La Toscana e il lavoro tradito: ascesa e caduta di un modello

Tra declino industriale, terziarizzazione debole e perdita di potere d’acquisto, il 2014-2024 segna l’arretramento del lavoro dipendente e la crescita delle disuguaglianze salariali in una regione che ha smarrito il suo storico modello di sviluppo.

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ANSA

Nel 1994 in Toscana le Unità di lavoro (ULA) dell’industria erano pari a quelle dei servizi, nel 2024 - fatti salvi i settori pubblici - la composizione delle ULA per settore era la seguente: 71,5% servizi, 6,5% costruzioni, 3,7% agricoltura e solo 18,3% industria. Nel 2023 una elaborazione Istat su dati Eurostat sul posizionamento delle Regioni d’Europa in base al PIL pro capite nell’arco temporale 2000-2021 vedeva scivolare la Toscana dalla 51a alla 99a posizione su 215 realtà oggetto del censimento, con un arretramento tra le Regioni italiane inferiore solo all’Umbria. Come evidenziato dalle ricerche dell’ISTAT sul Benessere equo e sostenibile dei territori riferito alla Toscana, il livello ancora tra i più avanzati di qualità della vita riscontrabile è da attribuirsi alle capacità di governo riformatore che ha caratterizzato la Toscana Rossa, laboratorio di pratiche di rilevanza nazionale intese a costruire un modello sociale alternativo alla sola polarizzazione Nord-Sud. Ben poco rileva il grande trascorso del passato, sia esso l’Umanesimo dei Comuni e delle Città marinare, l’esperienza medicea o il riformismo leopoldino. Oltre al declino dell’Italia industriale, in un’Europa segnata da austerità e neoliberismo, le dinamiche di marginalizzazione progressiva della Toscana sono segnate anche dal venir meno di quella forza politica, il PCI, che di quell’esperienza aveva cercato di fare un modello alternativo alle politiche economiche e sociali della Democrazia Cristiana.

Svalorizzazione del lavoro: il caso italiano

Un’imponente mole di ricerche, indagini e rilevazioni statistiche collocano nei primi anni '90 la fase iniziale di diminuzione dei salari reali in Italia, fornendo solide dimostrazioni empiriche sul carattere strutturale della svalorizzazione del lavoro. Da allora, il potere d'acquisto dei lavoratori dipendenti non ha mai recuperato il terreno perduto, accumulando un divario che si è approfondito decennio dopo decennio. Come punto di partenza è necessario ribaltare le analisi dominanti che approcciano la questione salariale come un'emergenza contingente, come un effetto temporaneo di congiunture sfavorevoli o un elemento oggettivo correlato alla bassa produttività. Al contrario, la svalorizzazione del lavoro – nella sua duplice dimensione materiale (bassi salari, erosione del potere d'acquisto) e sovrastrutturale (precarietà contrattuale, frammentazione identitaria, insicurezza sociale) – va indagata a partire dall'egemonia dei processi di accumulazione del capitalismo finanziario e della sua variante digitale. In questo quadro, il lavoro cessa di essere la fonte primaria della ricchezza sociale per diventare una variabile di aggiustamento, un costo da comprimere nell'interesse della redditività del capitale. Il processo di svalorizzazione del lavoro è stato determinato da più fattori. Fra questi, vanno annoverate dinamiche specifiche del contesto italiano, in primis la cancellazione dei meccanismi di indicizzazione dei salari e la riforma del sistema di contrattazione. A distanza di più di trent’anni dalla riforma (o per meglio dire contro-riforma), è lampante come sia la struttura normativa stessa che regola i tempi e le modalità dei rinnovi contrattuali a svantaggiare il recupero salariale rispetto all’inflazione. Lo dimostrano i ritardi strutturali dei rinnovi contrattuali nazionali, il significativo aumento dei contratti pirata e concorrenti, la scarsa applicazione dei contratti di secondo livello e la crescente incidenza di contratti nazionali leader in cui i minimi tabellari sono inferiori alla soglia di povertà. Questi elementi concorrono in misura decisiva, insieme al criterio penalizzante di determinazione degli aumenti salariali e all’attacco al sindacato nelle sue forme più conflittuali e di rappresentanza degli interessi generali della classe lavoratrice, a produrre un costante dislivello fra tasso d’inflazione e adeguamento dei livelli salariali. A questi fattori si aggiungono le trasformazioni dell’apparato produttivo e della base occupazionale, che hanno aumentato la polarizzazione interna al lavoro dipendente. Da un lato, comparti ad alta produttività e con livelli retributivi medio-alti, dall'altro, un vasto arcipelago di lavoro povero che include la ristorazione, i servizi alle imprese, il commercio, la sanità e l'istruzione private, dove le retribuzioni lorde annuali spesso non raggiungono i 15.000 euro e i contratti sono caratterizzati da part-time involontari, stagionalità e discontinuità. Nel confronto con gli altri Paesi Ocse, i lavoratori e le lavoratrici dipendenti italiani hanno subito la maggiore perdita di potere d’acquisto. Infatti, dal 2008 al 2024 i salari reali italiani, rispetto a quelli dei Paesi del G20, hanno registrato il peggior risultato, con un arretramento dei salari reali del -8,7%. Gli ultimi dati disponibili di fonte Ocse confermano il quadro tracciato, evidenziando come il livello medio retributivo dei lavoratori italiani sia ancora inferiore di circa il 3% rispetto a quello di inizio 2021, seconda peggiore variazione di tutti i Paesi Ocse.

