La transizione invisibile: la demografia come vera questione sociale del XXI secolo
Con appena 355 mila nascite, l’Italia rischia di compromettere welfare, lavoro e innovazione. Servono servizi, tutele e politiche familiari per rimettere la vita al centro.

ANSA
Nei giorni scorsi abbiamo inteso presentare proprio nell'aula della Camera dei Deputati il Manifesto Fertilità 2030, nella profonda convinzione che il tempo delle analisi di facciata sia definitivamente terminato e che l'Italia debba finalmente fare i conti con una metamorfosi silenziosa ma radicale che ne sta sgretolando l'ossatura sociale ed economica. Le cifre per l'anno in corso, che attestano le nuove nascite a quota 355.000 — segnando un drammatico minimo storico con un ulteriore calo del 3,9% rispetto all'anno precedente e un crollo di oltre 220.000 nati dal 2008 —, non rappresentano una semplice congiuntura negativa destinata a riassorbirsi da sé, ma testimoniano la dimensione drammatica di un processo di mutazione demografica in atto su scala planetaria, di cui l'Italia e l'Europa costituiscono l'epicentro più fragile.
Oggi assistiamo a una vera e propria illusione tecnocratica: di fronte all'inarrestabile contrazione della risorsa umana nei processi di produzione dell'economia materiale e immateriale, si manifesta la tentazione ideologica di rassegnarsi a un'abdicazione strisciante, sostituendo progressivamente gli uomini e le donne con le macchine, gli automatismi tecnologici e gli algoritmi. Ma l'economia e la società non sono freddi ingranaggi d'accumulazione; la sostituzione del lavoro e della presenza umana con l'automazione, in un contesto privo di ricambio generazionale, accelera un invecchiamento progressivo degli abitanti del pianeta che impoverisce le comunità, spegne la spinta all'innovazione e atrofizza il tessuto culturale dei nostri territori.
Un Paese e un continente di soli anziani non sono sostenibili e la prima e più tragica vittima di questo declino è la tenuta stessa del nostro modello di protezione sociale. L'invecchiamento progressivo della popolazione e la conseguente erosione della popolazione in età lavorativa riducono inevitabilmente la base fiscale e contributiva, conducendo all'insostenibilità finanziaria dei sistemi di welfare state. Questa non è una questione contabile neutrale: quando la sanità pubblica, la scuola e la previdenza entrano in sofferenza per mancanza di risorse e di personale, a pagarne il prezzo più alto e drammatico sono inevitabilmente i soggetti più vulnerabili, coloro che non possiedono i mezzi per acquistare privatamente ciò che lo Stato non riesce più a garantire.
Ecco perché occorre rovesciare la prospettiva e promuovere con decisione politiche volte a ripopolare l'Europa a partire dal suo interno e, nel nostro caso specifico, a partire dall'Italia. Non si tratta di invocare nostalgici ed estemporanei incentivi a pioggia, ma di fare ciò che con lungimiranza e un discreto successo si sta tentando di fare in Francia, dove un sistema integrato di servizi per la prima infanzia, politiche fiscali a misura di famiglia e tutele reali per la conciliazione tra vita e lavoro hanno permesso di mantenere tassi di fecondità tra i più alti del continente. A questo modello dovrebbe tendere l'Italia del futuro, una nazione che intenda ancora dichiararsi autenticamente progressista. Per la sinistra europea, infatti, la sfida demografica rappresenta il vero banco di prova identitario del XXI secolo. Essere progressisti oggi non può significare rassegnarsi alla sterile supplenza della tecnologia o accettare passivamente un modello economico che impoverisce le giovani generazioni e ne nega le aspirazioni genitoriali, ma significa battersi affinché creare una famiglia non sia un lusso per pochi o un atto di eroismo, bensì una scelta libera, tutelata e valorizzata. Rimettere la vita, il lavoro dignitoso e i diritti delle persone al centro della sfera pubblica è l'unica ricetta possibile per garantire la sostenibilità dei nostri diritti sociali e l'autonomia della nostra civiltà.
«Se la sinistra europea e l'Italia non sapranno rimettere la vita e la rigenerazione umana al centro del proprio progetto di società, il futuro non sarà più il luogo della trasformazione e dei diritti, ma soltanto il tempo in cui le macchine erediteranno il silenzio delle nostre città».
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