La «vita senza Mozart» nell'America di Trump
Dal Kennedy Center alle proteste dei musicisti: così la presidenza Trump trasforma la cultura in terreno di scontro politico, tra vanità personale, censura e resistenza civile.

ANSA
Il 29 maggio scorso, negli Stati Uniti, il giudice Christopher R. Cooper della Corte distrettuale federale di Washington, ha ordinato la rimozione del nome di Donald Trump dal Kennedy Center for the Performing Arts, stabilendo che la sede di Washington DC non può essere rinominata senza un atto del Congresso. Il giudice ha ordinato altresì all'amministrazione Trump di rimuovere tutta la segnaletica recante il nome dell’attuale presidente statunitense e di eliminare qualsiasi riferimento al «Trump Kennedy Center» dai materiali ufficiali entro due settimane. Nella sua ordinanza di quasi cento pagine, Cooper ha scritto che «lo statuto del Kennedy Center stabilisce chiaramente che il Centro deve essere intitolato al Presidente Kennedy e non può avere alcun altro nome ufficiale o monumento pubblico basato su una decisione unilaterale del Consiglio di amministrazione». In sostanza, il Congresso ha dato il nome al Kennedy Center e solo il Congresso può cambiarlo. Il giudice ha poi aggiunto: «La Corte ha concluso che il Consiglio ha oltrepassato i propri limiti statutari rinominando unilateralmente il Kennedy Center in onore del Presidente Trump». Cooper ha infine bloccato temporaneamente la chiusura del centro per due anni, prevista quest’estate per i lavori di ristrutturazione proposti due mesi dopo l'annuncio di Trump, affermando che «nel ratificare l’annuncio di chiusura del Presidente Trump, il Consiglio è venuto meno a tutti i suoi obblighi nei confronti del Centro».
Ovviamente, la risposta di Trump non si è fatta attendere e, poco dopo la sentenza, il presidente ha pubblicato sulla sua piattaforma Truth Social un testo in cui affermava che avrebbe collaborato con il Congresso per il trasferimento della proprietà del Kennedy Center: «Ho incaricato il Dipartimento del Commercio di prendere tutti gli accordi necessari con il Congresso per consentire un trasferimento completo di questa istituzione, affidandogli la responsabilità della sua gestione, manutenzione e amministrazione». Nel post, Trump ha illustrato la sua visione riguardo ai lavori di ristrutturazione proposti, con usuale modestia: «A meno che non sia libero di fare ciò che so fare meglio di chiunque altro, ovvero riportare in vita questa istituzione, fisicamente, finanziariamente e artisticamente, non ho alcun interesse a proseguire quello che potrebbe rivelarsi un viaggio senza speranza verso L’ISOLA CHE NON C’È».
La causa, destinata a far molto discutere, era stata intentata da Joyce Beatty, deputata democratica dell’Ohio al Congresso e membro del consiglio di amministrazione dello stesso Kennedy Center. «La sentenza odierna conferma giustamente che i tentativi di questa amministrazione di rinominare e chiudere il Centro non hanno alcun fondamento giuridico», ha dichiarato la deputata in un comunicato, accogliendo con grande soddisfazione la decisione. «Il Kennedy Center è un'istituzione che appartiene al popolo americano, non a Donald Trump. Ha profanato questo sacro memoriale per la sua vanità». Lo scorso anno, poco dopo il suo insediamento, Trump aveva scatenato molte polemiche quando aveva deciso di autoproclamarsi presidente del consiglio di amministrazione del Kennedy Center, definendo l’atto «una presa di potere», senza alcun imbarazzo. Aveva quindi epurato il consiglio, sostituendolo con persone di sua nomina, così che a dicembre, magicamente, il nuovo consiglio di amministrazione del Kennedy Center aveva poi votato a favore della proposta di aggiungere il nome di Trump, coronando un aggressivo tentativo della sua amministrazione di rimodellare le istituzioni artistiche e culturali di Washington secondo la sua visione. La decisione aveva portato a una serie di proteste e dimissioni, come quelle date a marzo dalla direttrice esecutiva della National Symphony Orchestra, Jean Davidson, andata a dirigere il Wallis Annenberg Center for the Performing Arts di Los Angeles. L’anno scorso, i Repubblicani alla Camera, in un empito di piaggeria talmente sfacciata da essere ritenuta eccessiva dallo stesso team presidenziale – e quindi subito accantonata –, avevano addirittura proposto di cambiare il nome del teatro d’opera, il Kennedy Center’s Opera House, in «First Lady Melania Trump Opera House».
