La spesa militare, la guerra e noi: dove vogliamo andare?
Dalla crisi ucraina alla subordinazione euro-atlantica: l’UE smarrisce la propria identità di pace e cooperazione mentre rincorre una nuova logica di potenza

ANSA
Per quanto gli esperti di geopolitica e anche i “politologi” cerchino di convincerci dei tanti buoni motivi che vi sarebbero a guidare l’azione dei vertici della UE nel voler proseguire l’incondizionato supporto all’Ucraina contro l’invasore russo, noi più modestamente possiamo guardare ai dati dell’economia, della demografia e magari anche del diritto per fare qualche valutazione e constatare quanto l’Unione Europea stia, ormai da tempo, eclissandosi sotto il peso delle proprie scelte sbagliate e di una visione del mondo distorta. Se ancora oggi, dopo quattro anni, dobbiamo occuparci di Ucraina è per constatare il buco nero in cui questa è precipitata, trascinando con sé un’Europa che non è che il fantasma di quella che salutò la propria rinascita partendo proprio dall’assunto che diceva «mai più conflitto, mai più logica dei blocchi, mai più corsa agli armamenti».
La vicenda ucraina, tuttavia, sta rivelandosi sempre più come la “cartina di tornasole” della profonda crisi d’identità dell’Unione Europea, incapace di trovare un ruolo nel mutato scenario internazionale, ove la propensione al confronto militare sta tornando a prevalere su quella della cooperazione e della mutua accettazione che pur aveva caratterizzato l’ultima fase della guerra fredda.
La storia e il ruolo della UE
L’Unione Europea era nata negli anni Cinquanta come zona di libero scambio, in un’epoca in cui la ricostruzione e poi lo sviluppo che seguì avvennero sotto il segno del ruolo attivo dello Stato, non solo nelle politiche sociali, e all’insegna del “compromesso socialdemocratico”. Con il Trattato di Maastricht del 1992, che la promuoveva da Comunità economica a Unione, fece un salto di qualità, sancendo i principi del «meno Stato più mercato», libera circolazione dei capitali e la creazione di un’area monetaria unica, con la centralizzazione delle politiche monetarie.
A quel tempo, il blocco europeo contribuiva a quasi il 30% del PIL mondiale, contro il 26% degli USA: così, mentre andava aprendosi l’era della globalizzazione, poteva guardare al suo ruolo forte e alla sua centralità nel commercio internazionale, in un quadro in cui gli Stati Uniti emergevano come indiscussa superpotenza economica, politica e militare. L’Unione, peraltro, si era già ampliata nel tempo fino a comprendere 15 Paesi membri per poi procedere, nel 2004, all’allargamento “monstre” a dieci nuovi Paesi, per lo più dell’ex blocco sovietico: Cipro, Repubblica Ceca, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Slovacchia, Slovenia e Ungheria.
L’ampliamento dell’unione economica e commerciale – basata sul capitalismo di mercato – si accompagnava all’adesione al modello giuridico e istituzionale delle democrazie liberali fondate sullo stato di diritto e il rispetto dei diritti umani fondamentali anche per quei Paesi che avevano fatto parte del blocco socialista, in concomitanza con l’adesione di gran parte di questi all’alleanza militare del Patto euro-atlantico. Quanto tale adesione sia stata utile e rispondente alle attese è tuttavia da dimostrarsi. Una parziale convergenza economica tra Paesi c’è stata – a costo di un notevole dumping sociale, soprattutto sui salari, e ai movimenti migratori interni di forza lavoro – ma il ruolo dell’UE nel mondo si è consolidato solo in parte. La globalizzazione, che ha favorito l’emergere di un vasto numero di Paesi in via di sviluppo, ha finito per beneficiare soprattutto il capitale e i settori dell’high tech, più che le economie nel loro insieme. Ancora nel 1991, i Paesi dell’Unione Europea contribuivano al 24,8% del Pil mondiale, a parità di potere d’acquisto (contro il 21,2% degli Usa), mentre la Cina era ferma al 3,9%. Nel 2025 (dati IMF), la quota della UE è scesa al 14%, quella degli Usa al 14,6%, mentre quella cinese è salita al 19,6%. Il Pil della UE è oggi valutato in 29.460 miliardi di dollari, contro i 30.770 miliardi statunitensi e i 41.240 miliardi cinesi. In sostanza, dal 1991 il prodotto europeo è aumentato di poco più di 3 volte, quello americano di 5 volte e quello cinese di più di 36 volte.
