L’Alternativa perduta dalla sinistra
Il successo dell’AfD in Sassonia-Anhalt racconta una crisi più profonda: lavoro, transizione, identità nazionale e vuoto politico. Per fermare la destra, la sinistra deve tornare a rappresentare un’alternativa sociale, europea e di massa.

ANSA
“Alternativa per la Germania” ha sfondato la prima camera stagna della democrazia tedesca con un travolgente risultato nelle elezioni per il Lander Sassonia-Anhalt. Un risultato previsto anche se non atteso in queste dimensioni.
Diverse sono le componenti di questo successo. La prima sta nella parola “Alternativa”. La destra estrema si è progressivamente impossessata di un significato storico della sinistra. Una parola che racchiude il senso di una diversa possibilità di sistema sociale, economico e ideologico rispetto a quello dominante. La sinistra non rappresenta più una “alternativa” o meglio ha ridotto il campo semantico di questa parola al livello politico, quello della pura e semplice sostituzione delle classi dirigenti all’interno di un sistema economico, sociale e ideologico unico, rappresentato da una democrazia inutile e staccata dalla prosperità, dal dominio del grande capitale finanziario e tecnologico che sovrasta gli stati nazionali e la stessa Europa, dall’intoccabilità del profitto come – falso – presupposto della crescita.
Questa lunga metamorfosi iniziata con il crollo dei sistemi statali del cosiddetto “socialismo realizzato”, che aveva rappresentato un’alternativa burocratica, autoritaria, illusoria e inumana al capitalismo per l’occidente e per l’est in forme diverse, ha lasciato un enorme campo libero alla destra estrema fascista e nazista che – mai dimenticarlo – nacque come “alternativa” rivoluzionaria sia al socialismo novecentesco – riformista o rivoluzionario - , sia al capitalismo “liberale”, rivendicando la esistenza di un “nazional-socialismo”, di una via etnica, militarista, suprematista, superomistica al superamento della contraddizione fondamentale tra capitale e lavoro, all’alienazione dello sfruttamento umano, della tecnologia e del macchinismo.
Insomma una traduzione – per quel che riguarda la Germania – di Marx attraverso Nietezsche. Questa destra è tornata coprendo l’immenso campo delle utopie lasciato vuoto dalla sinistra non più anti-sistema e – in parte - dell’affievolirsi della forza “religante” delle religioni minacciate dal progresso turbinoso della scienza e della tecnologia che hanno colpito al cuore la credibilità dei miti “ultraterreni”. Generazioni ormai “secolarizzate” e smarrite individuano in questa destra nuovi collanti, nuove utopie e nuovi sogni.
Naturalmente tutto questo non sarebbe possibile senza il potente carburante della crisi sociale e del lavoro che deriva, io credo, dalla fatica, dalle difficoltà e – al momento va detto – dal sostanziale fallimento della prospettiva della transizione ecologica e digitale dell’economia alla quale la sinistra ha affidato il suo progetto di società futura, di prossimo, medio e lungo termine. Un progetto poderoso, necessario, inevitabile che, tuttavia, al momento non favorisce gli interessi dei ceti meno ricchi ma dei ceti più ricchi, che non è in grado di contrastare le diseguaglianze generate dalla globalizzazione finanziaria, che richiede investimenti pubblici colossali e una riconversione degli appartai industriali e dei servizi che brucia posti di lavoro ma non ne genera sufficientemente di nuovi poiché le politiche sociali e di formazione che debbono accompagnarlo sono ancora inadeguate.
Anche qui la destra estrema va a coprire sempre più lo spazio di rappresentanza vitale della sinistra, quello della classe operaia e del mondo del lavoro, soprattutto in una grande potenza industriale come la Germania – naturalmente escluse eccezioni – alimentando una politica di riconversione del tradizionale modello industriale civile in militare; cosa che sta già accadendo per le scelte del governo tedesco in termini di investimento sulle spese militari. Questo non è solo un problema tedesco ma un problema mondiale al quale contribuiscono in modo decisivo le grandi potenze continentali che hanno in mano i destini del mondo come gli Stati Uniti, La Russia, in parte la Cina e vi aggiungo la Turchia. Codeste nazioni, più che mai odiano il sorgere di un modello europeo democratico e federale, plurilinguista, basato su una forte moneta e un forte sistema commerciale, un sistema di protezione sociale largo e un universo di valori laico- religioso tendenzialmente integrato che davvero costituirebbe un’alternativa di sistema.