2. Aumenta la polarizzazione salariale in Toscana

Anche in Toscana la questione salariale è da tempo centrale, pur partendo – come accennato all’inizio – da un modello produttivo all’interno del quale l’occupazione nel settore industriale garantiva stabili condizioni contrattuali e solidi livelli salariali. Nel corso dei decenni ha tuttavia preso corpo una complessa trasformazione dell’apparato produttivo che ha ridisegnato in profondità la fisionomia del lavoro dipendente, così come i rapporti di forza tra capitale e lavoro, e di conseguenza la distribuzione del reddito. Irpet individua sul lungo periodo come specificità della situazione toscana un debole aumento occupazionale, una stagnazione dei salari e una crescita della dispersione salariale. In Toscana l’aumento dell’occupazione ha riguardato nell’ultimo decennio fondamentalmente i lavori meno qualificati e poco retribuiti (+3,9%). Le posizioni di lavoro a media retribuzione sono diminuite (-2,6% e -1,5%), mentre gli occupati con elevato livello di qualificazione sono cresciuti in modo irrisorio (+0,2%). I processi di cambiamento della composizione settoriale e di altre caratteristiche della base produttiva (classe dimensionale, livello tecnologico) delle imprese operanti in Toscana sono fattori rilevanti per spiegare l’aumento degli occupati rientranti nelle fasce medio-basse della distribuzione salariale. Se da un lato sul territorio regionale l’aumento di imprese e occupati del terziario avanzato (servizi finanziari ed energetici, ricerca, TLC) è stato contenuto, dall’altro il terziario arretrato (servizi commerciali e turistici, assistenza sociale e sanità, istruzione, servizi alla persona e alle famiglie) si è espanso.
Inoltre, la classe dimensionale delle imprese toscane è contraddistinta da una elevata quota di piccole e piccolissime aziende, anche nel settore manifatturiero, con effetti negativi sulla capacità di innovazione e di attrazione di personale qualificato.
Ciò premesso, non può stupire come anche in Toscana si sia verificato un aumento del lavoro povero. Nel 2006, fra i lavoratori dipendenti, la quota di coloro che rientravano nella definizione di lavoratori poveri era pari al 7,1% dei contribuenti con reddito da lavoro dipendente, ma già nel 2019 essa era aumentata in modo significativo, all’11,3%. Uno studio Ires Toscana stima nel 2021 i lavoratori e lavoratrici con reddito medio lordo inferiore a 12.000 € in 596.585 unità. Più precisamente, ai 525.123 lavoratori e lavoratrici dipendenti che dichiarano un reddito medio lordo annuale di 7.257 €, si aggiungono 71.462 autonomi, imprenditori e Partite Iva: le due categorie combinate rappresentano ben il 37,1% del totale della forza-lavoro in Toscana. Lo studio fornisce anche una valutazione sul rischio di povertà lavorativa per tipologia di lavoratori, individuando come profili critici le occupate nel settore domestico, seguite da imprenditori e operai in agricoltura e dal lavoro autonomo dei collaboratori. Nel periodo 2019-2023, con la sola eccezione del 2021, il tasso d’inflazione in Toscana è risultato sempre superiore all’incremento medio delle retribuzioni. In particolare, nel solo biennio 2022/2023, mentre le retribuzioni sono cresciute mediamente di +9,2% nel settore pubblico e di +8,0% nel settore privato, il tasso d'inflazione cumulato regionale è stato ben superiore (14,3%), determinando quindi una consistente perdita di reddito reale per lavoratori e lavoratrici. Queste trasformazioni possono essere comprese alla luce del concetto di terziarizzazione debole, che postula una dinamica di sviluppo in cui alla diminuzione dell’occupazione industriale qualificata corrisponde l’espansione della rendita finanziaria e immobiliare e di comparti del terziario arretrato, con conseguente polarizzazione salariale, aumento del lavoro povero e stagnazione della domanda interna. La terziarizzazione debole è di grande importanza per comprendere la diminuzione complessiva del monte salari e l’aumento delle disparità infrastrutturali e territoriali.

