La società civile sfida l'Hydra mafiosa: «Se i clan si alleano, facciamolo anche noi»

Il processo che sta ridefinendo gli equilibri criminali di Milano, sparisce dalla narrazione pubblica. Così ad accendere un faro ci pensa la società civile raccogliendo decine di associazioni in un «consorzio antimafioso permanente».

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ANSA

C’è un immagine da cui è partita la magistratura Milanese per spiegare quello che sta succedendo negli equilibri criminali del capoluogo lombardo: l’Idra di Lerna, mostro mitologico dalle molteplici teste. Un immagine quanto mai azzeccata per descrivere l’inedita alleanza tra mafie che ha portato alla nascita di un consorzio criminale capace di tenere insieme le tre principali organizzazioni italiane: Cosa nostra, ‘ndrangheta e Camorra.

«Questa inchiesta rivela quello che già si sospettava da tempo – ci spiega Andrea Carnì, ricercatore e autore con Nando dalla Chiesa del libro "Mafia ed economia: il rischio criminale in Lombardia” – e cioè che le tre mafie operano in maniera sistemica, sia a livello di obiettivi che di metodi». Un mostro a tre teste, insomma, che governa e domina gli equilibri mafiosi a Milano e nel resto della regione allungando i suoi tentacoli in tutte le province lombarde. Ci sono gli Iamonte e i cirotani, legati alla locale di ‘ndrangheta di Ciró e da tempo insediati a Lonate Pozzolo. Ci sono pezzi della camorra romana, e in particolare quel clan Senese che già fa il bello e il cattivo tempo nella capitale. C’è Cosa nostra, la mafia siciliana, con le famiglie Fidanzati e Inzerillo.

«Anche Messina Denaro veniva a Milano, facevano riunioni nello studio di un avvocato» si legge nei verbali degli interrogatori di Bernardo Pace, divenuto collaboratore di giustizia alla vigilia del processo. Un’informazione non di poco conto, che non serve solo a dare colore alla storia ma piuttosto ad inquadrarla in un contesto ancor più grave. La presenza del numero uno di Cosa nostra, allora latitante, attesta come l’alleanza tra mafie non sia stata improvvisata. Gli accordi sulla spartizione di attività e business nel capoluogo lombardo sono stati decisi dai vertici delle tre organizzazioni. E il via libera definitivo non viene da Milano, bensì dal sud. Come da tradizione, infatti, la testa delle mafie resta nei paesi di origine e nulla può accadere nei territori colonizzati senza il benestare della casa madre.

E cosa abbia spinto le tre organizzazioni a collaborare è da subito evidente. Lo hanno messo nero su bianco i magistrati nell’ordinanza di custodia cautelare: «È il profitto che lega il gruppo, che lo tiene in vita, che motiva i singoli». Un profitto che viene ricercato in tutti i modi possibili, da quelli strettamente illegali come il narcotraffico, a quelli più ambigui come le relazioni con pezzi dell’imprenditoria. Senza dimenticare l’apporto determinante di quegli «utili cretini», come li ha definiti più volte il sociologo dalla Chiesa, che fanno spontaneamente e in buona fede quel di cui la mafia ha bisogno. Così, come un tentacolare mostro a tre teste, l’Idra mafiosa lombarda ha finito per allungare i propri tentacoli da un lato su tutte le attività criminali in senso stretto, dall’altro su quei business formalmente legali ma gestiti con metodi di impresa mafiosi. Ha stretto legami, solidi, con la politica ad ogni livello. Ha tentato, spesso riuscendoci, di aggiudicarsi appalti nei settori dell’edilizia e della logistica. Ha insomma inquinato pesantemente il tessuto economico e sociale di una delle regioni centrali per l’economia nazionale. «Ci sono oltre cinquanta aziende – sottolinea Carnì – che sono finite nelle carte dell’inchiesta. Questo indica come siano stati in grado di entrare in profondità nelle imprese e nel tessuto economico». Una facilità che evidenzia ancora una volta la permeabilità del contesto imprenditoriale lombardo che troppo spesso, nonostante inchieste e operazioni antimafia, ancora fatica a sviluppare gli anticorpi necessari.

