudere le guerre infinite degli Stati Uniti, si ritrova oggi intrappolato in un confronto con l’Iran che mette a dura prova la tenuta dei suoi impegni elettorali. Rispetto ai conflitti in Iraq e Afghanistan, nati dalle ceneri psicologiche ed emotive dell’11 settembre, i pretesti per giustificare nuove avventure militari riscuotono oggi scarso successo tra i cittadini. Nell’era digitale, la fiducia verso le narrative governative e l’informazione istituzionale ha toccato i minimi storici in gran parte delle democrazie occidentali. Gravati da una persistente crisi del costo della vita, gli elettori non reagiscono più in modo pavloviano al richiamo delle armi. I leader ne sono pienamente consapevoli ed è per questo che assistiamo a continue oscillazioni retoriche, in cui proclami di distruzione di massa si alternano con la medesima facilità ad annunci di imminenti e miracolosi trattati di pace. I destini politici si decidono spesso in pochi giorni, ma se la strategia del conflitto fabbricato a tavolino inizia finalmente a perdere la sua presa emotiva sui popoli, il futuro delle democrazie non può che uscirne fortificato.
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