L'asfalto e i palazzi: la rabbia delle piazze non nasce dal nulla

Dai tagli al welfare ai militari nelle strade di Milano: la risposta securitaria alle proteste lascia intatte le cause del disagio sociale.

RIVRINASCITA_20261025153558690_903e31e3940f09d2aba40d233e69e67a.jpg

ANSA

C’è una distanza incolmabile tra i palazzi del potere e l’asfalto delle nostre città, una frattura profonda nella quale si consuma lo scontro tra le decisioni fredde dell’austerità e la risposta rabbiosa della strada. In questi ultimi giorni i media mainstream e la retorica della destra ci hanno consegnato il racconto unilaterale di una Milano devastata, trasformata in un teatro di guerriglia urbana per coprire i fallimenti di un intero sistema economico. Se condannare fermamente chi lancia pietre contro la polizia o saccheggia le vetrine è un dovere civile imprescindibile – specificando però che non parliamo delle botteghe dei piccoli commercianti, bensì dei templi del lusso e delle multinazionali in centro –, limitarsi all’indignazione di facciata significa rifiutarsi di capire.

Ad essere prese di mira sono le vetrine di marchi che vendono sogni irrealizzabili per i giovani d’oggi, simboli di un’ingiustizia macroscopica: giganti come Nike, che producono scarpe in Asia a costi irrisori per poi rivenderle a oltre $200, o maisons come Hermès, le cui borse vengono piazzate sul mercato a cifre astronomiche che superano i 10.000 euro. La distruzione di queste vetrine non nasce dal nulla: è la risposta distorta, rabbiosa e disperata a una violenza ben più metodica e silenziosa, quella dei tagli sociali calati dall’alto e di un mercato che mercifica l’esistenza stessa, rubando il futuro a un’intera generazione.

Il dato più allarmante risiede nell’ottusa risposta politica ed economica dei palazzi: di fronte a un’intera generazione che affonda sotto i colpi del carovita, la soluzione patologica dei governi non è stanziare fondi per l’occupazione, per la scuola o per garantire il diritto alla casa, ma blindare la metropoli ed evocare l’esercito nelle strade. Si sceglie deliberatamente la via della militarizzazione interna e del controllo muscolare del territorio piuttosto che aggredire, o anche solo provare a comprendere, le cause profonde del disagio sociale. Schierare altri 500 soldati in più tra i vicoli milanesi, come deciso d’urgenza a Palazzo Chigi, è la confessione definitiva del fallimento della politica: l’ammissione di non saper più dialogare con i giovani dei quartieri popolari, ma solo presidiare le vetrine del centro. Finanche i sindacati di polizia denunciano l’inutilità di questa militarizzazione da anni di piombo, eppure il potere continua sulla sua strada.

È una cecità istituzionale drammatica, che si traduce in una coazione a reprimere: incapaci di scendere dai loro scranni per guardare in faccia la radice della rivolta, gli esponenti del Governo Meloni rispondono alzando continuamente l’asticella della penalizzazione criminale. L’approvazione lampo del nuovo Decreto Sicurezza, che rappresenta l’ennesimo colpo di spugna sui diritti civili introducendo il reato di violenza organizzata nelle manifestazioni e spalanca le porte al fermo preventivo perfino per i minori, svela il vero cinismo dell’esecutivo.

Questa non è una strategia di ordine pubblico, è cinica propaganda elettorale: un’operazione mirata a raccattare una manciata di voti facili tra i nostalgici dello «Stato forte» e i fieri fautori dell’ordine pubblico armato, rassicurando la borghesia spaventata mentre si criminalizza la disperazione sociale. Si sceglie di trattare gli studenti, i ragazzi che arrivano dai quartieri popolari e il dissenso sociale non come i sintomi di un malessere generazionale da curare, ma come meri bersagli da contenere con i manganelli e le ronde militari. Per fermare la guerriglia urbana a Milano non servono più divise, pattuglie e finti muscoli di Stato; serve l’onestà intellettuale della sinistra di risalire la catena delle responsabilità politiche, curando le ferite sociali invece di militarizzarle.

A livello globale, questa miopia repressiva trova sponda in una retorica populista transatlantica: Donald Trump, ad esempio, liquida sbrigativamente l’intero fenomeno del degrado e delle rivolte cittadine attribuendone la colpa esclusiva all’immigrazione clandestina e alla debolezza delle frontiere, ignorando deliberatamente il fatto storico che l’America stessa sia stata costruita, arricchita e resa una superpotenza proprio dal lavoro e dal sacrificio dei migranti.

In Italia, l’esplosione delle proteste studentesche e dei cortei di questi giorni ha messo a nudo questo paradosso in tutta la sua gravità. Da un lato c’è l’ideologia del rigore economico che svuota lo Stato sociale; dall’altro, una massa studentesca che si sente tradita dalle istituzioni. Le università italiane, ridotte alla fame da continui tagli ai finanziamenti pubblici, sono state costrette a comportarsi come aziende, reclutando in massa studenti internazionali al solo scopo di fare cassa. Il risultato analitico a Milano è sotto gli occhi di tutti: infrastrutture al collasso, trasporti inefficienti e una logistica locale incapace di reggere l’urto, con il risultato di lasciare i ragazzi senza alloggi né tutele.

La vera miccia ideologica che ha fatto saltare i nervi alle piazze risiede però nella spaventosa inversione delle priorità finanziarie globali. Mentre i palazzi governativi stringono la cinghia su scuola, sanità e welfare, l’Europa si appresta a mobilitare la cifra astronomica di 800 miliardi di euro per gli armamenti attraverso l’iniziativa ReArm Europe/Readiness 2030. È un insulto logico e sociale: i soldi per i laboratori, le borse di studio e le case popolari a Milano non ci sono mai, ma per l’industria bellica e la militarizzazione delle piazze si trovano coperture miliardarie in poche ore.

Questa stessa drammatica dicotomia unisce l’Italia al resto del continente, dove la crisi non è solo emergenza abitativa, ma il frutto del sistematico smantellamento dello Stato sociale. La speculazione edilizia sfrenata ha ridisegnato la geografia dell’esclusione, ma a dare il colpo di grazia sono i drammatici tagli lineari a tutta la spesa pubblica. In tutte le grandi città d’Europa assistiamo allo stesso osceno copione: i centri storici si trasformano in riserve di lusso per ricchi investitori, mentre le periferie vengono private dei servizi essenziali. Ospedali territoriali chiusi, consultori svuotati, trasporto pubblico locale ridotto al lumicino, asili nido inaccessibili e welfare di prossimità azzerato. Che si tratti delle banlieue francesi polarizzate, delle piazze spagnole esasperate dal turismo selvaggio, o della rabbia giovanile in Italia, la radice è identica: lo Stato si ritira dai bisogni delle persone e lascia al suo posto il deserto sociale e i soldati.

Criminalizzare la periferia che esplode e raccontare Milano semplicemente come una città devastata significa guardare il dito e ignorare la luna. Chi scrive, da uomo di sinistra, sta dalla parte di chi pretende un’analisi onesta: la violenza in strada si spegne solo quando i palazzi del potere smetteranno di esercitare la loro violenza economica, sostituendo le fallimentari prove di forza militariste con massicci investimenti sulla vita delle persone, sulla scuola, sulla casa, sulla sanità pubblica e sui diritti fondamentali.

Se hai trovato utile questo articolo, sostieni Rinascita: abbonarsi significa sostenere il pensiero critico e ricevere la rivista cartacea direttamente a casa

Abbonati