La via impervia del ritorno del nucleare in Italia

Costi fuori controllo, tempi lunghi, reattori ancora sperimentali e scorie senza deposito: i dati smentiscono la promessa di un’energia economica e immediata.

Pierluigi AdamiApprofondimentiNUCLEARE
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ANSA

Tra gli atti politici del governo Meloni più carichi di valore simbolico c’è il cosiddetto ritorno dell’Italia all’energia nucleare. Il 4 giugno 2026 la Camera ha approvato il disegno di legge sul “nucleare sostenibile” con 155 sì, 86 no e 8 astenuti, grazie ai voti della maggioranza e di Azione. Il testo è ora al Senato.

È una legge delega, non un’autorizzazione a costruire centrali. Dopo l’eventuale approvazione definitiva, il governo dovrà emanare i decreti attuativi, riscrivere il quadro normativo, stabilire i criteri di localizzazione dei siti e rafforzare l’autorità di controllo. E dovrà finalmente individuare il deposito nazionale delle scorie radioattive, dopo oltre vent’anni di tentativi falliti. È dunque un atto di indirizzo politico denso di incognite, che lascia aperti seri dubbi sulla possibilità di arrivare un giorno a una produzione nucleare nazionale.

L’intento dichiarato è ridurre le bollette e la dipendenza energetica dall’estero. Matteo Salvini, in un’intervista a La7, ha sostenuto che “tutto il resto d’Europa sta investendo nel nucleare”. Ma è davvero così? E questo “nuovo nucleare” è pulito e conveniente come si afferma? Proviamo a rispondere lasciando parlare i dati.

Una spirale di costi che dura da cinquant’anni

Il vero problema del nucleare è il costo dei nuovi reattori e dell’energia che producono. Nel 1979 l’incidente di Three Mile Island negli Stati Uniti, con la fusione parziale del nocciolo, impose requisiti costruttivi più severi e accelerò il crollo degli ordinativi americani. In Occidente le nuove decisioni d’investimento divennero sporadiche. Il Regno Unito autorizzò Sizewell B nel 1987; negli Stati Uniti, Vogtle 3 e 4 furono approvati soltanto nel 2009. Chernobyl e, più tardi, gli attentati dell’11 settembre determinarono ulteriori rafforzamenti della sicurezza, compresa la protezione dei nuovi impianti dagli impatti aerei.

Ne conseguì un ulteriore aumento della complessità e dei costi. Ne sono la prova gli EPR di Olkiluoto, in Finlandia, e Flamanville, in Francia. Entrambi partirono da un preventivo vicino ai 3 miliardi di euro e da circa cinque anni di lavori. Olkiluoto è costato intorno agli 11 miliardi ed è entrato in esercizio commerciale nel 2023. Flamanville ha raggiunto 13-15 miliardi e ha concluso le prove di avviamento nell’aprile 2026, circa vent’anni dopo l’ordine, in un paese leader nel nucleare.

Non è andata meglio nel Regno Unito. I due EPR di Hinkley Point C, previsti inizialmente per il 2025 con un costo di 18 miliardi di sterline, vedranno la prima unità entrare in funzione non prima del 2030, con una spesa ormai superiore a 56 miliardi di euro. Per Sizewell C, il National Audit Office stima un costo dell’elettricità grosso modo doppio rispetto alle nuove rinnovabili, con tempi di realizzazione incomparabilmente più lunghi.

Anche Vogtle 3 e 4, i primi nuovi grandi reattori statunitensi in oltre trent’anni, sono entrati in esercizio con sette anni di ritardo e un costo salito da circa 14 a quasi 35 miliardi di dollari.

La Polonia, unico paese europeo partito da zero con un programma concreto, ha scelto Westinghouse nel 2022. Il progetto, inizialmente valutato poco più di 20 miliardi di euro, ha raggiunto una stima di circa 42 miliardi. E i lavori principali non sono neanche iniziati.

Il quadro è difficile da eludere. I progetti nucleari occidentali degli ultimi vent’anni hanno accumulato ritardi pluriennali e costi fuori controllo. Gli oneri ricadono due volte sui cittadini, come spesa pubblica e come rincaro delle bollette, perché i contratti trasferiscono per decenni il rischio economico sui consumatori. Esattamente l’opposto di ciò che proclama il governo italiano.

L’Europa nucleare, un declino reale

La produzione nucleare dell’Unione europea ha raggiunto il massimo nel 2004 con 928 TWh; nel 2024 si è fermata a 649,5 TWh, il 30 per cento in meno. Nei paesi che formano oggi l’UE erano attivi 124 reattori nel 2010; oggi ne restano 98, distribuiti in soli 12 Stati membri.