Il blocco occidentale e la perdita della supremazia
A oggi, si può dire che i Paesi del blocco occidentale (incluso il Giappone) hanno perso la supremazia economica che avevano avuto per più di un secolo e mezzo. Brasile, Russia, India, Cina, Sud Africa e Indonesia oggi contribuiscono a più del 36% del Pil mondiale, mentre il gruppo occidentale è sotto al 35%.
La supremazia economica dei Paesi del blocco occidentale è stata certamente dovuta alla superiorità tecnologica, ma anche alle favorevoli ragioni di scambio nei confronti dei Paesi produttori di materie prime, rimasti “intrappolati” in rapporti di tipo coloniale o neo-coloniale. Dopo la Seconda guerra mondiale, l’ordine economico e politico internazionale si è incardinato su tale supremazia ed è stato ad essa funzionale. Tutte le istituzioni internazionali nate in quel periodo hanno sostanzialmente sancito quell’egemonia, stabilendo una “gerarchia” mondiale implicita. Quei Paesi che si sono gradualmente sviluppati – come le “tigri asiatiche” Corea del Sud, Singapore e Hong Kong – lo hanno fatto seguendo uno stesso modello, adeguandovisi, e i Paesi della “periferia”, come quelli latinoamericani, sono rimasti per lungo tempo nell’orbita del blocco occidentale.
Quest’ordine internazionale – governato da istituzioni come IMF, WB ma anche WTO, in cui anche le Nazioni Unite finivano per fare da garanti – era però basato anche su una gerarchia politico-militare (le potenze nucleari di Stati Uniti, Gran Bretagna e Francia) che teneva “a bada” le potenze nucleari di URSS e Cina (cui si sarebbero unite le potenze minori di India e Pakistan) e che controllava le cosiddette «zone di influenza» nelle varie aree del mondo. Un “ordine” che, comunque, è sempre stato imperniato sugli Stati Uniti come potenza egemone in cui, anche all’indomani del crollo del blocco sovietico, gli Usa non hanno smesso di agire come potenza dominante, anzi accentuando la loro propensione egemonica. Per lungo tempo, gli Stati Uniti si sono comportati come «poliziotto del mondo», sostenendo di dover mantenere l’ordine, per evitare soprusi e situazioni di palese prevaricazione. E anche dopo l’11 settembre, la «guerra al terrore» divenne il pretesto per interventi in Afghanistan e poi in Iraq, in Libia e finanche in Siria. L’aspetto politico-militare, quindi, non è stato secondario al consolidarsi dell’egemonia, che è stata perseguita in modo via via più evidente.
La supremazia politico-militare
Quando, dopo il crollo del Muro di Berlino, venne promesso a Mihail Gorbaciov che la NATO non si sarebbe allargata di un pollice («not one inch eastward»), la NATO (e gli Stati Uniti) non hanno ripensato alla loro strategia. Caduto il nemico storico, da chi ci si doveva difendere? La NATO, ben lungi dallo “smantellarsi”, nel 1999 ammise la Repubblica Ceca, l’Ungheria e la Polonia, primi paesi dell’ex Patto di Varsavia ad entrare nel blocco Euro-atlantico. Anche l’Unione Europea, peraltro, si mosse nella stessa direzione, nell’idea, così fu spiegato, di fare dell’Unione un blocco economico-commerciale coeso. Nel 2004, come detto, ben dieci nuovi paesi divennero membri della UE e quei nuovi sette membri entrarono anche nella NATO.
Il blocco Euro-atlantico si consolidava, pur non avendo uno scopo preciso, se non quello della “sicurezza” comune. Non vi era più un nemico comune, la Russia era ormai un partner commerciale di rilievo, l’egemonia geo-politica non appariva in discussione. Tuttavia, qualcosa andava maturando sotto traccia e, come diverrà chiaro quindici anni dopo, c’era qualcosa che bolliva in pentola. Gli Stati Uniti erano usciti vincenti dalla guerra fredda. E l’ordine politico internazionale che ne era emerso era quello di un mondo unipolare. Mentre la Cina andava costruendo il suo miracolo economico, la Russia stava gradualmente uscendo dal baratro in cui era sprofondata dopo il 1991.
