L'arte di lavorare: diritti, tutele e dignità per i lavoratori dello spettacolo

Redditi bassi, discontinuità, contratti negati e abusi: la nuova indagine CGIL racconta un settore fragile che prova a cambiare grazie alla forza collettiva.

Antonio RossaBattaglia delle IdeeSPETTACOLOCINEMA
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ARCHIVIO RINASCITA

Nel 2017, il Sindacato Lavoratori della Comunicazione SLC-CGIL insieme alla Fondazione Giuseppe di Vittorio, produsse la ricerca «Vita da Artista» che venne utilizzata dal sindacato come base per la costruzione di mobilitazioni e rivendicazioni nel settore dello Spettacolo e della Produzione Culturale. Dopo quasi 10 anni sempre la Fondazione Di Vittorio con la SLC, ha realizzato una nuova indagine sul settore: «Scena e Schermo – indagine sulle condizioni di lavoro nel mondo del Live e del Cineaudiovisivo», il cui esito verrà presentato giovedì 16 luglio presso la sede nazionale CGIL in Corso Italia.

L'indagine si rivolge ad una quantità importante di lavoratrici e lavoratori; l'Osservatorio Nazionale Ex Enpals ne censisce 300mila al 2025 che abbiano versato almeno un contributo in un anno. Anche volendo restringere ai professionisti individuabili come abituali nel perimetro circoscritto dello spettacolo dal vivo e cinematografico, parliamo di non meno di 140mila lavoratrici e lavoratori, di cui circa il 45% è concentrato nelle regioni del Nord, con un reddito medio bassissimo (circa 11.500 euro anno) ed un futuro difficile. L'andamento percentuale sul PIL italiano dei contributi del Fondo Nazionale Spettacolo dal Vivo (dal 2023 sostituisce il FUS) e dei contributi per il Cinema, è drammatico: da un già pessimo 0,08% del 1985 si crolla a meno dello 0,05% attuale. E pur in queste condizioni, queste lavoratrici e questi lavoratori sono chiamati a sostenere uno dei pilastri della nostra nazione, la tutela dell'arte e la promozione della cultura, come garantito dall'art. 9 della Costituzione.

Una situazione in grave peggioramento, nonostante l'introduzione, complice anche il Covid, di alcune novità sul piano normativo. Interventi limitati e già fortemente degradati, come la legge per il riconoscimento di quella peculiarità propria del settore nota come discontinuità lavorativa: chi concorre alla realizzazione di uno spettacolo, come già nel 2007 segnalava la Risoluzione del Parlamento europeo del 2007 sullo statuto sociale degli artisti, lavora non solo durante la sua messa in scena, ma anche nelle fasi di preparazione, prova, autopromozione e così via, ore di lavoro che raramente vengono pagate.

Bene che il governo italiano abbia riconosciuto questa esigenza, male come lo si è fatto: la Indennità di Discontinuità (IDIS) introdotta in via permanente nel gennaio 2024, nulla ha a che vedere con lo strumento rivendicato dal sindacato: i requisiti per accedervi sono restrittivi e macchinosi, di conseguenza le domande sono poche e solo la metà di esse hanno esito positivo. Anche la disinformazione oltre alla complessità di accesso giocano un ruolo nel mancato accesso agli istituti di welfare, e il sindacato potrebbe svolgere un ruolo di supporto molto importante, provando a far uscire il settore da logiche corporative asfittiche. Inizia per fortuna a esserci un riconoscimento diffuso del valore della rappresentanza organizzata, che in questo settore riguarda anche le lavoratrici e i lavoratori autonomi, sia per ottenere i rinnovi dei contratti maggiormente rappresentativi, che per rivendicare ammortizzatori adeguati e migliori regole previdenziali.

In Emilia-Romagna si è iniziato sin dal 2021 a introdurre un elemento aggiuntivo, che riteniamo molto interessante: i «Protocolli di Buone Pratiche per le lavoratrici e i lavoratori dello Spettacolo e della Produzione Culturale». Tali protocolli, che si inscrivono nella cornice dei vari Patti per il Lavoro sottoscritti nella regione fra istituzioni e parti sociali, condizionano tutte le forme pubbliche di sostegno alla produzione culturale, al rispetto dei diritti contrattuali, stimolando il dialogo fra sindacati e operatori della cultura e aiutando ove necessario a costruire percorsi di emersione del lavoro irregolare.

Da allora si è rotto un tabù e si sono moltiplicate le vertenze ed i confronti sindacali dove lavoratrici e lavoratori possono finalmente provare ad avere risposta a semplici domande: «Posso avere il mio contratto in forma scritta? Che CCNL mi stai applicando? Perché non mi paghi le giornate di prova? Perché non mi riconosci le trasferte?».

Domande che rischiavano – e ancora in parte rischiano – di compromettere la prosecuzione delle loro attività, tale è la forza di un meccanismo iper-clientelare che li rendeva sudditi e non cittadini.Questo silenzio era la superficie di uno stagno dove fra tanti comportamenti corretti, agivano indisturbati paternalismi e prepotenze, arbitrii e discriminazioni, sino ad un fondo melmoso che nascondeva violenze sessuali e molestie.

Non è ovviamente scomparso questo grumo di cattive pratiche: però oggi sempre più lavoratrici e lavoratori scelgono di non tacere più, si oppongono, resistono, si rivolgono al sindacato, diventano soggetti del cambiamento. La lettura comparata fra prima e dopo le due indagini nazionali della CGIL, prima e dopo quel riconoscimento diffuso della utilità di un sindacato generale, ci lancia quindi un messaggio importante: lottare insieme per cambiare è difficile, complesso e talvolta doloroso, ma è possibile.

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