La Via Maestra per il campo largo

Centomila persone alla manifestazione della CGIL a Roma. Mentre i partiti discutono di perimetri e leadership, una parte della loro possibile base sociale è già in cammino. Ora tocca alla politica raggiungerla.

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ANSA

Nei nomi delle due piazze attraversate dal corteo di sabato c’è già la giornata: la Repubblica fondata sul lavoro e un popolo che chiede di essere ascoltato. Da piazza della Repubblica a piazza del Popolo hanno sfilato centomila persone, rispondendo all’appello della Via Maestra, la rete di oltre cento associazioni laiche e cattoliche, organizzazioni sociali e movimenti che si raccoglie attorno alla CGIL. A tenere insieme le tante e diverse storie di lavoratori, pensionati e studenti è stata la richiesta di cambiare le priorità del Paese. Dal palco Maurizio Landini ha denunciato l’impoverimento generale e il carovita, il definanziamento dei servizi pubblici e una spesa militare preferita a quella sociale. Ha proposto un contributo di solidarietà sui grandi patrimoni per finanziare sanità, scuola e affitti e ha annunciato lo sciopero generale per il 20 novembre.

Ma c’è un messaggio che va oltre la cronaca. Mentre i partiti discutono di perimetro, alleanze e candidature, una parte importante della loro possibile base sociale è già mobilitata. Non aspetta un recinto elettorale in cui riconoscersi: si organizza, scende in piazza, pretende un cambiamento profondo. Questo non significa che quella piazza sia un elettorato omogeneo, né che la CGIL sia una componente della coalizione progressista: sarebbe una lettura semplicistica e irrispettosa dell’autonomia del sindacato. Lo stesso Landini ha ribadito di voler parlare all’intero Paese, non a una parte politica. Ma quella piazza, senza essere il campo largo dei partiti, ne rappresenta una possibile base sociale. Non per appartenenza, ma per interessi, valori e aspirazioni.

Salari più alti, lotta al lavoro povero, redistribuzione della ricchezza, scuola e sanità pubbliche, diritto all’abitare, sviluppo sostenibile, rifiuto della corsa agli armamenti. Non è un elenco di rivendicazioni sindacali: è il nucleo di un possibile progetto di trasformazione della società. Dietro queste richieste c’è un’idea precisa di società e una domanda politica: quali interessi sociali si vogliono rappresentare e a vantaggio di chi si intende governare?

Non è una domanda secondaria per un centrosinistra che negli ultimi decenni ha allentato il rapporto con il lavoro e con i settori popolari, che ha concentrato la discussione sulle formule di governo e sulle compatibilità economiche, mentre si indeboliva il legame con i bisogni materiali delle persone e con le organizzazioni che li rappresentano. È la stessa sinistra che ha progressivamente occultato la propria storia, finendo per alienarsi buona parte del mondo del lavoro. Il prezzo è stato una rappresentanza politica nella quale ha faticato sempre più a riconoscersi chi vive del proprio lavoro.

Questa tendenza va invertita e la piazza suggerisce di rovesciare la prospettiva: non costruire prima una coalizione per poi cercarle un popolo, ma costruire un progetto a partire dalle domande di cambiamento che già attraversano la società. Con la CGIL c’erano Elly Schlein, Giuseppe Conte e altri leader del centrosinistra, segno di un terreno comune possibile, ma la notizia non è la fotografia dei leader. La notizia è una pluralità di soggetti sociali che si riconoscono in una piattaforma capace di dare una direzione comune. Ora la politica è chiamata a una prova concreta: contributo sui grandi patrimoni, piano straordinario per la casa, priorità tra spesa militare e sociale. Su questi punti il campo largo deve trovare una posizione condivisa. D’altronde, ambire a governare un Paese significa avere la capacità di affrontare le contraddizioni della società, anche toccando interessi economici consolidati.

Il campo largo può diventare una nuova sintesi politica e sociale, che tenga insieme lavoro, giustizia ambientale, pace, diritti, democrazia e partecipazione, camminando a fianco di sindacato e movimenti. Sabato centomila persone hanno indicato una direzione. Non hanno firmato deleghe in bianco né sciolto le contraddizioni della politica, ma hanno mostrato che esiste una società che non si rassegna e vuole cambiare le cose. Il centrosinistra non deve inventarsi un popolo. Deve dimostrare di saperlo rappresentare.

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