La voce perduta di Gennaro Sasso

Un ricordo personale del maestro della Sapienza: le lezioni, il rigore, l’ironia e quel pensiero capace di vaccinare per sempre contro il rumore della doxa.

Mario SestiBattaglia delle IdeeCULTURAFILOSOFIA
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ANSA

C’è una grossa scatola di legno in casa mia, di quelle con le cerniere del coperchio in rame e su un lato una scritta a fuoco commerciale: in origine conteneva delle bottiglie di vino, affondate in una matassa di trucioli di plastica trasparenti. Dentro ci sono decine di audiocassette, un oggetto comunissimo nelle case degli anni ’70 come potrebbero esserlo oggi cavetti e caricatori per cellulari. Tutte le audiocassette riportano delle scritte: «Essere e Tempo», «La dialettica trascendentale», e una data che si riferisce ad anni tra il 1978 e il 1981. Sono verdi, alcune rosse, perlopiù grigie: tutte di marca BASF. È una scatola che si trova nel controsoffitto di un corridoio. Era lì da tempo senza che l’avessi più riaperta. L’ho fatto, dopo anni, il 26 maggio scorso. Il giorno che è morto Gennaro Sasso.

Leggo da un suo libro (Il principio, le cose, del 2004): «A chi, o a che cosa, appartiene lo sguardo che, da un lato, vede la verità che si rivela come il non essere nulla dell’essere, e, da un altro, il variopinto universo delle doxai che si oppongono e contrappongono senza potersi mai oltrepassare nella direzione della verità?». Le doxai sono le opinioni. Che si oppongono e contrappongono. Un tumulto infernale e dantesco, ognuno ha la propria e da quando esistono i social ogni opinione si può trasformare in un editoriale, ogni convinzione nel dogma di una certezza depositata in una traccia scritta.

«Il soggetto di questo guardare - si legge qualche riga più avanti - sarebbe per caso il filosofo che, attraversando la foresta delle opinioni, vincendo le aporie che incontra negli altrui pensieri che, al di là della loro pretesa di verità, non sono se non opinioni, sale lungo le pendici del monte per collocare se stesso sopra l’aerea vetta di un filosofico Paradiso terrestre? No di certo […]». No, di certo, posso testimoniarlo anche io: ho incontrato quello sguardo, che tenta di perlustrare ogni angolo del pensiero, delle sue suture, della sua rugosità, della porosità della sua consistenza per raggiungere la verità, nelle aule della facoltà di Filosofia della Sapienza, alla fine degli anni ’70. Sui muri c’erano ancora i segni degli indiani metropolitani, la tribù multietnica che con il movimento del ’77 celebrò la fine dell’insurrezione giovanile iniziata in tutto il mondo dieci anni prima. Nell’aula di Filosofia Teoretica, dove insegnava Gennaro Sasso, c’era invece una platea attenta e muta, solo posti in piedi, la prima fila era molto ambita. Il mio magnetofono era allineato con tanti altri di fronte a lui. Ricorda Massimo Sebastiani, che oggi cura il podcast, La parola della settimana che è il più seguito di ANSA.IT: «agli scatti quasi contemporanei dei registratori, messi sul suo tavolo con cassette da 60 minuti che allo scoccare dei 30 bisognava aprire per rigirare l’audiocassetta, chiedeva: ‘Qualcuno può sistemare queste macchinette?’». Il primo corso che abbiamo seguito insieme è stato: Il problema della morte in Essere e Tempo di Martin Heidegger. Nella mia copia c’erano - ci sono ancora - foglietti con note in ogni capitolo. Sasso era capace di stare su alcune pagine (su alcune righe) interi giorni. Settimane. Ma allo stesso tempo non c’era lezione dove le pagine di Heidegger, che per Sasso era forse il più colto dei grandi pensatori contemporanei, non gli consentissero rimandi filosofici (Aristotele, Platone, Kant, Hegel, soprattutto), analogie estetiche musicali (Mozart e Wagner soprattutto), letterarie (Thomas Mann soprattutto).

Ricorda con più precisione di me, Massimo: «in genere, come prima cosa chiedeva se qualcuno aveva una sigaretta e poi, tra un passaggio e l’altro del testo affrontato con la consueta veemenza dialettica, si riferiva con paterna dolcezza alla ‘signorina Ferretti’, pianista dilettante, perlopiù a commento delle sue divagazioni musicali su quell’opera di Wagner diretta da Furtwangler o su quel passo della Montagna incantata dell’amato Thomas Mann; oppure apostrofava affettuosamente ‘l’aviere’, un collaboratore che, nonostante gli obblighi di leva, riusciva spesso a venire a lezione; o indugiava con Mauro Visentin, il suo allievo prediletto (benché laureatosi con Lucio Colletti) scomparso nel febbraio di quest’anno».

