L'abisso e la forma. Per una politica all'altezza del caos
Il caos come crisi dell’ordine e apertura del possibile: tecnica, politica e nuove forme storiche nel dialogo di Cacciari ed Esposito

Archivio Rinascita
C'è una parola del sapere arcaico che ritorna con insistenza nel lessico contemporaneo: caos. Non un semplice sinonimo di disordine, ma una categoria interpretativa del presente. Guerre diffuse, sovranità in frantumi, capitalismo algoritmico, crisi delle democrazie rappresentative, ritorno degli imperi, dissoluzione delle mediazioni politiche: ciò che fino a pochi anni fa appariva come una fase transitoria della globalizzazione oggi sembra assumere il carattere di una condizione permanente.
È in questo orizzonte che si colloca Kaos, il libro di Massimo Cacciari e Roberto Esposito, edito da Il Mulino nel 2026. Un dialogo filosofico che prova a interrogare non tanto la crisi dell'ordine mondiale, quanto qualcosa di più radicale: la crisi stessa dell'idea di ordine, il venir meno di ogni fondamento e l'aprirsi di un indecifrabile vuoto di senso. Un vuoto, quello attuale, di cui le parole ereditate non sanno dire.
Il punto decisivo del libro non consiste nella, ormai quasi ovvia, constatazione della transizione multipolare, o del declino dell'egemonia occidentale. Il cuore teorico dell'opera è un altro: il conflitto sempre più insanabile tra la tecnica globale e la politica. La prima tende all'omologazione planetaria attraverso protocolli astratti, automatismi economici e reti digitali; la seconda sopravvive ancora nella forma dei grandi spazi geopolitici, degli Stati, delle civiltà storiche, delle identità collettive. Ma questa sopravvivenza appare sempre più fragile.
La tecnica non governa il mondo nel senso tradizionale del termine. Piuttosto, lo svuota di decisione politica. Produce una razionalità impersonale che neutralizza il conflitto trasformandolo in gestione, amministrazione, governance. È il trionfo di un ordine senza sovrano e senza popolo. In questa prospettiva, il disordine è solo un effetto del vuoto di senso, un riflesso del caos, non la sua essenza. Quanto più il sistema imposto dalla tecnica mira ad un'organizzazione globale secondo criteri uniformi, tanto più genera frammentazione, reazioni identitarie, guerre periferiche, insorgenze sovraniste. Il mondo è agitato dal continuo cadere e mutare delle forme, attraverso contraddizioni e conflitti. La sola costante appare essere la trasformazione. Vorticosa. Un'alterazione che brucia ogni tentativo di permanere nella stabilità.
Tutto questo produce un disorientamento che non è semplicemente cognitivo, ma esistenziale e politico. Da un lato, la storia e ogni eredità sembrano aver perso la forza di orientare: il passato non offre più modelli spendibili, le tradizioni si riducono a repertori identitari privi di forza progettuale. Dall'altro, ciò che per decenni aveva scandito la vita collettiva — i grandi ideali, le architetture teoriche, le religioni e le ideologie capaci di dare senso al conflitto e direzione all'azione — appare oggi radicalmente anacronistico, svuotato di presa sul reale.
Di fronte all'abisso, come venir meno di ogni fondamento, gli strumenti ereditati non bastano più. Eppure, è proprio in questo vuoto che si misura la gravità della posta in gioco e il valore originario che sta nell'etimo del concetto stesso di caos, come bocca che si spalanca prima di ogni suono e come apertura stra-ordinaria del possibile. Pericolo e salvezza, terrore e meraviglia. Non si tratta, allora, solo di trovare nuove risposte, ma di lasciar risuonare la domanda di senso, che tocca l'essenza stessa dell'esistenza. La profondità del caos richiede il coraggio di ripensare la forma del mondo, di creare un paradigma alternativo: si tratta di immaginare e compiere il salto verso un nuovo argine della storia, ancora sconosciuto.
La politica ha questa responsabilità di intuire e orientare il salto d'epoca che il caos, come apertura, rende possibile. Per tentare questo salto, il pensiero politico deve ritrovare la sua forza fondativa, la sua capacità di istituire un'epoca, di dare corpo alla danza delle forme, nella cui discorde armonia, da sempre, si s-compone il mondo. Perché dal caos emerga nuovo ordine, che sia ritmo, prima ancora che gerarchia.
È a partire da questo limen che il libro di Cacciari ed Esposito rilegge l'attualità storica, come trama di paradigmi che stringono il reale, a volte configurandolo nella linearità di Mondrian, altre volte, dissolvendolo nell’Apocalisse di Kiefer. Mitologia e Arte traducono in immagine l’attrito tra luoghi sovrani. E Kaos tocca, così, un nodo decisivo del nostro tempo: l'illusione liberale secondo cui la globalizzazione economica avrebbe progressivamente superato la dimensione tragica della politica.
Per almeno trent'anni l'Occidente ha creduto che il mercato potesse sostituire la storia. La caduta del Muro di Berlino è stata interpretata come l'inizio di una pacificazione universale fondata sull'interdipendenza commerciale, sui diritti individuali e sulla circolazione globale dei capitali. Ma ciò che si presentava come universalismo era in realtà l'estensione planetaria di un paradigma specificamente occidentale. E, oggi, quel paradigma è in crisi. Non solo per l'ascesa della Cina o per il ritorno aggressivo della Russia, ma perché l'Occidente stesso sembra aver smarrito la propria forma politica. L'Occidente, e con esso l'intero sistema politico globale, conformato sul capitalismo economico, è di fronte a uno specchio che non restituisce più alcuna immagine. Le democrazie liberali attraversano una crisi di rappresentanza strutturale; i partiti si riducono a comitati elettorali; la decisione strategica viene delegata ai mercati finanziari, agli organismi tecnocratici, agli algoritmi. La sovranità politica perde forza e, molte volte, sembra sopravvive solo come vuota retorica.
