Le “Giummetrie” infinite di Carmine Lubrano

ANSA
Il nuovo libro di Carmine Lubrano, “Giummetrie d’Ammore”, reca come epigrafe la celebre domanda di Adorno sulla possibilità di scrivere poesia dopo Auschwitz. Il che rimanda al tema della crisi della razionalità occidentale al centro delle riflessioni di Foucault e del pensiero post umanista che da lui ha origine. In letteratura la risposta ha portato a due esiti: la proposta avanzata da Calvino nelle “Lezioni americane”, corrispondente ad un ulteriore investimento nelle ragioni della scrittura creativa come strumento indispensabile per organizzare il caos del mondo e quella praticata dall’avanguardia che vede nel caos una risorsa, un’energia vitale che libera, sovvertendo l’ordine del mondo. In apparenza, sembrerebbero due posizioni alternative, in realtà oggi sono contigue ché entrambe contraddicono la degenerazione della letteratura come prodotto di consumo e, anzi, le assegnano un compito di resistenza.
È sul fronte dell’avanguardia che si colloca il lavoro pluridecennale di Lubrano. All’insegna di una poetica alternativa che, negli ultimi anni, alla pratica della discesa agli inferi tipica dei suoi primi libri, ha aggiunto il lavoro su nuove figurazioni; il ritorno del tema amoroso, affrontato anche in forma “romanzesca”, diviene il pretesto per immaginare nuovi modi dell’essere nel mondo. Il modello di riferimento è sempre il barocco: Lubrano procede per accumulazione di immagini, ma non in modo inoffensivo, alla maniera di Marino, il suo è un concettismo antagonista, almeno fino a quando c’è un ordine da sovvertire.
Le “Giummetrie” del titolo non rimandano ad un sistema divino e razionale, alla maniera delle monadi leibnitziane, sono espressione di un groviglio che spetta alla poesia rimestare, in un moto per cui dall’infimo scaturisce la metamorfosi; il testo si fa così meta - poiesi della necessità di una scrittura (e di una vita) non arrese. Impresa che Lubrano intraprende munito di tutto l’armamentario che la letteratura può fornire. «Ti chiederò di baciarmi sott’chesta lluna rossa/e perché sei quella che porta nelle mutande il poeta/la voce del mare sotto alle scale/l’umido la foschia che sale pecché/fora fa’ fridd’ancora/ma ‘a primavera non tarderà ad arrivare». Un plurilinguismo che si avvale di molteplici strumenti: la distorsione (“giummetria”), il gergo che non disdegna l’osceno (“pisciazza”, “il gatto frocio”), la citazione semplice («verranno a chiederti del nostro amore», De Andrè), deformata («così la bocca ti baciai e fu tremante», Dante), plurima (il «grazie per le magnifiche rose», Gozzano e la successiva ripresa kitsch di Arbasino), inserti in latino neo macheronico (“cartoline rareFATTE in hortus imbrattate di rossoPozzuoli/per un Liber mutus brogliaccio de broliis in ventre piscis/articialis perspectiva»), da Carmelo Bene («il mal de’fiori presso allo sfiorir/dolora in me nel vano ch’è l’attesa/del non mai più tornare»).
Il testo diviene così un viaggio nelle possibilità dell’”ammore”- territorio fra i più rischiosi per la poesia, ultra esplorato nelle versioni romantica, licenzioso - carnascialesca, filosofica - che Lubrano affronta attraverso l’evocazione del cadavre exquis, la pratica amata dai surrealisti che in questo caso non coincide con un testo collettivo, ma ne mantiene il carattere di negazione dell’ordine razionale. Il flusso verbale si sviluppa come dialogo con l’amata che evoca non rassegnazione o, peggio, lamento, ma tensione liberante («e mentra il sesso ammalato di noia ora sorride/insieme cantiamo quella canzone ‘nzevata d’ammore/vici’o mare»).