Quando nel 2007, alla conferenza sulla sicurezza di Monaco (la prima di un leader russo), Putin criticò il mondo unipolare che si era configurato e la marginalizzazione della Russia (che restava una potenza nucleare), non voleva solo ridare lustro alla potenza russa ma avvertire che non avrebbe accettato che la NATO dispiegasse i suoi missili nucleari nei Paesi dell’Est e non avrebbe quindi accettato che anche l’Ucraina indipendente entrasse nell’orbita della NATO. Putin criticò la tendenza degli Stati Uniti, ora unica superpotenza, ad una «illimitata ipertrofia nell’uso della forza nelle relazioni internazionali». Ma, com’è risaputo, ciò non fece mutare la politica di allargamento della NATO né l’atteggiamento degli USA. Che intervennero in modo sotterraneo nelle vicende ucraine (dopo la rivoluzione arancione del 2004-05, nelle manifestazioni del 2014 e il “golpe” di Maidan che spaccò il Paese, con il famoso «f*ck Europe» dell’ambasciatrice Nuland), fomentandone la divisione in chiave anti-russa. Come è stato affermato da più parti, l’avvicinamento dell’Ucraina fu parte di un disegno che mirava allo smembramento della Russia stessa e al suo annichilimento come potenza nucleare, un progetto ambizioso quanto irresponsabile. In Ucraina, è chiaro, le cose non sono andate come si sperava. In un paese variegato come quello, le aree a prevalenza russa o russofona finirono per essere penalizzate, fino alla rivolta e allo scoppio di una guerra “civile”, ovvero contro il governo centrale ucraino. Che è stato poi usato da Putin come pretesto per l’intervento del 2022 per porvi fine, di fatto volendone la spartizione.
Che vi sia stata una propensione egemonica del blocco euro-atlantico, peraltro, è confermato dai dati sulla spesa militare (di fonte Sipri). Nel 1990, quando la guerra fredda sta per finire, dei 905 miliardi di dollari destinati alle armi nel mondo, gli USA ne spendono il 35,9%, la NATO nel suo insieme il 57%, mentre l’URSS e il Patto di Varsavia il 25% (già il divario era notevole). Dieci anni dopo la spesa mondiale crolla a 697 miliardi, ma la quota della NATO sale al 70% (diminuendo di 30 miliardi appena), mentre la spesa russa crolla ad appena 9,2 miliardi (e quella cinese va da 10 a 22,2 miliardi). Da notare c’è anche il fatto che Israele, nel 2000, spende poco meno dell’intera Russia (8,3 miliardi), come anche l’Iran, ma meno della Turchia (9,9 miliardi) e dell’Arabia Saudita (20 miliardi). Nel 2010, l’espansionismo militare della NATO appare evidente: la sua spesa aumenta più del doppio e passa a 1.045 miliardi (per due terzi USA), il 65,5% del totale mondiale. Anche quella russa è in ripresa, però, anche se a livelli molto inferiori, e raggiunge i 58,7 miliardi, come anche quella della Cina, che si attesta sopra i 105 miliardi (mentre quella di Israele è di 13,9 miliardi e supera quella dell’Iran ma non quella turca, che si ferma a 17,6 miliardi, e quella saudita, che tocca i 45 miliardi).
La deriva verso Est della NATO si concretizza nell’ulteriore aumento della spesa negli anni successivi. Nel 2014, questa raggiunge i 949,5 miliardi (di cui un terzo USA), il 55,7% del totale mondiale, quella della Cina 182,1 miliardi (il 10,7%), quella della Russia 84,7, quella saudita 80,8, quella coreana 37,6, quella turca e quella di Israele entrambe 17,7. La spesa militare ucraina, intanto, ha già raggiunto i 4 miliardi di dollari. Mentre divampa la guerra civile nel Donbas, quella spesa continua ad aumentare, fino a raggiungere i 7 miliardi nel 2021. La spesa russa, invece, diminuisce e nel 2021 si assesta a 66 miliardi (ma non si stava preparando all’invasione?). Sono i Paesi NATO che continuano ad investire in armi, 1.164 miliardi di dollari nel 2021, così come la Cina, che si attesta sui 285,9 miliardi, la Corea del Sud (50,9 miliardi), l’Arabia Saudita (63,1), Israele (24,3), mentre cala la spesa della Turchia (15,5) e Iran (5,7). Nel febbraio 2022 la Russia invade l’Ucraina e la causa del Donbas separatista si fa internazionale. Le cose, però, si fanno più complicate del previsto per Putin e così, nel 2022, la spesa russa in armamenti sale a 102 miliardi di dollari, ma è un dodicesimo della spesa dei Paesi Nato, che raggiunge i 1.212 miliardi (860 dei quali degli Usa). La spesa ucraina, a sua volta, schizza a 41,1 miliardi, mentre continuano ad aumentare le spese degli altri Paesi: Cina (292), Arabia Saudita (70,9), Corea del Sud (46,4), Israele (23,4), Turchia (10,8) e Iran (7,3).