3. Osservazioni sulla distribuzione salariale in Toscana

Secondo gli ultimi dati disponibili, relativi al 2024, la retribuzione lorda oraria media nel settore privato (escluso agricoltura e lavoro domestico) in Toscana è pari a 23.187 euro lordi, corrispondenti a 1.403 euro netti mensili. Dalla nostra elaborazione su un campione di divisioni ATECO, che rappresenta 1.082.555 lavoratori e lavoratrici su un totale di 1.165.108, emergono significative differenze salariali fra le diverse articolazioni del lavoro privato. Tendenzialmente, le retribuzioni lorde medie sono positivamente correlate al numero di giornate lavorative medie. La soglia attorno alla quale i salari si posizionano sopra la media regionale è di 260 giorni medi lavorati. Fanno eccezione comparti – come attività legali, assistenza sanitaria – in cui il numero di giorni non è pienamente indicativo delle ore lavorate, anche per la probabile compresenza di rapporti di lavoro di tipo autonomo e/o la presenza di lavoro sommerso e di minimi tabellari bassi. I dati attestano come nel settore privato il lavoro dipendente in Toscana sia attraversato da un marcato dualismo sul fronte salariale. Da un lato la forza-lavoro occupata in ambiti ad alta specializzazione (farmaceutica, finanza, energia, alcuni comparti manifatturieri), che si colloca nella fascia a maggiore retribuzione, da 31.844 (metallurgia) al valore massimo di 56.032 euro lordi annuali (farmaceutica). In questa fascia salariale superiore è compreso il 15% circa della forza-lavoro occupata in Toscana. Dall’altro vanno annoverati i lavoratori e le lavoratrici impiegati nei comparti del terziario arretrato a basso valore aggiunto (ristorazione, commercio al dettaglio, servizi alla persona, socio-sanitario), dove le retribuzioni lorde annuali oscillano tra 19.778 (assistenza sanitaria) e 11.138 euro (ristorazione). La quota di lavoratori appartenenti a questa fascia salariale inferiore è pari al 31% circa. Nella fascia retributiva intermedia, con valori poco sopra o sotto la media, si trovano gli addetti a commercio, costruzioni e logistica, insieme agli addetti di vari comparti manifatturieri, del terziario arretrato e avanzato, per una quota complessiva stimabile attorno al 54%. Altre significative differenze salariali emergono dalla comparazione delle retribuzioni lorde medie fra settore privato e pubblico. Prendendo a riferimento gli ultimi sette anni (2019-2025), la perdita salariale complessiva è maggiore per i lavoratori dipendenti del pubblico – dove raggiunge il -7,2% – rispetto a quella subita dalla forza-lavoro nel privato (-5,2%). Il dato dimostra in modo chiaro come dal 2019 al 2025 il tasso d’inflazione abbia eroso in misura molto impattante il potere d’acquisto della classe lavoratrice in Toscana, che ha ceduto quote significative di reddito.

4. Lavoro dipendente e lavoro autonomo: chi guadagna e chi perde reddito reale fra 2014 e 2024

Esaminato il quadro generale della questione salariale in Italia e introdotti gli elementi principali utili a contestualizzare la condizione salariale dei lavoratori e delle lavoratrici in Toscana, possiamo ora specificare alcuni aspetti. Se è infatti corretto asserire in linea generale che i redditi reali della forza-lavoro in Toscana abbiano subito negli ultimi anni un arretramento, e che all’interno del lavoro dipendente sia in atto una crescente polarizzazione salariale, queste dinamiche vanno precisate, ponendole a confronto con l’andamento dei redditi di altre categorie. Pur con i limiti di una divisione per categorie di forza-lavoro molto grezza, a maglie larghe, i dati della tabella seguente sono illuminanti per specificare sul medio periodo come si traduce sul fronte salariale la svalorizzazione del lavoro. La tabella riporta, secondo la posizione prevalente, il numero di lavoratori e lavoratrici, e il loro reddito lordo, confrontando i valori del 2014 e del 2024, e fornendo la variazione percentuale dei redditi intercorsa.

Tabella 1- Confronto 2014-2024 numero di lavoratori, redditi da lavoro, e variazione % dei redditi, Toscana Il dato di riferimento attraverso il quale valutare la variazione del reddito reale delle diverse categorie che compongono il mondo del lavoro è il tasso d’inflazione cumulato nel periodo esaminato, pari a +20,8%. Poiché, sul totale dei redditi da lavoro, l’aumento nominale è di +20,5%, una prima importante evidenza è che in media fra 2014 e 2024 vi è stata una perdita di reddito reale per lavoratori e lavoratrici toscani di 0,3 punti percentuali.