In particolar modo non ci si deve stupire dell’ostilità americana. Gli Stati Uniti dal 1914 in poi hanno sempre agito, anche in conflitto con il sentimento isolazionista del popolo americano, per scongiurare il determinarsi di una egemonia unica all’interno dell’Europa. Nelle due guerre mondiali rappresentato concretamente dalla Germania ma oggi dalla possibilità di un’Europa unita e coordinata per altre vie. Un’Europa forte e compatta pone infatti gli Stati Uniti in una posizione geopolitica marginale.
Tornando al contesto tedesco vanno aggiunte altre considerazioni. La Sassonia orientale – l’Anahalt è l’erede geografico di un piccolo principato del vecchio Sacro Romano Impero ormai assimilato – era parte della vecchia Prussia.
La Prussia fu lo Stato guida dell’unificazione tedesca alla metà dell’Ottocento come il Piemonte lo fu per l’Italia. Assimilò per via militare il mosaico di staterelli e principati residuali del vecchio Impero. Il Piemonte lo fece per via essenzialmente diplomatica. Fino al 1946, quando venne smembrata, cancellata dalla carta geografica e largamente de-germanizzata, la Prussia ha rappresentato l’essenza del nazionalismo e del militarismo tedesco. La sua scomparsa ha obliterato questa componente spirituale dal contesto tedesco - soprattutto orientale – ma, come sempre accadde nella storia, che è materia viva, non l’ha cancellata.
La vecchia DDR fu uno Stato artificiale che mai risolse – pur provando con la retorica di un socialismo nazionale di stampo sovietico – il problema di elaborare il flusso della sua storia nazionale. Anzi, per gran parte recuperò molti quadri degli apparati nazisti, creò un partito satellite accanto alla Sed composto di ex nazisti – il NDAP – che aveva il compito di recuperare e integrare molti ex funzionari della disciolta NSDAP. L’irrisolta elaborazione della “questione nazionale” tedesca costituisce quindi oggi, soprattutto nei territori dell’est, quelli più arretrati nel contesto tedesco e quelli più legati all’antico mito prussiano trasformato in zombie politico dopo la guerra, un ulteriore propellente per la violenta campagna antisistema e antieuropea dell’AfD.
La risposta della sinistra deve articolarsi in tre direzioni.
La prima: Dare una base sociale e di massa alla politica della transizione ecologica e digitale che deve apparire socialmente conveniente e non solo astrattamente giusta. Questo comporta investimenti pubblici poderosi, un cambiamento strutturale nel rapporto tra Stato europeo ed economia nel quale si intervenga sul tema fiscale, sulla redistribuzione dei profitti finanziari, sul peso delle rendite sul non dare per scontato che la crescita e il profitto siano di per sé portatori di giustizia sociale. Va recuperato un giusto senso di conflitto di classe, in un quadro democratico, e un sapore antisistema. Soprattutto perché il sistema economico mondiale e la globalizzazione hanno virato verso lidi inaccettabili segnati da eccessi di ingiustizia sociale che mettono a rischio la pace e il clima.
La seconda: Elaborare una nuova idea di nazione in rapporto con l’Europa. Non regalare più il sovranismo alle destre ma coniugarlo con il processo europeo. E questo deve comportare una riforma dei meccanismi di funzionamento dell’Unione che accanto alla eliminazione del diritto di veto trovino delle giuste compensazioni alla dignità delle storie e delle identità nazionali, in primo luogo, sul piano sociale attraverso un aumento del bilancio dell’Unione in rapporto al PIL, una difesa comune, una valorizzazione culturale delle storie nazionali.
Senza una correzione strategica di rotta è molto facile credere che la sinistra europea e l’Europa possano essere travolte e costrette in un recinto di guerra e instabilità continuo che comporterà sempre più dei costi drammatici per le future generazioni, a prescindere dalle fortune di questo o quel partito di destra in questo o quel territorio. Partiti che possono avere fasi di crescita e rapido calo ma essere sostituite da protagonisti più aggressivi e radicali. Come in Italia.
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