Io non ho idea di quale fosse l’atmosfera quando Platone parlava nell’accademia o Hegel a Jena o Berlino, ma ho sempre pensato che quelle lezioni, in cui Gennaro Sasso spaziava da citazioni di Tolstoi al piccolo teatro di interlocuzioni con i testi che leggeva («Makarios ei!, direbbe a questo punto Aristotele: beato te!»), in cui tutti gli sguardi, gli occhi e le orecchie erano concentrati su un unico punto, ho sempre pensato che quelle lezioni fossero la cosa che più avrebbe potuto somigliargli: erano 45 minuti di un monologo affascinante, imprevedibile, incalzante, un corpo a corpo con le pagine di qualche maestro della filosofia che Sasso sottoponeva a un laser logico e dialettico di profondità inaudita, rilevando puntualmente, nella coltre minuta e densa dei testi e delle parole, soprattutto nel surrettizio valore logico delle congiunzioni (quell’ “e” che compare in quasi tutti i titoli dei suoi libri più filosofici: per poi scomparire completamente da un certo punto in poi, sostituita da una virgola) quella contraddizione, quel senso opaco, quel passo falso discorsivo e ontologico che apriva nel testo la voragine sabbiosa dell’aporia (Stefano Petrucciani, che è stato suo allievo, lo ha chiamato il più grande “cacciatore di aporie”: una definizione da rubare).

Io ho incrociato più volte frequentando le sue lezioni quello sguardo, conquistando raramente, per tempo, la prima fila. Sasso a volte entrava con gli occhiali da vista schermati da lenti da sole sovrapposte (qualcosa che lo faceva sembrare, inconsapevolmente, un personaggio da nouvelle vague), quando pioveva usava delle sovrascarpe protettive di gomma simili a galosce che né io, né Massimo Sebastiani, abbiamo mai visto in uso a nessun altro, d’inverno arrivava con un loden verde bosco brillante e parlando ruotava tre dita della mano destra (pollice, indice, medio) manipolando una sostanza immaginaria come se fosse quel gesto, materialmente, a srotolare con nitidezza le tesi opposte che l’ambiguità del testo lo spingeva a formulare in una catena ermeneutica capace di mettere alla prova qualsiasi circuito neurale. Era uno spettacolo complesso, coinvolgente, una inesausta colluttazione con i limiti del proprio pensiero. Come ha ricordato qualcuno su Facebook, uno dei suoi leit motiv era: «Io con questa povera testa sono nato e con questa povera testa devo cercare di capire».

Era difficile. Era bellissimo. Ma soprattutto metteva in scena una idea di intellettuale che non aveva niente a che vedere né con l’esperto di critica ideologica o attivista politico, il modello egemone che per tutti gli anni ’70 avevo conosciuto dentro e fuori il liceo, né con quello scientifico e tecnocratico che si occupa di questioni incomprensibili anche se decisive per la civiltà. Sasso affrontava i giganti della filosofia a mani nude (Aristotele, Platone, Hegel, Heidegger) di fronte a tutti gli studenti, senza rete, con la stessa forza che li aveva resi così grandi. Il pensiero. Se potessi parlare oggi a quel me stesso che lottava per la prima fila, gli direi: Makarios ei, beato te. Che l ‘hai incontrato. Perché Sasso, dice Massimo Sebastiani “insegnava’ molto più di quello che si può ricavare ‘completando il programma’. Indicava un metodo che, qualunque cosa si sarebbe fatto dopo, ti restava appiccicato come una benedizione o una condanna, a seconda dei punti di vista: in ogni caso avrebbe forse caratterizzato la tua intera vita”.

In ogni caso, alla distanza, la Sapienza mi appare ora davvero come un focolaio di cultura non ordinario (beato me).Nel giro di pochi anni, personalmente, ho potuto dare un esame con Tullio De Mauro (concordai un programma personale: il problema del linguaggio in Heidegger e Wittgenstein), con Carlo Cellucci (professore di Logica Matematica), con Gabriele Giannantoni su Platone, con Emilio Garroni, leggendario titolare della cattedra di Estetica. Ho studiato molto, sono andato poco in vacanza (la prima volta sono stato in Grecia dopo molti anni che vi erano già stati tutti i miei coetanei), intrecciando per bulimia saperi ed esperienze molto diverse. Amavo il cinema (che poi sarebbe diventato la mia professione: come critico e giornalista prima, come curatore di festival, sceneggiatore e regista poi), ma ci sono state stagioni della mia vita in cui studiavo il Parmenide di Platone in greco, per l’esame (uno dei dialoghi platonici più frenetici e virtuosistici sul piano delle argomentazioni, che finisce con un punto interrogativo come un piece di Becket: per riuscire a fare una cosa del genere, oggi, studiarlo e leggerlo in greco, non credo mi sarebbero sufficienti dosi massicce di Adderall, Caffeina e Ginkgo Biloba) e la sera mi infilavo al Cineclub L’Officina per seguire una retrospettiva di Billy Wilder, per riuscire finalmente a vedere Europa 51 di Rossellini o Questa è la mia vita di Godard, oppure Sentieri selvaggi di John Ford e Falstaff di Welles per la terza volta. Non credo di essere stato più così felice.