Il Sipri ha ora reso noti i dati aggiornati al 2025. Questi dicono che la spesa mondiale ha raggiunto i 2.887 miliardi di dollari, in aumento di 225 miliardi sull’anno precedente. La spesa militare dei Paesi Nato è cresciuta ancora, per attestarsi a 1.581 miliardi (il 55% del totale mondiale). La spesa degli Usa si è fermata a 954 miliardi (per via del blocco delle forniture all’Ucraina), ma rimane un terzo della spesa mondiale, il 3,1% del Pil americano. Quella cinese si attesta a 336 miliardi (quella degli altri Paesi asiatici è di 350 miliardi), mentre quella russa è cresciuta di altri 50 miliardi in un anno, dopo i 40 miliardi dell’anno precedente ed è ora a 190 miliardi, (l’1,7% del Pil, ma è solo un ottavo della spesa Nato), mentre quella ucraina è di ben 84,1 miliardi, pari al 40% del Pil. La spesa saudita raggiunge gli 83,2 miliardi, quella di Israele i 48,3 miliardi, quella turca i 30 miliardi, mentre quella iraniana è ferma a 7,4 miliardi. Nel giugno scorso, i Paesi membri della NATO hanno concordato che la spesa avrebbe raggiunto il 5% del PIL entro il 2035 (di cui il 3,5% allocato alla spesa militare strettamente intesa), un aumento incredibile se confrontato con il precedente target del 2% concordato nel 2014. La Germania è oggi il quarto Paese al mondo per spesa militare (114 miliardi, ben 26 più dell’anno precedente, il 2,3% del PIL), il Regno Unito il sesto, dopo l’India (89 miliardi, 2,4% del PIL), la Francia il nono (68 miliardi) e l’Italia il 12° (con 48,1 miliardi), appena davanti alla Polonia (46,8) e alla Spagna (40,2).
La Russia, l’Ucraina e l’Unione europea
L’andamento della spesa russa mostra che quella che doveva essere un’operazione “speciale” in Ucraina, per Putin, si è dimostrata ben altra cosa, tanto da dover portare a triplicare la spesa militare dal 2021, per arrivare, sostanzialmente, a una situazione di lento avanzamento sul piano militare con grande dispendio di uomini e mezzi. La spesa ucraina, dall’altro lato, è quasi la metà di quella russa, ma è un Paese sfibrato, che ha perso quasi 10 milioni di abitanti in quattro anni e ha una popolazione che è un quinto di quella russa (la Russia ha 145 milioni di abitanti, 5 volte tanto gli attuali 30 stimati dell’Ucraina), un PIL che è meno di un decimo, e che spende il 40% del suo PIL in armi (la Russia spende il 7,5%, Israele il 7,8%, l’Arabia Saudita il 6,5%, l’Iran solo il 2,8%).
La spesa totale dei Paesi UE oggi assomma a 559 miliardi di dollari (ben più della Cina, quindi, due volte e mezzo la Russia, siamo al secondo posto nel mondo, con una media dell’1,9% del Pil, per molti ben oltre il 2%). Insomma, gli europei già spendono molto in armamenti – la loro spesa è aumentata del 60% dal 2020, anche se non è confrontabile con la spesa Usa, ma certo molto di più della Russia – e non hanno problemi di bilancio (evidentemente).
Ciononostante, l’UE – con il ReArm, ribattezzato Readiness 2030 – ha deciso di consentire un ulteriore aumento della spesa in armamenti fino a 800 miliardi di euro da qui al 2030. Complessivamente, «noi europei investiremo, entro il 2035, circa 6.800 miliardi di euro: un vero e proprio big bang nel finanziamento della difesa», ha dichiarato il Commissario europeo per la Difesa Andrius Kubilius, avvertendo che questo graverà sui bilanci nazionali, non quello europeo, per «raggiungere gli obiettivi di capacità della Nato». «Vogliamo raggiungere la prontezza difensiva (readiness) entro il 2030. Perché? A causa dei piani di Putin. E dobbiamo combattere l'aggressione, prevenire la guerra, preservare la pace, e questo è lo scopo della Roadmap», ha aggiunto Kubilius.
