Le Big Tech rappresentano una nuova forma di potere imperiale post-statale?
Dalla sovranità statale all’ordine tecno-polare: Big Tech, algoritmi e capitalismo della sorveglianza ridefiniscono potere, democrazia e soggettività politiche.

ANSA
La destrutturazione della sovranità nell'era della transizione tecno-politica
Il XXI secolo registra una metamorfosi ontologica nelle strutture del potere globale, contrassegnata dall'emergere di aggregati oligopolistici privati capaci di esercitare prerogative storicamente riservate alle sole entità statuali. Per secoli, l'architettura internazionale scaturita dal modello della pace di Vestfalia ha identificato nello Stato il depositario esclusivo della sovranità, intesa come monopolio della forza legittima, potestà legislativa e controllo giurisdizionale entro confini geografici lineari. Oggi, tale costrutto viene eroso dalle dinamiche transnazionali dei giganti tecnologici, comunemente raggruppati sotto il sintagma di Big Tech, la cui sfera d'influenza non pertiene più soltanto al dominio dell'economia politica, ma configura una vera e propria riconfigurazione del politico. L'interrogativo che impegna la sociologia del diritto e la scienza politica contemporanea concerne la natura stessa di tali attori: le multinazionali del settore tecnologico stanno costituendo una nuova forma di potere imperiale post-statale? L'indagine impone un'analisi strutturale e storica dell'attualità. Non si ravvisa in queste imprese una mera evoluzione quantitativa delle corporations novecentesche, bensì un salto qualitativo: esse agiscono come ordinamenti giuridici particolari e autonomi, operanti in uno spazio globale immateriale. Il politologo statunitense Ian Bremmer ha colto la specificità di questa transizione, evidenziando come i grandi attori tecnologici abbiano cessato di configurarsi come meri vettori o intermediari delle agende dei governi nazionali, per assurgere al ruolo di attori geopolitici indipendenti. All'interno del panorama internazionale, la capacità di dettare le regole dello spazio pubblico virtuale, di amministrare i flussi informativi globali e di governare i processi di soggettivazione configura una forma di sovranità estraniata dal territorio fisico, la quale ridefinisce i rapporti di forza tradizionali tra pubblico e privato.
La geopolitica della tecnocrazia e il paradigma tecno-polare di Bremmer
Nel vagliare l'impatto di questa mutazione eidetica, Bremmer (2021) teorizza la nascita di un vero e proprio ordine tecno-polare, differenziando il potere delle Big Tech da quello dei cartelli industriali del passato. Se nel secolo scorso le compagnie petrolifere o i complessi petrolchimici necessitavano della mediazione e della protezione militare degli Stati nazionali per assicurarsi l'estrazione delle risorse e l'egemonia sui mercati, nell'era digitale le piattaforme digitali hanno edificato un ecosistema sovrastrutturale autosufficiente. All'interno di questa dimensione algoritmica, le imprese tecnologiche esercitano una potestà normativa interna, stabilendo unilateralmente le condizioni di servizio, i criteri di inclusione o esclusione dalla sfera pubblica e l'architettura dei codici che orientano il consenso e le condotte sociali. La tassonomia politologica individua tre possibili traiettorie evolutive del sistema internazionale a seconda degli esiti del conflitto tra lo Stato e le forze della tecnica. Un primo scenario prevede la persistenza del primato statale, in cui i governi centrali riescono a sussumere le piattaforme sotto la disciplina del diritto pubblico; dinamica parzialmente osservabile nell'esperienza regolativa della Cina o negli intenti armonizzatori dell'Unione Europea. Un secondo scenario delinea una globalizzazione deregolamentata e tecno-capitalista, priva di barriere sovrane. Il terzo scenario, analizzato da Bremmer (2021), prefigura il consolidamento dell'ordine tecno-polare: una configurazione in cui le Big Tech operano come potenze sovrane alternative, dotate di un'autorità di tipo imperiale, giacché capaci di determinare l'allocazione delle risorse e la sicurezza globale indipendentemente dalle deliberazioni dei parlamenti nazionali. Il teorema impero post-statale descrive con precisione questa inedita modalità di proiezione del potere. L'espansione imperiale non si attua mediante l'occupazione militare di porzioni di territorio, bensì attraverso la colonizzazione cognitiva della quotidianità. La governance algoritmica surroga la legge dello Stato; quando una piattaforma esclude un leader politico dal dibattito pubblico o altera l'indicizzazione dei motori di ricerca, non compie un mero atto di autonomia negoziale privatistica, ma esercita una funzione sovrana, determinando i confini stessi della dicibilità politica.