«È importante – spiega Carnì – dare la giusta attenzione a Hydra, un processo fondamentale che ci potrebbe mostrare delle nuove dinamiche, dei nuovi metodi di fare affari sul territorio lombardo da parte dell'organizzazione mafiosa». Una giusta attenzione che, al momento, non sembra esserci. La mafia, più silenziosa e meno violenta di un tempo, ha ormai perso ogni appeal mediatico, e troppo spesso sparisce dalla narrazione pubblica e dai media tradizionali. Così per tenere alta l’attenzione si mobilita la società civile. «Noi siamo partiti da un concetto molto semplice – ci spiega Pietro Basile, referente provinciale di Libera Milano – se loro si uniscono formando un consorzio mafioso, noi dobbiamo fare lo stesso e dare vita ad un consorzio antimafioso». Come le mafie mettono insieme conoscenze e risorse per sopravvivere e massimizzare i risultati, allo stesso modo la società civile deve fare rete per creare una mobilitazione dal basso che possa accendere un faro necessario sul più importante processo di mafia a Milano dai tempi di "Infinito-Crimine”. E questo appello alla nascita di un consorzio antimafioso ha subito trovato l’appoggio di decine di associazioni, comitati, sigle sindacali. C’è tutto il mondo del terzo settore nazionale, da Libera alla Cgil, da Arci a Legamnbiente. Ci sono sigle più piccole, come "Una casa anche per te” o "Abbiategrasso bene comune”, presidi solidali che animano i territori facendosi sentinelle di legalità con una battaglia quotidiana che punta a togliere alla mafia quel terreno fertile su cui prospera. E poi semplici cittadini che comprendono la portata di questo processo e vogliono partecipare, per ribadire la necessità di tenere alta l’attenzione su un tema che minaccia in modo spesso invisibile la stabilità economica e democratica del territorio. Un variegato mondo di associazioni e singoli uniti per ribadire una cosa semplice, come spiega Elena Simeti di "Una casa anche per te”: «La Lombardia non appartiene a quel consorzio mafioso. Appartine a un antimafia sociale che sta dalla parte delle persone perché crede e difende i valori della Costituzione».

E se l’attenzione sul fenomeno mafie diminuisce bisogna trovare nuovi modi per coinvolgere e spiegare perché è importante esserci. «Quando ne parlo – spiega Basile – prendo sempre ad esempio che il danno teorico calcolato è di 460 milioni di euro: Sono 60 milioni in più di quanto è stato speso per realizzare il Villaggio Olimpico e l’arena Santa Giulia». Soldi, quelli sottratti dal consorzio mafioso, che avrebbero potuto essere investiti per la comunità e che invece hanno finito per arricchire un sistema criminale che soffoca i territori. È solo uno dei tanti modi, forse il più concreto, per mostrare alla cittadinanza come le mafie ancora oggi tolgano risorse ai cittadini.

Quel lavoro sui territori, e il racconto di come il processo Hydra riguardi tutti e non solo gli imputati e le vittime, ha dato i suoi frutti. Alla prima udienza del rito ordinario, tenutasi il 19 marzo a Milano, sedute tra il pubblico c’erano oltre 60 persone. Una presenza che riporta alla mente un altro processo che a Milano ha fatto, a modo suo, "la storia” del movimento antimafia. Quello che portò alle condanne per gli assassini di Lea Garofalo, e che vide la partecipazione dirompente di decine di giovani, idealmente stretti intorno alla figlia di Lea, Denise. La loro presenza, ormai oltre dieci anni fa, fu determinante per le sorti di un processo che rischiò di interrompersi e che proprio la mobilitazione dal basso spinse fino alla sentenza. Così per il processo Hydra la società civile torna a mobilitarsi, in blocco, senza distinzioni o divisioni. Torna a stringersi idealmente intorno alle vittime, ma anche intorno agli inquirenti. Nel corso del processo in abbreviato, che si è concluso a gennaio con 62 condanne fino a 16 anni di reclusione, la pm Alessandra Cerreti e il procuratore Marcello Viola hanno ricevuto minacce in aula durante un’udienza. «Sono state minacce talmente attendibili – spiega Basile – che sono state immediatamente alzate le misure di sicurezza e rafforzate le scorte di entrambi». Un episodio che fa capire anche il clima che si vive all’interno dell’aula e intorno al processo. Così come forte preoccupazione l’ha destata il misterioso suicidio in carcere di Bernardo Pace, toltosi la vita subito dopo aver iniziato a collaborare con gli inquirenti rivelando dettagli determinanti. Difficile pensare che un malato terminale, che nei suoi colloqui con i magistrati diceva di voler collaborare per aver la possibilità di passare il tempo che gli resta in famiglia e con i figli, si possa di li a poco togliere la vita. Due giorni prima, peraltro, dell’inizio del processo. Il sospetto che "sia stato suicidato”, è insomma forte e conferma come questo sia tutt’altro che un comune processo di mafia.

«Il clima attorno a Hydra è sicuramente un clima molto pesante e omertoso – ci conferma Elena Simeti – ma quello che ci è rimasto dopo la prima udienza è altro. Abbiamo toccato con mano questa contaminazione positiva che si è venuta a creare. Persone diverse, con esperienze diverse ed età diverse che stringono dei nodi sul territorio per ribadire che la Lombardia è questa». In quell’aula di tribunale Milano ha dimostrato che questa società ha gli anticorpi per resistere ai soprusi del potere mafioso. Sono i primi semi per una società diversa, che possa dirsi finalmente libera dalle mafie. Semi che andranno curati e fatti germogliare per non disperdere nel nulla uno slancio vitale che arriva dal basso, e che non deve rimanere inascoltato. Né a livello politico, né a livello mediatico. Quella rete ora punta a riempire nuovamente quell’aula alla prossima udienza, fissata per il 30 aprile. «Per stringere le maglie di questa rete dobbiamo essere tanti e tante in aula e poi sui territori – dice Simeti. – Non si tratta solo di mafia, ma si tratta di rivendicare i diritti a tutti i livelli». Stringiamo le maglie, dunque, ma stringiamoci anche attorno ad una società civile che ancora una volta vuole mostrare il volto migliore del paese.

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