L'altro 11 settembre: Allende e la via democratica al socialismo spezzata dal golpe
Dalla vittoria del 1970 al colpo di Stato di Pinochet: i mille giorni in cui il Cile provò a trasformare la società senza rinunciare alla democrazia.

ANSA
Il 4 settembre 1970 Salvador Allende vince le elezioni presidenziali cilene. La sua non è soltanto una vittoria elettorale. Per la prima volta un candidato socialista arriva alla presidenza attraverso il voto e si propone di avviare la trasformazione della società senza mettere in discussione le istituzioni democratiche. È questo il carattere più originale dell’esperimento cileno e anche il motivo per cui, fin dall’inizio, esso assume una dimensione che supera i confini del paese.
Il programma della Unidad Popular, la coalizione delle forze della sinistra che sostiene Allende, parla di trasformare il sistema economico e sociale e di aprire «il cammino al socialismo» attraverso la partecipazione dei lavoratori. Il governo popolare non viene concepito come una semplice formula elettorale, ma come lo strumento attraverso il quale una parte consistente della società cilena può diventare protagonista del processo politico.
I cileni vivono un’accelerazione della storia. La partecipazione attiva di donne, uomini e studenti alle manifestazioni di piazza, ai comitati popolari, ai dibattiti, agli scontri, alle riunioni, ai picchetti, la nuova canzone popolare, le speranze e i sogni sono l’ossatura sociale dell’esperienza cilena, la forza viva della rivoluzione. In quei mille giorni le cilene e i cileni sentono di avere il futuro in pugno, sono consapevoli di avere l’opportunità di partecipare attivamente alla costruzione di una nuova società, sono pervasi da quello che lo storico Enzo Traverso ha definito, parlando dei movimenti di quella stagione, «il sentimento di partecipare a una rivolta mondiale [che] ispirò un’intera generazione in tutti i continenti». La Storia li attende. Il gobierno popular apre a nuove prospettive, soprattutto per la possibilità che offre di attuare una via non autoritaria al socialismo.
Il progetto della coalizione dell’Unidad Popular intende cambiare radicalmente la società cilena, ma potenzialmente può incidere sui cambiamenti di numerose società a livello mondiale. È il disegno del “socialismo democratico” e dell’inedito progetto con cui si intende realizzarlo. Se la costruzione della società socialista è il culmine e il fine dichiarato di questo progetto con tutti i suoi principi basilari (giustizia sociale, nuova cultura, uomo nuovo, ecc.), le tappe del processo che conducono alla realizzazione di questa nuova società sono invece tutte da elaborare, ma i principi-cardine sono ben chiari al Compañero Presidente: «Io le posso rispondere con una domanda: come è possibile coniugare la democrazia con la libertà? Esiste la libertà in un paese in via di sviluppo? Esiste la libertà per chi non ha possibilità di mangiare, di lavorare, di curarsi? Di quale tipo di libertà stiamo parlando?».
Dunque la specificità della “via cilena al socialismo” non consiste soltanto nel realizzare una serie di riforme economiche, ma nel verificare se sia possibile costruire una società socialista mantenendo il pluralismo politico, la libertà e il sistema rappresentativo. È una questione tutt’altro che teorica. Nel contesto della Guerra fredda, l’esperienza cilena si colloca infatti in una posizione diversa tanto dai modelli rivoluzionari fondati sulla lotta armata quanto dai sistemi socialisti dell’Europa orientale.
Allende è consapevole dell’originalità della strada intrapresa. «Non esistono esperienze anteriori che possiamo usare come modello», osserva. La sua idea di trasformazione sociale parte da una concezione della democrazia nella quale i diritti politici non possono essere separati da quelli sociali.
È questo uno dei punti centrali del progetto allendista. La democrazia non deve essere soltanto una procedura attraverso la quale scegliere i propri rappresentanti, ma anche il terreno sul quale affrontare le disuguaglianze economiche e sociali. La nazionalizzazione delle principali risorse del paese, a cominciare dal rame, risponde a questa impostazione. Allende la presenta anche alle Nazioni Unite nel 1972 come una questione di sovranità nazionale e di dignità economica: le risorse del Cile devono essere utilizzate per rispondere alle necessità della popolazione e non per alimentare esclusivamente gli interessi delle grandi società straniere.
La questione economica si intreccia così con quella geopolitica. Il Cile occupa infatti una posizione particolare dentro il confronto tra i due blocchi. La sua esperienza può diventare un precedente per altri paesi dell’America Latina e, più in generale, per quelle forze socialiste e comuniste che in Europa cercano una propria strada rispetto ai modelli esistenti. Per questo la vicenda cilena non può essere ricondotta soltanto allo scontro tra Allende e la destra cilena. Sul processo interno si sovrappongono le tensioni della Guerra fredda e la competizione internazionale per l’influenza sull’America Latina.
