Le frodi alimentari corrono lungo la filiera
Dall’olio al grano, l’inchiesta Ecomafie mostra frodi organizzate lungo le filiere. Servono controlli coordinati, trasparenza e tracciabilità digitale.

ANSA
Le frodi alimentari non sono più episodi isolati. L’inchiesta sul sistema agroalimentare della Commissione Ecomafie descrive condotte organizzate, costruite in più passaggi e capaci di alterare origine, qualità e tracciabilità dei prodotti. Documenti falsi, registrazioni manipolate e certificazioni inattendibili rendono più difficile individuare i responsabili. Il danno, intanto, ricade sui consumatori e sulle imprese che rispettano le regole.
La posta in gioco è economica e istituzionale. L’agroalimentare vale territori, occupazione e reputazione internazionale; lasciarlo esposto alle frodi significa accettare una concorrenza sleale pagata da produttori e cittadini. Nel comparto oleario l’inchiesta riporta casi concreti: olio greco e spagnolo presentato come prodotto locale e 10.656 bottiglie di olio tunisino sequestrate con etichette e immagini capaci di richiamare l’Italia. L’italianità evocata in etichetta non può sostituire la prova dell’origine.
La legge 21 aprile 2026, n. 75 ha rafforzato la tutela penale, riconoscendo il valore autonomo del patrimonio agroalimentare e introducendo strumenti contro l’agropirateria. È un avanzamento, ma una legge si misura nell’applicazione. Governo e Parlamento devono verificare che le nuove norme raggiungano anche i passaggi della filiera lontani dal consumatore e chiarire i punti interpretativi ancora aperti. Serve inoltre valutare la responsabilità delle imprese ai sensi del decreto legislativo 231 del 2001 per le frodi alimentari non aggravate, almeno nei casi che coinvolgono aziende di dimensioni rilevanti.
La repressione da sola arriva tardi. Occorre far dialogare i sistemi informativi pubblici e rendere verificabili i movimenti delle merci. Per la filiera olivicola, la relazione propone registrazioni elettroniche collegate ai dati certificati del fascicolo aziendale. Per i prodotti DOP e IGP propone un passaporto digitale con QR code, così che chi acquista possa controllare provenienza e autenticità. Sono misure concrete. Ora spetta alle istituzioni stabilire tempi, responsabilità e risorse.
I numeri dell’olio chiedono controlli all’altezza. La filiera vale circa 3 miliardi di euro e coinvolge 619 mila imprese e oltre 4.200 frantoi. Nel 2024-2025 la produzione è scesa a circa 250 mila tonnellate, il 24 per cento in meno rispetto alla campagna precedente. Nel primo semestre 2025 le importazioni di olio vergine ed extravergine sono aumentate del 74,7 per cento; oltre il 90 per cento è arrivato da Spagna, Grecia e Tunisia. Importare non è un illecito. Il dovere dello Stato è controllare origine, categoria e tracciabilità, proteggendo al tempo stesso la formazione del prezzo durante la raccolta nazionale. Anche il panel test va difeso e affiancato da metodi strumentali affidabili e armonizzati.
La stessa chiarezza serve per il grano duro. Nel 2025 l’Italia ne ha prodotto 4,365 milioni di tonnellate, a fronte di un fabbisogno di circa 6 milioni. Le importazioni sostengono l’industria pastaia, che nello stesso anno ha esportato 2,46 milioni di tonnellate di pasta, il 43 per cento del totale mondiale. La questione non è chiudere il mercato ma è impedire che il prodotto estero venga spacciato per italiano e garantire condizioni leali a chi produce.
Anche il regime del perfezionamento attivo merita una verifica politica. Le importazioni di carni suine effettuate con questo regime e poi immesse in libera pratica senza riesportazione sono salite da 151.976 chili nel 2022 a 357.239 nel 2024; il valore statistico è passato da 1,07 a 3,38 milioni di euro. La relazione chiede inoltre di rivedere i tempi dei contingenti agevolati per l’olio e di rafforzare i controlli prima che i prodotti raggiungano il mercato europeo, con accordi e verifiche nei Paesi d’origine.
Il Parlamento ha raccolto elementi e formulato proposte. Ora Governo e amministrazioni devono tradurli in controlli coordinati, tracciabilità digitale e cooperazione internazionale. La tutela non può iniziare soltanto dopo una frode o un sequestro. Ogni ritardo lascia spazio a chi falsifica e penalizza chi lavora correttamente. Difendere il Made in Italy, non solo evocarlo, significa far valere le regole in ogni anello della filiera, con responsabilità pubbliche verificabili e strumenti adeguati alla dimensione del fenomeno.
Ma questo impegno chiama in causa una responsabilità politica precisa. La qualità italiana si difende con scelte coerenti, con risorse, con una presenza dello Stato capace di accompagnare le filiere e di colpire chi sfrutta il valore costruito dal lavoro altrui. Per questo il Parlamento e il Governo sono chiamati a fare della tutela agroalimentare una priorità stabile, non una risposta episodica alle emergenze. Vuol dire sostenere il reddito di chi produce, rafforzare i presidi nei territori, investire nella trasparenza e nella tracciabilità, dare continuità al confronto europeo perché le nostre regole non diventino uno svantaggio competitivo per le imprese italiane.
Difendere l’agroalimentare italiano significa, in definitiva, scegliere quale idea di Paese vogliamo costruire: un Paese che lascia soli produttori e consumatori di fronte alle distorsioni del mercato, oppure un Paese che riconosce nel lavoro, nella qualità e nei territori un interesse nazionale da tutelare. È questa la direzione che dobbiamo assumere, con serietà e con determinazione.
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