Per quanto è dato sapere, in realtà, Trump non prova alcuna considerazione per le arti, tantomeno per la musica, tranne avere l’abitudine di esprimere generici apprezzamenti per artisti pop assolutamente mainstream, apprezzamenti che paiono più indirizzati alla platea dei suoi sostenitori («vedete? Sono uno di voi») piuttosto che frutto di un sincero interesse. La musica per Trump è, nel migliore dei casi, puro entertainment. Ma questo è un processo ormai di lunga data di progressivo immiserimento della qualità culturale dei governanti (e non solo di quelli di là dall’oceano…): il grande violoncellista catalano Pablo Casals si esibì alla Casa Bianca di John F. Kennedy, Jimmy Carter non solo fu amico personale di Leonard Bernstein, ma invitò il famoso Quartetto Guarneri durante il suo mandato, dilungandosi a descrivere nel dettaglio il brano che sarebbe stato eseguito, il Quartetto americano di Antonín Dvořák. Persino Ronald Reagan si dilettava nell’invitare musicisti durante il suo doppio quadriennio, e Barack Obama aveva la tradizione di serate musicali alla Casa Bianca, in cui lui e sua moglie Michelle ospitavano concerti di ogni genere, dalla musica classica al country, dal blues al jazz.
La vicenda del Kennedy Center, tuttavia, è solo la più simbolica e di maggiore risonanza tra quelle che hanno visto contrapporre il mondo della musica classica e Trump, fin dal suo primo mandato. Già nel 2017, infatti, gli artisti della musica classica si unirono alla diffusa protesta contro il tentativo dell’amministrazione Trump di vietare l’ingresso di rifugiati provenienti da sette paesi a maggioranza musulmana, definiti possibili fiancheggiatori del terrorismo. Le orchestre sinfoniche delle principali città statunitensi annoverano tra le loro fila un numero elevato, e in progressivo aumento, di immigrati, e le orchestre in tournée, ovviamente, sono composte quasi interamente da musicisti non statunitensi. Nel caso della rinomata Budapest Festival Orchestra, all’epoca impegnata in una tour di cinque città americane, il divieto d’ingresso avrebbe impedito la partecipazione di uno dei suoi membri, e solo l’intervento in extremis del direttore d’orchestra Iván Fischer permise di risolvere la situazione e di lasciar entrare negli Stati Uniti un violoncellista ungherese, ma di origine irachena, in possesso di entrambe le cittadinanze. Iván Fischer è un celebre direttore d’orchestra e compositore ungherese, oggi settantacinquenne, conosciuto anche fuori dal mondo musicale per essere un acceso oppositore del nazionalismo estremista e della crescita dell’estrema destra, sia nell’ormai ex governo di Viktor Orbán in Ungheria, sia altrove. Di origini ebraiche, il direttore d’orchestra ha perso i nonni durante l’Olocausto e, intervistato su quel visto negato al suo musicista, dichiarò al New York Times di aver visto echi del passato – quando i musicisti ebrei venivano allontanati da orchestre come i Wiener Philharmoniker e i Berliner Philharmoniker, e successivamente costretti all’esilio o uccisi – nell'attuale clima di crescente odio anti-musulmano e anti-immigrati: «Avendo imparato questa lezione, sono fermamente determinato a impedire che ciò accada di nuovo». Le orchestre americane fecero dichiarazioni o manifestarono in altro modo la loro opposizione al divieto di viaggio, e uno degli esempi più eclatanti fu l’evento speciale presentato dalla Seattle Symphony Orchestra nel febbraio del 2017, un programma nato su iniziativa degli stessi musicisti. Il concerto, intitolato Music Beyond Borders, era interamente composto da musiche di compositori provenienti dai sette paesi colpiti dal divieto di viaggio di Trump, tra cui due iraniani, un iracheno, un sudanese e un siriano.