Posizione prevalente2014 Lavoratori2014 %2014 Redditi2024 Lavoratori2024 %2024 RedditiVar. % 2014-2024
Artigiano142.4198,519.679105.2035,825.76630,9
Autonomo agricolo27.8171,711.12624.1251,313.00716,9
Commerciante154.9259,219.852129.8317,225.58528,9
Dipendente privato907.40154,120.9091.107.35961,024.16615,6
Dipendente pubblico208.56412,432.655232.86912,835.94410,1
Domestico72.2474,37.18664.7963,69.10526,7
Operaio agricolo43.5632,610.17452.3072,913.49932,7
Cariche elettive34.7142,139.98537.2492,054.53136,4
Professionisti19.5981,118.44731.0371,720.46010,9
Altri gestione sep.34.4802,113.86613.8661,515.64012,8
Voucher/occasionale31.5611,97603.4200,21.25565,1
Totale1.677.28910020.9771.815.41510025.26720,5

Se però si esaminano i dati scomponendoli per categorie, è evidente la presenza di dinamiche piuttosto differenziate. La principale è una differenza netta tra lavoro dipendente, che subisce un crollo salariale e lavoro autonomo, che invece guadagna quote di reddito. Infatti, la forza-lavoro occupata nel privato perde 5,2 punti percentuali, mentre la diminuzione del reddito reale nel publico impiego assume i contorni di un vero e proprio tracollo (-10,7 punti percentuali). Per contro, artigiani e commercianti guadagnano ampie quote di reddito: +10,1 per gli artigiani e +8,1 punti percentuali per i commercianti.

Queste diverse dinamiche salariali tra lavoro dipendente e lavoro autonomo in Toscana sono avvenute all’interno di un processo di riconfigurazione della base occupazionale. Mentre lavoratori e lavoratrici del privato e del pubblico sono aumentati in dieci anni in misura consistente (+20,0%), arrivando nel 2024 a contare insieme 1.340.228 unità, all’inverso sia artigiani (-26,1%) che commercianti diminuiscono in termini occupati (-16,2%). Se è chiaro che servirebbero dati più dettagliati per singole categorie per meglio cogliere tendenze e differenziazioni interne, l’elemento di fondo che emerge dall’analisi appare incontrovertibile: dal 2014 al 2024 è peggiorata la condizione materiale, espressa dalla variazione negativa del reddito reale, di lavoratori e lavoratrici dipendenti, pubblici e privati, in Toscana, confermando la svalorizzazione del lavoro.

5. Note conclusive

I dati esposti restituiscono la fotografia impietosa di una regione, la Toscana, che ha smarrito il suo tradizionale ruolo di laboratorio sociale ed economico. Il confronto tra il 2014 e il 2024 non lascia spazio a interpretazioni ambigue: non siamo di fronte a una fase congiunturale negativa, ma a un vero e proprio mutamento antropologico del mondo del lavoro. Da un lato, assistiamo alla crescita quantitativa dell'occupazione, trainata da un terziario debole e a basso valore aggiunto. Dall'altro, registriamo il crollo verticale del potere d'acquisto del lavoro dipendente, a fronte di una robusta crescita dei redditi per artigiani e commercianti. Questo divario non è certo il frutto della mano invisibile del mercato, ma il risultato di precise scelte politiche e di un mutato rapporto di forza tra capitale e lavoro. Alla base di questa dinamica, tuttavia, non c'è solo la compressione del costo del lavoro. Vi è in atto un cambiamento più profondo nella natura dell’accumulazione, il cui baricentro si è spostato verso l’estrazione di rendita finanziaria e immobiliare. In questo quadro, il lavoro cessa di rappresentare la fonte primaria della ricchezza sociale, divenendo una variabile di aggiustamento, mentre i profitti si generano sempre più nei circuiti speculativi e nella patrimonializzazione degli asset. Al tempo stesso, nel corso degli ultimi quindici anni – come mostra un report di prossima diffusione di Ires Toscana –, i profitti nelle aziende della manifattura toscana sono stati destinati in prevalenza a dividendi, attività finanziarie o immobilizzazioni immateriali, riversandosi in misura inadeguata in aumenti salariali e investimenti produttivi. Senza una radicale inversione di tendenza nelle politiche salariali, senza un ritorno a una contrattazione nazionale forte e a una fiscalità progressiva che ridistribuisca il reddito, la svalorizzazione del lavoro rischia di allargare a dismisura le disuguaglianze economiche e sociali esistenti. Recuperare la centralità del lavoro significa, in Toscana come in Italia, ripartire dalla questione salariale, verso un nuovo modello di sviluppo equo e sostenibile.