Erano gli anni in cui «gli autonomi cacciavano il segretario della Cgil Luciano Lama, un passato nella Resistenza, colpendo con spranghe e altri oggetti il camion da cui aveva tenuto un comizio e in questa grottesca e tragica temperie, Gennaro Sasso, parmenideo anche nel suo superbo distacco da alcuni eccessi doxastici (come avrebbe scritto in un libro del 2010), era un’altra figura di maestro. Fedele solo alla filosofia, alla ragione, al rigore di una ricerca vertiginosa e forse sterile (fu lui, in una intervista, a usare questo termine), Sasso riempiva le aule di adoratori - anche critici - ipnotizzati dal suo argomentare serrato», mi ricorda in una mail Massimo con il quale ho condiviso credo tutte le lezioni e anche tre annualità, tre esami con Sasso. Sono stati anni in cui ho messo da parte, per l’inverno del mio scontento e del mio accanimento, un software culturale e intellettuale, un’ampiezza d’orizzonte discorsivo cui nella mia attività di critico, di storico e studioso di cinema, di curatore di Festival, ho attinto a piene mani senza mai essere a corto di ciò che mi serviva per non fare domande sceme in un’intervista, individuare una traccia non convenzionale in un programma di film, suggerire una forma innovativa a un festival o a un evento culturale. Quelle lezioni sono state per me un vaccino portentoso: contro il tumulto rumoroso della doxa, le supercazzole dell’intellettualismo, la mediocrità dei mass media, il deficit cognitivo del web.

La dimostrazione inconfutabile a prova di qualsiasi falla aporetica della natura e statura di Gennaro Sasso sta nel fatto che i ricordi più belli al momento della sua morte sono arrivati da due testate che abitano ai lati opposti del firmamento politico e culturale: “Il foglio” (Giuliano Ferrara e Adriano Sofri), “Il manifesto” (con il già citato Petrucciani). In realtà sono pezzi che ricordano soprattutto l’importanza di Sasso come studioso di Machiavelli, di Dante, di Croce. Giustamente: la sua produzione sterminata, come ricorda Ferrara, ha avuto modo di occuparsi di quasi tutto tra Parmenide e Gentile. Ma noi lo abbiamo visto all’opera soprattutto in una sorta di ispirata, ed eroica, direzione d’orchestra della sinfonia del pensiero, al lavoro sui suoi più celebri spartiti, senza timore di duellare anche con i contemporanei, o quasi. Mi ricorda Massimo una memorabile interpellazione a se stesso, di fronte agli studenti: «Perché io che ho capito un terzo del Sofista, metà della Critica della ragion pura e due terzi di Essere e tempo non riesco a capire niente quando apro un libro di Nietzsche?”. Perché Gennaro Sasso era anche molto divertente. In un esame su Essere e tempo, una studentessa si era infelicemente aggrovigliata in un’ argomentazione al termine della quale finiva con il negare la finitezza dell’esistenza. Sasso si sporse con dolcezza e le disse: “Signorina, lei pensa veramente di essere immortale?». Io e Massimo Sebastiani eravamo ad un tale grado di infatuazione - nel nostro gruppo c’era anche Massimiliano Biscuso, oggi membro dell’Istituto Italiano di Studi Filosofici che fu diretto da Sasso - che dopo un paio di annualità non vedevamo l’ora di andare a chiedere per tempo la tesi. Io su le lezioni di Heidegger su Kant e il problema del tempo, Massimo sul rapporto tra Husserl e Kant (sul quale lui ebbe poi modo di scrivere qualcosa che oggi è in tutte le bibliografie sull’argomento). Sasso ci guardò seduto alla scrivania. Dopo averci ascoltato, voltò la testa di lato per un attimo fissando, senza vederlo, un potos a terra e poi ci disse: «Scusate, ma se voi come primo studio, iniziate con Kant, Heidegger e Husserl, il prossimo lavoro su chi lo farete? Su Dio?». Era capace di scandagliare la proposizione di un testo fino all’estenuazione logica, semantica e storica, ma conosceva anche la destrezza totalmente intuitiva dell’ironia. L’amava molto, si vedeva.

Se siete arrivati fino a qui credo abbiate capito perché non ho più aperto quella scatola fino all’altro giorno. Perché dentro c’è la mia giovinezza. E non voglio permettere a nessuno, neanche al me stesso di oggi, a distanza di 50 anni, di sfiorirne la mitologia che ha più resistito. O forse perché temo che, ora che Sasso non c’è più, sollevando il coperchio della scatola di audiocassette, come in un racconto di Stephen King, anche se non ho più alcuno strumento per riprodurle, potrei riascoltarne la voce.

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