Quasi tutti furono costruiti tra gli anni Sessanta e Ottanta e stanno raggiungendo un’età avanzata senza che le nuove costruzioni compensino le chiusure. Prolungarne la vita può convenire alle utility, però richiede adeguamenti costosi e non sempre fattibili, con verifiche severe sulle componenti non sostituibili, come il vessel del reattore, soggetto a invecchiamento da irraggiamento neutronico.

Il caso francese, spesso citato come modello, conferma il problema. La Francia dispone di 57 reattori e circa 63 GW, ma gran parte della flotta risale al periodo 1977-1987. Il piano Macron prevede sei EPR2, circa 10 GW, e ne ipotizza in seguito altri otto. Il primo non entrerà in funzione prima della fine degli anni Trenta.

Anche gli scenari francesi più favorevoli al nucleare prevedono per il 2050 una flotta di circa 40 GW, tra vecchi impianti aggiornati e nuovi reattori. Sono oltre 20 GW in meno rispetto a oggi, mentre la domanda elettrica è destinata ad aumentare fortemente. La Francia dovrà quindi sviluppare massicciamente le rinnovabili. Più che una rinascita, il programma nucleare appare come il costoso tentativo di contenere il declino della flotta esistente.

Tra i paesi interessati a un rilancio figurano Belgio e Svezia, che comunque dispongono di impianti attivi. La Germania ha chiuso gli ultimi reattori nell’aprile 2023. Il cancelliere Friedrich Merz ha dichiarato: «La decisione è irreversibile – me ne rammarico, ma è così» (conferenza stampa, 11 marzo 2026).

In Spagna il governo Sánchez mantiene il piano di uscita dal nucleare, nonostante le polemiche seguite al blackout dell’aprile 2025. L’indagine governativa ha attribuito il collasso a errori nella gestione della rete e nel controllo della tensione, rilevando che alcuni impianti, pur programmati e remunerati per stabilizzarla, non fornirono il servizio previsto. Sánchez accusò gli esponenti della destra che collegarono il blackout alla riduzione del nucleare: «Mentono o dimostrano la loro ignoranza» (rapporto del governo spagnolo, 17 giugno 2025; Cadena SER, 29 aprile 2025).

SMR e AMR, il “nuovo” nucleare tra carta e possibilità

Il disegno di legge italiano punta esplicitamente sui reattori modulari di piccole dimensioni. Gli SMR sono generalmente reattori convenzionali, ma di potenza fino a 300 MWe; gli AMR utilizzano tecnologie e refrigeranti avanzati e non hanno una potenza standard.

Gli AMR di quarta generazione promettono un uso più efficiente del combustibile e una riduzione dei rifiuti radioattivi a lunga vita, ma sono ancora in fase di studio e sperimentazione. Tra questi figura Newcleo, società fondata dall’italiano Stefano Buono e oggi con sede a Parigi, che intende costruire nella valle della Loira un dimostratore da 30 MWe raffreddato al piombo. In Italia ha annunciato investimenti per circa 90 milioni di euro nel Centro ENEA del Brasimone, sull’Appennino bolognese, destinati allo sviluppo di sistemi e componenti. Il primo impianto sarà però un simulatore termoidraulico non nucleare; il prototipo nucleare è previsto in Francia.

Il precedente più noto, il Superphénix francese, fu chiuso nel 1998 dopo dodici anni segnati da guasti e da una disponibilità operativa molto bassa. Negli Stati Uniti sono in costruzione i dimostratori Natrium, da 345 MWe, e Hermes, basati su tecnologie radicalmente diverse dai reattori tradizionali e ancora lontani dall’avere dimostrato convenienza economica e replicabilità industriale.

Gli SMR di generazione III+ sono più vicini alla tecnologia tradizionale e non possono essere definiti “puliti”: producono scorie radioattive e conservano i problemi del combustibile a uranio arricchito e del raffreddamento ad acqua. Inoltre, un modulo da 300 MWe produce circa un quarto di un grande reattore, ma i costi non diminuiscono nella stessa proporzione. Il progetto americano NuScale, arrivato a 9,3 miliardi di dollari per soli 462 MW, è stato cancellato per l’aumento dei costi. Nell’intero Occidente non esiste ancora uno SMR commerciale operativo.