Perché prefigurare un aumento di tale portata, il doppio di quanto viene speso oggi? Già spendiamo quasi il triplo dei russi, il Pil russo è inferiore a quello italiano, se valutato in dollari, ed è un ventesimo di quello della UE nel suo insieme. Eppure, ci viene detto, dobbiamo difenderci dalla Russia, che è una potenza nucleare, e farle capire che non ci facciamo intimorire.
La guerra in Ucraina sta provocando molte perdite (da entrambi i lati) ed enormi distruzioni. La Russia, che pure è un grande Paese e spende due volte e mezzo quello che spende l’Ucraina, dopo quattro anni, non ha ottenuto nemmeno la conquista del Donbas (che in apparenza era la ragione principale dell’aggressione). La sua economia, però, non è in sofferenza, nonostante le sanzioni. Il costo della guerra potrà essere assorbito, sul piano economico, anche se lascerà tracce sul piano umano e sociale. E la decisione della UE di continuare a sostenere l’Ucraina con un ulteriore finanziamento non potrà che contribuire allo stallo. Anzi, con l’occasione si sta facendo dell’Ucraina una piattaforma per l’industria militare europea, allontanando ogni prospettiva di pace. Le manovre sui territori ucraini e le loro risorse, incluse quelle energetiche e delle terre rare, non fanno parte di una strategia di pace ma di conquista. È davvero la Russia una minaccia per l’Europa? Non militare, si dovrebbe concludere. Certo, la Russia potrebbe attaccare un paese della UE e della NATO, come l’Estonia, oppure la Moldavia (non UE), sapendo che nessuno reagirebbe direttamente (è una potenza nucleare). O forse sì, con gli eserciti sul terreno. Ma allora perché armarsi? Per essere pronti a sconfiggere la Russia in caso di attacco! Non basta la dotazione militare che abbiamo già? In larga parte sì, e poi, comunque, gli europei stanno già andando in quella direzione anche senza l’autorizzazione della UE (guardate quanto spendono).
Un discorso a parte merita l’Italia. Secondo l’ultima legge di bilancio le spese militari aumenteranno dal 2026 di 3,5 miliardi (in aggiunta ai 31 miliardi annui già destinati alla difesa), e di 12 miliardi nel triennio. Si badi bene, però, come fa notare l’Osservatorio sulle spese militari italiane Milex, che il computo reale è perfino più allarmante, perché questi numeri si riferiscono alla somma degli aumenti. L’aumento effettivo programmato rispetto al 2025, infatti, sarebbe di 3,5 miliardi nel 2026, di 7 miliardi nel 2028 e di 12 miliardi nel 2028, per un totale di 22,5 miliardi, una cifra enorme. Ciò ai fini di portare l’esborso per spese militari dall’attuale target del 2% del PIL al 2,5% nel 2028.
Pertanto, se l’aumento di spesa verrà effettivamente messo in atto (sottoposto al vincolo dell’extra deficit?), alla fine la manovra del governo non sarà di 28 miliardi di uscite ma di 50,5 in tre anni, di cui quasi la metà del totale dedicata alla difesa.
Perché il riarmo europeo, dunque?
Perché, ci chiediamo, noi europei dovremmo aumentare le spese per la difesa? Per ragioni politiche. Però, nessuna delle ragioni su esposte giustifica un aumento della spesa militare, un riarmo. E allora, perché? E noi, come ci poniamo?
Come detto, i paesi del blocco capitalistico occidentale hanno perso la supremazia economica. Non quella militare, che vogliono consolidare. È come se si stesse affermando l’idea che, siccome noi occidentali non abbiamo più il predominio economico, se ci facciamo più aggressivi e minacciosi, gli altri avranno più timore di noi. In realtà, sembra più affermarsi un antico desiderio imperialistico: abbiamo perso la supremazia, ora la riconquisteremo con la forza.
La finanza e l’industria militare, peraltro, ci sguazzano. Siamo – Italia inclusa – tra i principali esportatori di armi, l’industria è florida. Anche se il suo impatto macroeconomico è limitato – in termini di PIL e di occupazione (in Italia, appena 22mila addetti) – è quanto meno un’industria che regge la spinta alla de-industrializzazione che attraversa tutta la manifattura europea. Non ci sono mai state tante guerre nel mondo come oggi e tutto viene, alla fine, regolato con la forza delle armi. E allora adeguiamoci.
