L’altra Israele alla prova: la sinistra verso le elezioni
Le elezioni del 27 ottobre decideranno il futuro del Paese: contro la deriva messianica, i Democratici provano a ricostruire un’alternativa di pace e giustizia.

ANSA
L’altra Israele esiste. E resiste. Va raccontata, sostenuta, valorizzata. L’Israele resiliente è nelle Ong per i diritti umani – B’Tselem e Peace Now – nei giornali o siti con la schiena dritta – Haaretz, il magazine israelo-palestinese +972 di Meron Rapoport – nei refusnik, nei familiari degli ostaggi che hanno saputo trasformare un dolore indicibile in determinazione per gridare le responsabilità dei governanti nella tragedia del 7 ottobre e della mattanza successiva dei gazawi.
L’altra Israele ha bisogno della sinistra. Ma di una sinistra che non giochi di rimessa, incapace di proporre una visione, un progetto pragmaticamente e idealmente alternativo a quello delle destre, Una sinistra siffatta è u destinata inesorabilmente alla marginalità, se non alla scomparsa. Pensare di vincere personalizzando la battaglia politica, sintetizzata nello slogan “Tutti, tranne Bibi”, che riunì una variegata coalizione che altro di condiviso non aveva se non l’anti-Netanyahu, come se, eliminato lui, Israele sarebbe cambiato da così a così. Una logica che può pagare al momento, ti può pure far vincere, di poco, ma governare è altra cosa. Soprattutto governare un Paese in guerra permanente, segnato dalla “psicologia della trincea”, diventata sempre più la psicologia di una nazione.
Forse si può vincere, una volta, “contro”. Ma si governa “per”. Per prospettare una pace nella sicurezza che passa per il riconoscimento, e non la delegittimazione, di una controparte palestinese. Per rafforzare il sistema dell’istruzione pubblica stornando fondi destinati alle yeshivot degli ultraortodossi. Per far prevalere l’Israele delle start up sull’Israele della sacralità, del fondamentalismo della Torah.
La crisi della sinistra israeliana sta nella sua estrema difficoltà, di pensiero e di conseguenza di azione, di coniugare idealità e concretezza, un binomio indissolubile se non si vuole ridurre l’idealità a ideologismo e la concretezza a una stanca dimensione gestionaria, magari con “mani pulite” ma insipienti.
Una sinistra che guarda al futuro senza però dimenticare il glorioso passato che ne ha segnato l’esistenza: il Partito Laburista, o Mapam. Il partito, solo per citarne alcuni, di David Ben Gurion, Abba Eban, Golda Meir, Chaim Weizmann, Moshe Dayan, Yitzhak Rabin, Shimon Peres. Il partito del pionierismo sionista, quello che aveva scommesso sulla possibilità di realizzare la “quadratura del cerchio”: coniugare democrazia e modello socialista dei kibbutz con l’identità ebraica, coniugata però in termini inclusivi, accoglienti. Quella storia va aggiornata, certo, ma è un lascito che non va disperso, ma rivitalizzato da una sinistra capace di andare controcorrente. Il che non significa una sinistra di testimonianza, purista e dunque inefficace.
L’Israele resiliente lo richiede. Lo esige quella società organizzata che non si è arresa alla deriva messianica e bellicista della destra di Netanyahu e Ben-Gvir, di Revlin e Smotrich, è ancora la speranza per evitare il “suicidio d’Israele”. E ciò che resta della sinistra dovrebbe mettersi al suo servizio. La Knesset è stata sciolta e le elezioni fissate per il 27 ottobre. Sinistra se ci sei batti un colpo. Se non ora, quando?
Quale sia la posta in gioco nelle elezioni più drammatiche nella storia d’Israele lo chiarisce con efficacia Haaretz in un editoriale: Questo governo ha sfruttato gli ultimi giorni della 25ª Knesset per una maratona terrificante. Un comportamento del genere è degno di un governo che ha permesso che il massacro del 7 ottobre avvenisse sotto i suoi occhi, per poi combattere insaziabilmente una serie di guerre che hanno trasformato Israele in uno Stato paria, boicottato e odiato in tutto il mondo, e che ha seminato odio e incitamento mettendoci l’uno contro l’altro.
Il traguardo è la trasformazione di Israele in uno Stato dittatoriale basato sulla legge ebraica. È così che il governo ha iniziato il suo terrificante mandato – abusando dei propri cittadini – ed è così che lo conclude.
Dopo aver trasformato le forze di polizia in una milizia politicizzata sotto la guida di un criminale malvagio e kahanista e aver nominato un lacchè politico che legittima il kahanismo come capo del servizio di sicurezza Shin Bet. Netanyahu e gli Haredim hanno stretto un accordo per approvare leggi che favoriscono l’evasione del servizio militare, elargiscono favori clientelari, indeboliscono il ruolo del procuratore generale per portare avanti un attacco politico contro Gali Baharav-Miara e minano la libertà un di stampa. Nel frattempo, il governo ha ignorato una sentenza dell’Alta Corte di Giustizia e ha assoggettato il dipartimento delle indagini interne della polizia ai politici.
Giovedì, la Knesset ha promulgato una legge che consente la segregazione di genere nel mondo accademico. La legge infila un altro chiodo nella bara del liberalismo. Minaccia di approfondire il baratro in cui è stato gettato il sistema di istruzione superiore israeliano, già isolato.
L’opinione pubblica liberale, sfinita da tre anni insanguinati e attaccata da ogni parte dal proprio governo, è rimasta in silenzio ed è scomparsa dalle strade. Ripone le sue speranze nelle elezioni. E sebbene non basti aspettare e sognare, soprattutto considerando gli intrighi di Netanyahu, almeno per un giorno possiamo respirare un po’ e dire: «Beati noi di esserci liberati di loro, e beati noi che questa Knesset si è sciolta».
«Questo sarà anche il colpo d’inizio della campagna elettorale, che si preannuncia particolarmente sgradevole da parte di chi teme la fine del proprio dominio. La coalizione lavorerà instancabilmente per preservare il proprio potere. Non c’è norma che questa banda di saccheggiatori non violerà, né linea rossa che non supererà in modo grossolano. Spetta all’opposizione e all’opinione pubblica stare in guardia per garantire che si tengano elezioni eque e che, al termine di esse, venga insediato un nuovo governo al servizio dei cittadini e non pronto ad abbandonarli». Così Haaretz.
La posta in gioco il 27 ottobre è chiara e va ben oltre il destino del criminale Netanyahu. Chi ama davvero Israele sa da che parte stare. Qualcosa si sta muovendo in questa direzione. Dahlia Scheindlin, firma di punta del quotidiano progressista di Tel Aviv, ne scrive in un reportage di grande interesse dal titolo: Con fiducia, convinzione e persino parlando di occupazione: I democratici sono una novità nella politica israeliana.
Annota Scheindlin: «Non è molto facile sorridere di questi tempi, anzi, ormai da qualche anno. Eppure, negli ultimi giorni, mi sono sorpresa a abbozzare un piccolo sorriso per il motivo più inaspettato: la politica israeliana...».
E quel motivo sta nelle primarie di lista che i Democratici hanno tenuto nei giorni scorsi. Un appuntamento partecipato, vivace, ricco di spunti. Rimarca in proposito Scheindlin: «Oltre 112.000 persone che si sono registrate per votare alle primarie stanno ascoltando ciò di cui tutta la società avrebbe dovuto discutere fin dal 7 ottobre, e ben prima...».
È solo un inizio. Ma un ottimo inizio.
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