La questione dell’acqua di raffreddamento

I reattori ad acqua leggera, compresa la maggior parte degli SMR, richiedono un’ingente disponibilità di acqua fredda. Fiumi sempre più caldi o con portate ridotte costringono a frequenti riduzioni di potenza o arresti degli impianti costruiti lungo il loro corso. Quest’estate il Danubio ai minimi ha fermato entrambi i reattori rumeni e azzerato la produzione dell’unica centrale ungherese; in Francia il caldo ha sottratto fino a 6,3 GW alla produzione nucleare. Il nucleare perde dunque potenza proprio quando l’afa fa esplodere la domanda elettrica. Senza acqua, o con fiumi troppo caldi, anche l’atomo si ferma. Gran parte dei nuovi impianti dovrebbe quindi sorgere lungo le coste, scelta che comporta ovvi problemi in un paese ad alta vocazione turistica come il nostro.

Il conto italiano

Secondo gli scenari Terna-Snam, l’elettrificazione di trasporti, riscaldamento e industria porterà la domanda elettrica italiana al 2050 quasi a raddoppiare rispetto a oggi. Immaginiamo che il nucleare debba coprire una quota significativa, il 20 per cento del futuro fabbisogno, circa 110 TWh l’anno. Assumendo livelli di produzione molto ottimistici per reattori SMR o AMR da 300 MWe, ne servirebbero almeno 47-50, ciascuno con costi miliardari. Anche raggruppandoli a coppie, occorrerebbe trovare almeno venticinque siti, ricostruire una filiera industriale e di competenze, creare le infrastrutture del combustibile e superare procedure autorizzative e opposizioni locali.

Gli SMR dovrebbero in gran parte sorgere lungo le coste. In Italia bisognerebbe collocare decine di moduli nucleari su un territorio densamente abitato, con litorali ad alto valore turistico e già intensamente utilizzati. Per gli AMR non raffreddati ad acqua, ancora lontani dall’essere progetti consolidati, resterebbe comunque il problema dell’accettazione locale. Molti dei progetti più avanzati sono reattori veloci e richiedono combustibili ad alta densità fissile, spesso miscele contenenti plutonio. Lo dimostra anche il fatto che, dopo oltre vent’anni, il paese non è riuscito neppure a localizzare il deposito nazionale delle scorie, un impianto necessario e sicuro.

Circa cinquanta reattori, anche distribuiti in venticinque anni, comporterebbero investimenti nell’ordine di centinaia di miliardi di euro. Anche integrando la flotta con un paio di grandi reattori, il risultato economico cambierebbe poco: i nuovi progetti occidentali citati mostrano costi per megawattora nettamente superiori a quelli delle rinnovabili e, in condizioni ordinarie, anche del gas. Si andrebbe così a penalizzare proprio la “bolletta degli italiani” che il governo vorrebbe invece calmierare.

Come fare, allora, senza nucleare? Gli stessi scenari ufficiali prevedono che le rinnovabili possano coprire circa il 73-76 per cento della domanda elettrica nel 2040. Questo scenario richiederà accumuli, reti più robuste, gestione flessibile dei consumi, interconnessioni e una quota residua di gas o di altre fonti programmabili. Non è un percorso gratuito né semplice, ma si tratta in larga parte di investimenti necessari in ogni sistema elettrico futuro, anche in presenza del nucleare.

Nel frattempo fotovoltaico, eolico e accumuli continuano a migliorare più rapidamente delle tecnologie nucleari. Nei prossimi vent’anni edifici, aree industriali e infrastrutture potranno diventare generatori diffusi di elettricità, riducendo la dipendenza dall’estero e la concentrazione del potere energetico.

Una bandiera politica, non un piano

Il ritorno al nucleare immaginato dal governo Meloni non è ancora un piano industriale. I programmi europei più avanzati riguardano soprattutto paesi che possiedono già centrali, competenze e autorità consolidate.

L’Italia dovrebbe invece ricostruire una filiera dismessa da decenni, trovare decine di siti, finanziare investimenti giganteschi e attendere almeno fino agli anni Quaranta per i primi risultati. Per ora, nel disegno di legge, il governo ha stanziato solo venti milioni di euro all’anno per il triennio 2027-2029, ma non per finanziare costruzioni. Anche ammesso che qualcosa possa essere davvero costruito, si tratterà probabilmente di pochi moduli dimostrativi, incapaci di incidere sul mix nazionale.

Il nucleare italiano è dunque probabilmente destinato a restare un tentativo ideologico, una bandiera della destra italiana ed europea più che una risposta concreta alla transizione energetica. A meno di autentiche svolte scientifiche, sulle quali è giusto continuare a investire, la tecnologia a fissione non risolverà i problemi dell’Italia nei tempi in cui devono essere affrontati.

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