In questo scenario, il caos assume una funzione quasi costitutiva. Non è un incidente della storia globale: è l'abisso di fronte al quale si trova il mondo contemporaneo, un'apertura che può ingoiare o generare nuovi infiniti possibili. Di fronte a tale accadere, il pensiero e la politica devono necessariamente trovare il coraggio di compiere il salto, di ripensare radicalmente se stessi e di creare un nuovo inizio. Cacciari, fedele alla propria genealogia filosofica, insiste su questa dimensione tragica dell'ordine politico: nessuna archè può eliminare definitivamente il conflitto, perché il conflitto appartiene alla struttura stessa del reale. Esposito, da parte sua, legge il presente attraverso la crisi delle istituzioni moderne, incapaci di mediare tra vita, tecnica e politica.
L'aspetto più interessante del libro emerge forse proprio nella rinuncia a ogni nostalgia. Non c'è alcuna idealizzazione dello Stato novecentesco né alcun sogno di restaurazione dell'ordine perduto. Gli autori sanno bene che il mondo uscito dal XX secolo non può essere ricomposto secondo le vecchie categorie della sovranità nazionale. Tuttavia, rifiutano anche l'idea che il dominio della tecnica possa sostituire del tutto la politica, che continua ad apparire come residuo fragile di un potere onnipervasivo. La questione diventa allora: quale forma politica è ancora possibile, quale sguardo dentro il caos e quale paradigma può interpretare il mondo attuale? È qui che Kaos parla direttamente all'Europa. Perché il continente europeo appare oggi come lo spazio in cui la crisi della politica e della società si manifestano nella forma più avanzata.
L'Unione Europea ha costruito un sofisticato sistema giuridico-economico, ma fatica a trasformarsi in soggetto geopolitico. Possiede norme, ma non decisione; amministrazione, ma non potenza. E in un mondo che torna a essere segnato dalla competizione tra grandi spazi imperiali, questa debolezza rischia di diventare irrilevanza storica. La guerra in Ucraina, il conflitto permanente in Medio Oriente, la tensione nel Pacifico, il controllo delle infrastrutture digitali e delle catene energetiche mostrano che la storia non è affatto finita. Al contrario, è tornata sotto forme più instabili e meno regolabili. La geopolitica — che negli anni Novanta sembrava un residuo del passato — riappare come grammatica inevitabile del presente, e come scienza del limite, sapere di frontiera.
Eppure, il rischio maggiore sarebbe leggere tutto questo soltanto in termini di scontro tra potenze. Il vero terreno del conflitto contemporaneo non è esclusivamente territoriale: è antropologico e, quindi, radicalmente politico. La politica contemporanea appare attraversata da una tensione irriducibile tra l’universalità della tecnica e gli spazi limitati, dotati di confini, su cui esercita una concreta, per quanto fragile, sovranità.
La forza pervasiva della tecnica modifica il modo stesso in cui gli individui percepiscono il tempo e lo spazio, il corpo, il desiderio, la memoria. Il capitalismo digitale non produce solo merci o servizi, ma forme di vita. Governa l'attenzione, organizza le relazioni sociali, plasma la soggettività. Avvolta da questa tensione deformante, la politica è in crisi e la sua difficoltà è spia della crisi dell'esperienza umana come esperienza condivisa.
Si fa urgente, allora, l'esigenza di immaginare nuovi modi per essere comunità, anche alla luce del venir meno di altri fattori essenziali – come il cristianesimo – capaci di arginare e frenare la disgregazione delle forme sociali. Ma non basta invocare il "ritorno all'origine" o la riconquista della sovranità per uscire dalla crisi.
Il problema è più profondo e riguarda la capacità della politica contemporanea di ricostruire luoghi di mediazione, istituzioni credibili e orizzonti simbolici comuni: di essere autenticamente istitutiva, ossia capace di ritagliare un significato nella trama apparentemente inesplicabile degli eventi. Di fronte al dominio vorticoso della tecnica, il pensiero deve saper restare, lasciar essere. Come si trovasse im-mobile, al Tempio di Poseidone a Capo Sunion. Dove Terra e Mare si incontrano, generando eternamente civiltà. Sulla soglia. Dove l’Aria, da attuale spazio per nuovi domini, può farsi tempo e orizzonte di futuri possibili.
Senza l’equilibrio di questi elementi, il caos si declina solo come disordine, e produce atomizzazione sociale e guerra permanente. Ma, in assenza di fondamenti, è possibile rimanere fedeli alla terra? La domanda resta aperta, ed è probabilmente il merito maggiore del libro. Non offre consolazioni, né programmi politici immediatamente traducibili. Costringe piuttosto a riconoscere che viviamo in un'epoca di transizione radicale, in cui le categorie moderne — Stato, popolo, sovranità, rappresentanza — non sono ancora morte ma non bastano più a interpretare il presente. Sono nomi vuoti, simulacri anacronistici, relitti alla deriva.
E il punto decisivo è proprio questo: il caos non è soltanto ciò che minaccia l'ordine. È anche ciò che precede l'istaurarsi stesso di ogni nuova forma storica. È apertura del possibile: fenditura nel cui buio abissale può maturare la luce di nuovi inizi. Comprenderlo significa smettere di pensare la politica come semplice amministrazione dell'esistente e tornare a concepirla come potere creativo attorno alla forma del mondo.
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