Quella lubraniana è una poesia di flusso che si avvale degli strumenti retorici funzionali a sviluppare non una mera sequenza di parole, ma un caos verbale organizzato; ricorrono l’anafora, la ripetizione ad inizio verso della medesima parola («scrivo il tuo nome/su ogni pagina bianca/su ogni pagina stanca/e sui quattro assi/su carta»), l’ipallage e l’allitterazione, rispettivamente l’attribuzione ad un termine di un significato che non gli è proprio e la ripetizione di fonemi all’inizio o internamente alle parole («partorire tra righe ormonali e tane carnali»), l’iperbole («scrivo il tuo nome/con chiodi arrugginiti/con le mie ferite/con il sangue di un poeta»), il costante ricorso ad analogie perturbanti, una scansione dei caratteri sulla pagina irregolare che vede alternarsi il maiuscolo all’utilizzo del grassetto, anche variando il corpo, l’utilizzo delle immagini montate a collage in cui il testo si confonde. Il flusso non è prodotto di meditazione, alla maniera di Joyce, ma è il risultato di un'interazione con il mondo, non riconducibile all’io ma all'esplosione magmatica che corrode la materia. Di qui il ricorso alla metafora del vulcano, i campi flegrei ove lui stesso vive, immaginati come il luogo ideale della poesia, metafora di una deflagrazione necessaria.
Ne scaturisce una sinfonia verbale e visiva per cui ogni suo libro è anche libro d’artista, i cui limiti non sono mai definiti. L’assenza di una forma compiuta è espediente che l’avanguardia usa per destabilizzare il lettore e Lubrano non fa eccezione; alle “Giummetrie” si accompagna un leporello di Laura Cammarota, poeta e sodale in avventure testuali del Nostro. Trattasi di un secondo libro ripiegato a fisarmonica, contenente se lo si legge in un senso un omaggio “al poeta barocco”, rigirandolo compaiono testi in versi e non dello stesso Lubrano, il tutto accompagnato dal consueto, straripante apparato visuale. Il leporello, forma testuale utilizzata dai surrealisti, diventa a suo modo una “Giummetria Amorosa” visto anche il riferimento al Don Giovanni mozartiano, riproducendo quella rottura della narrazione lineare che è uno dei tratti peculiari del recente lavoro di Lubrano. Ma non finisce qui. Nei mesi scorsi è apparsa un’appendice alle “Giummetrie” nella forma di un romanzo in versi in 99 copie numerate e firmate. Il “plot” riprende la storia d’amore tra Polifilo e Polia, personaggi della Hipnerotomachia Poliphili (1499), romanzo attribuito a Francesco Colonna, a sua volta ispirato alle Metamorfosi di Apuleio e concepito come un mix di scrittura e xilografie che lo illustrano. Un gioco di specchi risolto in chiave polisemica alternando citazioni colte, vernacolo, simulacri di scrittura romanzesca. A complicare ancora più il non romanzo, una introduzione iniziale che è anche una dichiarazione di poetica attraverso il richiamo ad una serie di autori prediletti; il Super Eliogabalo arbasiniano, Lucini, Anne Sexton, Pizzuto, Spatola, Christian Morgenstern, vanno a comporre una galleria di “classici” della sperimentazione che Lubrano ama sempre evocare nei suoi testi, come per ricordare al lettore le ragioni del suo posizionamento. Nei tre capitoli che compongono il romanzo Polifilo vaga alla ricerca della sua amante, il viaggio diviene allegoria della poesia e delle sue potenzialità liberanti. Qui emergono echi che dai miasmi del reale portano alle filosofie dell’immanenza. Pur non comparendo nella galleria di Lubrano, i filosofi del divenire - Spinoza, Nietzsche, Deleuze - sono da identificare tra le fonti di una scrittura che celebra la conquista della gioia nella connessione tra i viventi. «Anche se non sono che un piccolo poeta (tra piccoli poeti)/di questo secolo (come scriveva Ungaretti a Bruna)/e che anche oggi/nell’inferno d’oggi/la poesia ha bisogno di essere/una persona che si scopre tra la gente/e tra la gente con tutto il suo sorriso/il suo tremore è musica quel non ti lascio e piango/con le tue lacrime e le asciugo con il tuo sorriso/con il tuo tremore/e allora mi stringo ti stringo/mi accarezzo ti accarezzo/questa musica è l’ultima forza che mi resta/l’ultima mia poesia la vera l’unica vera/arte della gioia». Che il viaggio continui.
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