Negli Stati Uniti la vittoria di Allende viene considerata fin dall’inizio un problema strategico. Washington teme che il nuovo governo possa consolidarsi e trasformarsi in un esempio per altri paesi del continente. La documentazione successivamente resa pubblica mostra l’ampiezza delle iniziative statunitensi contro il governo cileno e il ruolo assunto dall’amministrazione Nixon nel tentativo di impedire il consolidamento dell’esperienza allendista. Rimane emblematica la frase attribuita a Henry Kissinger nel 1970: «Non vedo perché dovremmo restare con le mani in mano a guardare mentre un paese diventa comunista a causa dell’irresponsabilità del suo popolo».
Ma la crisi cilena non viene prodotta soltanto dall’intervento esterno. Il progetto della Unidad Popular deve affrontare una crescente polarizzazione politica e sociale, difficoltà economiche, conflitti istituzionali e l’opposizione di settori sempre più ampi delle forze conservatrici. L’esperimento della via cilena al socialismo si sviluppa quindi dentro una situazione nella quale le contraddizioni interne e la pressione internazionale finiscono per alimentarsi reciprocamente.
Il Cile diventa così uno dei luoghi nei quali la Guerra fredda si manifesta con particolare evidenza nella vita quotidiana di una società. Il conflitto tra le superpotenze non sostituisce i conflitti cileni, ma vi si sovrappone, modificandone gli equilibri e aumentando la radicalizzazione dello scontro. La vicenda cilena mostra in questo senso quanto sia difficile separare i processi di trasformazione nazionale dalle dinamiche geopolitiche che attraversano il cosiddetto Terzo Mondo.
L’11 settembre 1973 il golpe militare mette fine a quell’esperimento. L’esercito guidato da Augusto Pinochet bombarda il palazzo della Moneda e Allende muore mentre difende il governo costituzionale. Con la sua morte non termina soltanto la presidenza di un uomo politico, ma viene interrotta una delle più significative esperienze di trasformazione socialista tentate attraverso le istituzioni democratiche.
Alla caduta di Allende segue una lunga dittatura militare. La repressione colpisce migliaia di persone, attraverso arresti, torture, uccisioni, sparizioni forzate ed esilio. Dal giorno del golpe viene avviata un’operazione di “igiene pubblica” finalizzata alla repressione dei dissidenti politici e degli “estremisti”. In generale, nel corso della dittatura, che durerà fino al 1990, secondo i dati ufficiali, vengono imprigionate più di 80.000 persone, più di 38.000 saranno torturate e oltre 3.100 assassinate. Il più giovane prigioniero torturato e ucciso ha solo 13 anni. Almeno 100.000 cileni conosceranno l’esilio. Il Cile entra in una stagione destinata a durare fino al 1990 e a lasciare una traccia profonda nella società e nella memoria politica del paese.
Il significato dell’11 settembre cileno supera tuttavia la dimensione della tragedia nazionale. Il golpe di Santiago viene immediatamente interpretato alla luce delle esperienze rivoluzionarie e delle crisi del socialismo internazionale. Il suo accostamento all’invasione sovietica della Cecoslovacchia del 1968 è significativo: in entrambi i casi, seppure in contesti radicalmente differenti, una parte della sinistra internazionale si trova costretta a interrogarsi sul rapporto tra trasformazione sociale, democrazia, sovranità nazionale e uso della forza. In Italia il Cile assume un’importanza particolare per Enrico Berlinguer. Gli avvenimenti di Santiago diventano uno degli elementi attraverso i quali il segretario del Partito comunista italiano riflette sulla necessità di una strategia politica capace di tenere insieme trasformazione sociale e democrazia. Le sue Riflessioni sull’Italia dopo i fatti del Cile, pubblicate su «Rinascita» tra settembre e ottobre 1973, prendono avvio proprio dalla necessità di comprendere le ragioni della sconfitta dell’esperimento allendista e le conseguenze che essa poteva avere per la sinistra europea.
Il Cile di Allende rimane così un problema aperto. Non soltanto il ricordo di una democrazia abbattuta da un colpo di Stato e non soltanto il simbolo della violenza della Guerra fredda. È anche il tentativo, rimasto incompiuto, di rispondere a una domanda che avrebbe continuato ad attraversare la storia della sinistra nel Novecento: se fosse possibile trasformare radicalmente una società senza rinunciare alla democrazia. È forse proprio questa domanda, più ancora della sua tragica conclusione, a spiegare perché l’11 settembre 1973 continui a essere una data della storia politica mondiale.
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