Venendo all’oggi, il settantatreenne pianista ungherese András Schiff, considerato uno dei musicisti più importanti della nostra epoca, ha cancellato i suoi concerti negli Stati Uniti per la stagione 2025-26 in risposta alla presidenza Trump, dopo che peraltro aveva già deciso di non suonare nel suo Paese per protestare contro il governo di Viktor Orbán, né tantomeno in Russia dal momento dell’invasione putiniana dell’Ucraina. In un’intervista del luglio 2025 al Financial Times, Schiff ha spiegato che gli artisti si trovano in una «posizione privilegiata perché possono dire qualcosa e vengono ascoltati», aggiungendo: «Sento semplicemente che se c'è un'ingiustizia devo dire qualcosa». Alla domanda se gli sarebbe piaciuto vedere altri solisti rifiutarsi di suonare negli Stati Uniti, Schiff ha risposto: «Non ho il diritto di aspettarmelo da nessuno. Ma la risposta è sì. I musicisti fanno parte di una società, e quando il messaggio è che non ci importa e lo spettacolo deve continuare, che tipo di messaggio è?».
A inizio maggio di quest’anno, sulla piattaforma Change.org, è stata pubblicata una lettera aperta e una petizione intitolata Musicians for Democracy, firmata al momento da circa 1.500 professionisti del settore, tra cui professori d’orchestra, solisti, direttori d’orchestra e amministratori, docenti universitari di musicologia, che criticano i cambiamenti introdotti dal Presidente Trump e dalla sua amministrazione. Tra i primi firmatari figurano il pianista Jonathan Biss, la soprano Joyce DiDonato, le violiniste Midori e Miriam Fried, la violoncellista Alisa Weilerstein, il primo violino dei Berliner Philharmoniker, lo statunitense Noah Bendix-Balgley, e molti altri. L’incipit della lettera recita: «Noi sottoscritti siamo musicisti classici americani. La nostra passione e la nostra missione sono fare musica e, così facendo, offrire agli ascoltatori la possibilità di approfondire la loro esperienza e comprensione del mondo. Non siamo politici: siamo cittadini che lavorano e che sono attratti dalla musica per la sua capacità di unire punti di vista e culture diverse e di connetterci attraverso la nostra comune umanità. Ci esprimiamo ora perché siamo allarmati dalle numerose azioni contro la libertà di parola che il Presidente Trump e la sua amministrazione stanno imponendo al nostro Paese, ai nostri colleghi e alle nostre istituzioni. Molti dei nostri presenti sono attivi nel mondo dell'arte, della scienza, dell'istruzione e della politica. Ognuno di noi conosce diverse persone, in vari settori della società americana, che hanno perso il lavoro o si trovano ad affrontare un'insicurezza che ha stravolto le loro vite a causa della censura o delle misure ritorsive degli ultimi tre mesi». E più avanti, recita: «La vera libertà di parola – libera sia dalla censura che dal timore di ritorsioni – è il fondamento del progetto americano: è sancita dal Primo Emendamento della nostra Costituzione per ottime ragioni. Siamo sgomenti che le istituzioni – per scelta o per mancanza di scelta – abbiano modificato le proprie politiche in conformità con le richieste imposte dall’attuale amministrazione. Siamo orgogliosi di sostenere le istituzioni e gli individui che hanno mantenuto la propria posizione, pur consapevoli dei grandi rischi che ciò comporta». Una presa di parola indubbiamente coraggiosa e patriottica, nel senso più alto del termine.
Nel 1979, il New Yorker pubblicò una vignetta, diventata molto famosa, intitolata Life Without Mozart e disegnata da Mick Stevens, che proprio con questo cartoon iniziò la sua collaborazione col prestigioso mensile. L’illustrazione raffigura un paesaggio squallido e desolato, abitato solo da un vecchio pneumatico abbandonato, una bottiglia e una lattina vuota, a simboleggiare un mondo completamente privo di arte, bellezza e musica. La didascalia dice, appunto: «La vita senza Mozart». L’idea venne a Stevens quando il suo lettore di cassette distrusse rumorosamente un nastro di musica sinfonica classica che stava ascoltando mentre disegnava. Da allora sono passati quasi cinquant’anni, e apparentemente, negli Stati Uniti sotto la presidenza di Donald Trump, senza Mozart si vive benissimo.
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