Il capitalismo della sorveglianza e l'assolutismo informativo
L'infrastruttura materiale di questo impero post-statale trova una sistematizzazione teorica nodale nell'opera della sociologa Shoshana Zuboff (2019), la quale ha coniato l'espressione capitalismo della sorveglianza per descrivere il nuovo modulo di accumulazione capitalistica. Zuboff (2019) dimostra come l'esperienza umana vissuta sia stata convertita in materia prima gratuita, computata in dati comportamentali e reintrodotta nei circuiti produttivi sotto forma di prodotti predittivi. Chi detiene la proprietà oligopolistica dei server, dei cavi a fibra ottica sottomarini e degli apparati di intelligenza artificiale detiene, di fatto, il controllo dei mezzi di produzione psichica e sociale della contemporaneità. In questo scenario, lo Stato sperimenta una progressiva obsolescenza funzionale e una perdita di efficacia dei propri strumenti di intervento interventista e fiscale. La natura deterritorializzata e immateriale dei profitti digitali neutralizza le sovranità fiscali interne, consentendo l'allocazione dei capitali in giurisdizioni di favore. Tuttavia, l'aspetto problematico investe la sicurezza nazionale e la tenuta democratica dei singoli Paesi. Durante le crisi geopolitiche più recenti si è assistito alla privatizzazione della logistica bellica e cibernetica, laddove la continuità operativa delle reti di comunicazione di uno Stato sovrano è rimasta subordinata alle decisioni strategiche del titolare di una singola corporazione tecnologica. Questa iper-concentrazione di potere priva di controllo giurisdizionale spezza la dialettica classica tra alleanze statali e introduce una sottomissione strutturale della politica estera agli interessi degli attori tecno-capitalisti.
La faglia tra democrazia formale e governamentalità algoritmica
La coesistenza tra le istituzioni della democrazia rappresentativa e l'oligopolio delle Big Tech genera aporie sistemiche insanabili. La democrazia, nel suo alveo dottrinale, postula la trasparenza delle procedure, la responsabilità dei decisori dinanzi al corpo elettorale e l'uguaglianza formale dei consociati. Per contro, il potere tecno-politico si estrinseca mediante la massima opacità, schermata dal segreto industriale e dai brevetti, e si solidifica in decisioni unilaterali insindacabili. L'assolutismo algoritmico opera frammentando la sfera pubblica in atomizzate nicchie cognitive, le cosiddette stanze dell'eco, con l'obiettivo macroeconomico di massimizzare il tempo di permanenza degli utenti e l'estrazione di plusvalore comportamentale. Questo meccanismo di cattura dell'attenzione insterilisce il dibattito pubblico razionale, polarizza il corpo sociale e accelera i processi di disintermediazione politica. Lo Stato si ritrova nella condizione paradossale di dover appaltare la gestione del proprio spazio deliberativo interno a infrastrutture private che rispondono esclusivamente a imperativi di profitto e a logiche di mercato. L'avvento dell'intelligenza artificiale generativa esaspera questa tendenza all'esautoramento istituzionale. La delega della produzione concettuale, delle decisioni amministrative e della sussunzione giuridica a modelli probabilistici automatizzati comporta il rischio di una regressione della funzione intellettuale complessa. Per una rivista di pensiero, così come per gli organi della decisione pubblica, si impone l'urgenza di sottrarre l'elaborazione autentica dell'essere umano alla razionalità strumentale della tecnica, rifiutando l'automatizzazione del pensiero critico.
Oltre lo Stato-nazione: verso nuove categorie del conflitto politico
Le risposte difensive formulate dalle tradizionali burocrazie statali, ancorate a una concezione geometrica dei confini, si rivelano asimmetriche e insufficienti dinanzi alla flessibilità spaziale del potere imperiale post-statale. I tentativi normativi di codificazione soffrono di un divario temporale strutturale rispetto alla velocità dell'innovazione tecnologica. Risulta pertanto necessaria una ricettazione concettuale della sovranità che sappia articolarsi sia su scala sovranazionale sia mediante la valorizzazione delle istituzioni dal basso. Il livello sovranazionale rappresenta la condizione minima per l'efficacia del diritto: solo l'unione di più Stati può istituire un contrappeso regolativo idoneo a imporre sanzioni e vincoli costituzionali ai monopoli digitali. Al contempo, emerge l'esigenza di rivendicare la creazione di infrastrutture digitali pubbliche, configurate come beni comuni sottratti alle logiche di mercato, volte a garantire la trasparenza degli algoritmi e l'intangibilità dei diritti civili fondamentali nello spazio virtuale. La sfida posta dalle Big Tech non concerne unicamente l'efficienza tecnologica, ma si configura come un conflitto filosofico e politico sul destino della soggettività umana. L'accettazione acritica della transizione verso l'ordine tecno-polare descritto da Bremmer (2021) e l'assoggettamento alle logiche estrattive documentate da Zuboff (2019) comporterebbero l'approdo a un inedito feudalesimo tecnologico globale. La comprensione di queste categorie analitiche diviene il presupposto teorico e operativo per riorganizzare il conflitto politico contemporaneo, restituendo la tecnica al governo democratico della collettività e riaffermando il primato dell'essere umano sui dispositivi del capitale digitale.
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