La sinistra viene prima del leader

Welfare, redistribuzione, intervento pubblico e pace: il confronto nel centrosinistra deve partire dal modello di società e dagli interessi da rappresentare.

La sinistra viene prima del leader

ANSA

Non mi appassiona il dibattito che si è aperto intorno alle primarie del centrosinistra. La tradizione da cui provengo ha sempre guardato con diffidenza a una cultura leaderistica della politica, nella convinzione che il personalismo finisca per restringere la capacità di dirigere processi sociali che, per loro natura, sono collettivi. Mi è stato insegnato che la politica si costruisce organizzando i partiti attorno a una concezione del mondo precisa. Su questo punto condivido la riflessione di Simone Oggionni, quando osserva, con realismo, che questa impostazione non è più maggioritaria.

Dunque, se primarie devono essere, evitiamo di esasperare le divisioni e facciamo prevalere il confronto sulle questioni politiche di fondo. Abbiamo di fronte una destra che sta progressivamente smantellando il welfare e che, al tempo stesso, conserva un solido radicamento nei settori più conservatori della società. È su questo terreno che va condotta la sfida: facendo politiche di sinistra, ricostruendo il legame tra le forze del nostro campo e il Paese reale, il mondo del lavoro e le persone che pagano il prezzo più alto dell’aumento delle disuguaglianze.

Occorre una lettura organica delle conseguenze sociali del neoliberismo, una proposta di riforma fiscale realmente progressiva, una nuova riflessione sul ruolo dell’intervento pubblico nell’economia e nella società. E occorre, con altrettanta chiarezza, una netta opposizione alla logica del riarmo, che rischia di sottrarre risorse ai bisogni fondamentali delle persone e di allontanare ulteriormente la prospettiva della pace.

Viviamo una stagione nella quale il flagello della guerra è tornato a occupare il centro della scena europea e internazionale. L’Ucraina, la Palestina, l’Iran, la crisi cubana e i numerosi altri conflitti che attraversano il pianeta ci ricordano quanto sia urgente restituire centralità a una nuova idea di coesistenza pacifica. Una prospettiva simile richiede di superare la logica dell’accumulo delle spese militari nazionali e di lavorare alla costruzione di un ordine internazionale multipolare, nel quale la politica possa tornare a governare le relazioni tra i popoli attraverso il diritto e la cooperazione.

E allora, facciamo in modo che queste primarie siano davvero primarie di popolo: un confronto aperto tra tutte le forze che condividono il valore universale della democrazia e che, soprattutto, siano consapevoli di ciò che ci attende. Perché la prova decisiva verrà dopo, con le elezioni politiche del 2027, quando saremo chiamati a impedire un ulteriore arretramento della cultura democratica nel nostro Paese.

Ha ragione Goffredo Bettini: cinque anni di Meloni sono una sciagura, dieci anni sarebbero un regime. Di fronte a uno scenario simile, la sinistra ha il dovere di chiarire quale modello di società intenda costruire, quali interessi voglia rappresentare e quale idea di futuro voglia consegnare alle nuove generazioni. Ma ha anche il dovere di non smarrire la propria funzione. Perché la modernità democratica, a partire dal 14 luglio 1789, ha consegnato alla storia un principio che conserva intatta la sua attualità: libertà, eguaglianza e fraternità sono i fondamenti di una società nella quale ogni persona possa essere protagonista della vita collettiva. È da questa eredità, e dalla responsabilità di rinnovarla nel presente, che dobbiamo ripartire per guardare al futuro.

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