Tuttavia, in questo quadro, andrebbe spiegato perché non si possa anche fare un po’ di conti riguardo, ad esempio, alla nostra bilancia commerciale energetica e delle materie prime. La totale chiusura verso la Russia, che sembra solo favorire lo scambio commerciale con gli Usa, penalizza l’Europa e la mancanza di ogni tentativo di fermare il conflitto in Ucraina e il coinvolgimento europeo appare davvero auto-lesionista.
C’è poi da tenere in conto il comportamento dell’amministrazione Trump, le cui giustificazioni possono essere, certo, la debolezza del dollaro, l’enorme debito, ma soprattutto la voglia di “frenare” la crescita delle potenze antagoniste – Cina e Russia, in primis – perché sono una minaccia alla supremazia statunitense. È un imperialismo vecchia maniera, se vogliamo, spregiudicato e senza ideali di facciata (non c’è nessuna «esportazione di democrazia», nessuna voglia di far entrare altri paesi nel novero del “mondo libero”). Come si spiega il comportamento della UE? Strabico, per usare un eufemismo. Invece di cercare un ruolo – da potenza economica quale è – cerca di far l’alleato fedele di un Paese che si ritrova più debole – gli Usa – che vuole fare a meno di alleati che devono essere aiutati. È davvero così? Le élite britanniche, da più di un secolo, fanno combutta con quelle Usa. Francia e Germania non sanno più che ruolo giocare nel mondo e ondeggiano (ma i tedeschi, intanto, investono nel militare). E il tutto, alla fine, risulta propendere verso un atteggiamento aggressivo.
Si può davvero pensare che, con un’attitudine imperialista, si possa riconquistare un’egemonia perduta? La storia ci dice che, sì, le guerre hanno cambiato l’ordine mondiale. Ma quando si prepara una guerra bisogna avere chiari quali possono essere i risultati, sia che vada bene sia che vada male. E non sembra che oggi i nostri leader sappiano bene dove stanno andando. Ciò che è chiaro, in ogni caso, è che lo smantellamento dello Stato sociale va di pari passo con il potenziamento dell’iniziativa a tutto campo delle big corporation e del complesso militare-industriale.
Quello che però stupisce non è la mancanza di opposizione, che c’è, nelle piazze. A favore del bellicismo, piuttosto, ci sono anche forze progressiste. In Europa, solo The Left si è dimostrata contraria, come i 5 Stelle. I Socialisti traccheggiano (ma non tutti). E non è affatto evidente cosa li motivi – difendere l’Ucraina e condannare la Russia perché ha violato il diritto internazionale quando Israele, per il quale non è arrivata alcuna censura, ha fatto di peggio – perché, se si sono fatte convincere dalle argomentazioni delle oligarchie economiche, c’è da essere davvero preoccupati. Dov’era la sinistra quando la NATO andava espandendosi ad est? Dov’era quando maturavano le torbide vicende del Majdan? Dov’era quando in Ucraina non si garantivano la sicurezza e i diritti per le minoranze linguistiche? Quali sono le vere ragioni?
C’è solo una considerazione che può giustificare il bellicismo delle oligarchie e il riarmo. Hanno fallito sul piano economico-sociale, le democrazie sono in panne perché non riescono a soddisfare masse crescenti di persone, che cominciano ad essere seriamente preoccupate (e ben adirate) che ad aumentare sono solo i redditi dei più ricchi e per le masse non ci sono che briciole. Allora, cosa c’è di meglio che non alimentare il nazionalismo, lo stato d’eccezione, cosicché tutti ci raccogliamo attorno alla bandiera e facciamo “sacrifici” in nome della patria e della libertà e la smettiamo di lamentarci?
Non facciamoci ingannare: la guerra è sempre stata e sempre sarà uno strumento di classe per tenere a bada le classi popolari. Oggi, quattro anni dopo, l’Unione Europea sta scivolando nel buco nero dove l’Ucraina è precipitata, lasciandosi trascinare. Un’Unione che era nata su ben altre premesse e che poteva giocare tutt’altro ruolo si sta piegando all’antico gioco bellico delle potenze. Invece di giocare la carta della cooperazione economica e del rispetto dei trattati – sono in scadenza quelli sulla proliferazione, cui la Russia ha ribadito di voler aderire – nella reciproca sicurezza, in crisi d’identità, incapace di trovare una sua posizione autonoma nel nuovo scenario internazionale, accetta di cimentarsi nuovamente con la parte che più aveva funestato il suo passato. Con l’apparente assenso di quelle forze che da quella storia dovrebbero aver imparato più di una lezione.
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